Plastica, attenzione ai contenitori alimentari. Puntare ai prodotti compostabili e aumentare la percentuale di riciclo

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Luigi Di Fonzo
Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.

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Foto di RitaE da Pixabay

La plastica monouso rappresenta la maggior parte della plastica gettata via in tutto il mondo: oltre 130 milioni di tonnellate nel 2019, quasi tutte bruciate, seppellite in discarica o gettate direttamente nell’ambiente.
In Italia, un cittadino produce in media 500 chilogrammi di rifiuti urbani all’anno. Di questi, circa 120 chili sono rappresentati da rifiuti di cellulosa (carta, cartone, buste, fogli, imballaggi ecc.) e circa 65 da rifiuti di plastica. Il resto della spazzatura contiene organico, pannolini, vetro, alluminio e altri metalli, piccoli elettrodomestici, pile, scarti legnosi e, in gran parte, indifferenziata.

La produzione nazionale di rifiuti plastici nel 2018 è stata di quasi 4 milioni di tonnellate. Discorso diverso per i rifiuti speciali, dove comunque la plastica risulta tra i materiali prevalenti, soprattutto per i rifiuti ospedalieri (siringhe, guanti monouso, flebo, ecc.). Tornando ai 65 chili di plastica utilizzati a casa o in ufficio, soltanto il 7,8% viene smaltito correttamente e quindi riciclato. Nel residuo secco (indifferenziata) troviamo invece un 15% di plastica che si sarebbe potuta recuperare: contenitori di alimenti non lavati, piatti e bicchieri, polistirolo, buste, bottiglie e altro.

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Come nasce la plastica

Strano a dirsi, ma le materie prime con le quali si produce la plastica sono tutte naturali: carbone, cellulosa, gas naturale, sale e petrolio. A formare la plastica sono i “monomeri”, ovvero composti di carbonio e idrogeno che, attraverso processi chimici e trattamenti termici molto complessi, si uniscono tra loro e formano macromolecole chiamate “polimeri”. A sua volta le materie plastiche si dividono in resine termoplastiche (polietilene, polivinilcloruro, polipropilene, polistirolo, poliammide, policarbonato e polimetacrilato) e resine termoindurenti (poliuretano, poliestere, resina epossidica, resina ureica, resina fenolica, resina melamminica). Le resine termoplastiche sono quelle che, sottoposte a nuovo processo di riscaldamento, possono essere rimodellate; le resine termoindurenti dopo il raffreddamento induriscono in modo irreversibile e non possono essere più rimodellate.

Quali i prodotti più utilizzati: la plastica monouso è un problema

In un’inchiesta realizzata lo scorso autunno dalla rivista Altroconsumo, nella classifica dei prodotti usa e getta di plastica utilizzati più frequentemente dai consumatori compaiono i sacchetti gelo, utilizzati per conservare il cibo dall’80% degli intervistati. Contenitori e coperchi vengono utilizzati dal 35% degli intervistati, e i bicchieri dal 31%. Perché questi prodotti sono tanto apprezzati? Secondo il 91% degli intervistati per la praticità; il 64% li sceglie per l’igiene. Anche le occasioni di utilizzo sono diverse: il 75% degli intervistati usa bicchieri monouso per le feste, più di una persona su 2 possiede ciotole e contenitori per uso domestico e il 32% li utilizza in ufficio.

Ma la plastica per alimentazione è sicura?

Soltanto se usata correttamente, ma prima di capire quali sono i rischi per la salute dobbiamo conoscere meglio di quali sostanze è costituita. A ogni tipo di plastica infatti è associato un simbolo e un numero che possiamo trovare sul fondo del contenitore. Di solito si tratta di un simbolo triangolare che al centro riporta un numero. Le plastiche più adatte alla conservazione dei cibi sono quelle contrassegnate dai numeri 1, 2, 4 e 5, mentre quelle con i numeri 3, 6 e 7 bisogna fare dei distinguo, così come quelle senza numero, che corrispondono alla tipologia numero 7. In questa tipologia di plastica ad esempio compare anche il TRITAN, che è una plastica superiore, il copolyester, utilizzato ad esempio per borracce e biberon, in quanto non rilascia microplastiche.

La tabella con la classificazione delle plastiche

I due tipi di polietilene: PET e PE

Ma passiamo alla loro descrizione iniziando dal PET, cui corrisponde la numerazione 1. Con il polietilene tereflatato (PET 1) vengono realizzate bottiglie e recipienti trasparenti per acqua, bibite e alimenti. Questo tipo di plastica è sicura solo se impiegata per contenere prodotti freddi. Il calore, infatti, ne favorisce la degradazione con il rilascio di sostanze nocive come l’antimonio e l’acetaldeide. Si tratta quindi di contenitori essenzialmente monouso da non riutilizzare a lungo. Il polietilene ad alta densità (PE o PE-HD, numero 2) è una plastica per alimenti sicura e resistente, impiegata per oggetti non trasparenti come tappi, vasetti per yogurt e dessert, contenitori per il latte e anche detersivi. Resiste bene ai cibi caldi ed è sempre preferibile al PET.

Il polivinile o PVC

Il PVC (polivinile, numero 3) è pericoloso perché rilascia ftalati, un composto chimico utilizzato per migliorare flessibilità e modellabilità. Se bruciato, libera diossina. Per la sua resistenza si usa in genere per plastificare striscioni o rivestimenti da esterno. In passato era molto utilizzato nelle pellicole trasparenti utilizzate per avvolgere i cibi. In ogni caso bisogna preferire le pellicole che riportano la dicitura “Senza PVC”.

Plastica morbida e plastica dura

La plastica PE-LD (polietilene a bassa densità, numero 4) viene utilizzata per fabbricare sacchetti per congelare e guanti monouso, come quelli per maneggiare le verdure nei supermercati. Questo materiale non va impiegato ad alte temperature e non va riutilizzato a lungo. Il polipropilene (PP, numero 5) è una plastica per alimenti considerata sicura che viene utilizzata per le bottiglie non trasparenti e per le vaschette con coperchio. Per riutilizzare questi recipienti bisogna seguire le indicazioni del produttore.

Attenzione a polistirolo e policarbonati

Il polistirolo o polistirene (PS, numero 6), ottimo isolante termico, è impiegato soprattutto per i recipienti da asporto. Il polistirolo però contiene stirene, un idrocarburo aromatico che può interferire sul sistema endocrino. Non è certo il passaggio delle sostanze nocive dal materiale all’alimento, ma in ogni caso il polistirolo non può essere considerato una plastica per alimenti del tutto sicura. La lettera O contraddistingue invece le plastiche più pericolose come melammina, resine epossidiche e policarbonati, che possono rilasciare sostanze nocive come il bisfenolo A e la formaldeide. Si tratta di plastiche utilizzate per produrre stoviglie, bicchieri, piatti e recipienti rigidi antiurto. Questi oggetti non devono essere mai scaldati, o entrare in contatto con cibi molto caldi. La resina epossidica è impiegata nei rivestimenti interni delle lattine e delle scatolette di latta per isolare il metallo dal cibo. Francia e Canada hanno da tempo vietato l’utilizzo, l’esportazione e l’importazione di oggetti contenenti questi materiali. L’Unione Europea, nel 2011, ha proibito l’uso di queste plastiche per la produzione dei biberon.

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Abbiamo bevuto e mangiato plastica: e ora?

Tenuto conto che da decenni abbiamo inquinato il mondo e il nostro organismo con la plastica, ora non ci resta che fare un corretto uso dei prodotti MOCA, acronimo che sta per “materiali e oggetti a contatto con gli alimenti“. La prima raccomandazione può sembrare superflua, ma necessaria: ridurre al minimo l’utilizzo della plastica. Molti produttori dal primo maggio hanno sostituito per legge la plastica con i prodotti monouso biodegradabili, per cui il consiglio principale è quello di utilizzare questi, anche se sono ancora abbastanza costosi. Poi si possono sostituire i contenitori di plastica dove mettere il pranzo con le intramontabili gavette tipo militare, fatte in acciaio inox. Borraccia di vetro al posto di quella di plastica e tovaglioli di carta riciclata possono completare il corredo della pausa pranzo in ufficio. Per il resto, evitare possibilmente confezioni ove siano presenti Pet, Pvc e polistirolo e attenersi scrupolosamente alle indicazioni dei produttori. E smaltire con attenzione la plastica, possibilmente pulendola dall’unto o da residui di cibo per favorire il riciclo di buste e contenitori di alimenti.

È stato utile questo “spicchio” di sostenibilità? Se ti va, prova a lasciare un commento. Le indicazioni che riguardano le corrette modalità di differenziare i rifiuti sono state realizzate con la consulenza di Junker app.

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