Agenda 2030 obiettivo 5, uguaglianza di genere. Blasi: agire a livello culturale (VIDEO)

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Redazione i404
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Tempo di lettura stimato: 5 minutiRaggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze. L’obiettivo 5 dell’Agenda 2030 punta a superare quel gender gap che ancora oggi relega le donne in posizioni di secondo piano. Per porre finalmente fine a ogni forma di discriminazione, violenza, sfruttamento, abusi. E per valorizzare il lavoro femminile, garantendo a ogni bambina, ragazza e donna un pari trattamento in ogni ambito della vita.

Se i due terzi dei paesi in via di sviluppo hanno raggiunto nella scuola primaria la parità di genere, ci sono regioni del mondo in cui ancora questo non è possibile. Nel 1990 in Asia Meridionale 74 bambine ogni 100 bambini erano iscritte alle elementari. E nel 2012 la situazione non è cambiata.
Nell’Africa subsahariana, in Oceania e in Asia occidentale le alunne hanno difficoltà ad accedere a ogni grado della scuola.

Non va meglio per quanto riguarda il lavoro. Nell’Africa del Nord alle donne è riservato meno di un quinto dei posti di lavoro pagati in settori che non sono quello dell’agricoltura. Dal 1990 al 2015 si è passati dal 35% al 41% per quello che riguarda la percentuale di donne che occupano posti di lavoro retribuiti che non fanno parte del settore primario.
In soli 46 paesi del mondo le donne hanno più del 30% di seggi nei parlamenti nazionali.

I traguardi da raggiungere entro il 2030

L’obiettivo 5 dell’Agenda 2030 si pone come traguardo principale l’abolizione della discriminazione. Entro il 2030 eliminare ogni tipo di violenza di genere e pratiche abusive come le spose bambine, le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni combinati.
Iniziare a riconoscere il lavoro domestico non retribuito e a promuovere le responsabilità condivise in famiglia.
Assicurare pari opportunità a ogni livello della vita pubblica, in politica e in ambito economico.
Garantire l’accesso alla salute sessuale e riproduttiva a ogni ragazza e a ogni donna.

Inoltre, l’Onu entro il 2030 punta a garantire alle donne ogni accesso alle risorse economiche, alla titolarità e al controllo della terra o di altre forme di proprietà, ai servizi finanziari e alle risorse naturali. Puntando alla diffusione di tecnologie abilitanti per promuovere l’emancipazione femminile.
Infine invita ogni stato a promuovere una politica adeguata e una legislazione adatta per garantire la parità di genere.

femminismo
Foto di Gabe Pierce su Unsplash

Giulia Blasi, scrittrice e giornalista

Classe 1972, Giulia Blasi è una scrittrice, conduttrice radiofonica e giornalista friulana (è nata a Pordenone), ma che oggi vive e lavora a Roma. Specializzata in temi relativi alla condizione femminile e al femminismo, nel 2002 ha aperto il suo primo blog. Oggi scrive per Esquire Italia e Politico.eu, dopo aver collaborato a lungo con Il Tascabile e altre testate.

È autrice di molti libri: Nudo d’uomo con calzino del 2009, Il mondo prima che arrivassi tu del 2010, Siamo ancora tutti vivi del 2013 e Manuale per ragazze rivoluzionarie del 2018, in versione libro e audiolibro. Dal 2017 insegna come docente del modulo di Digital Features nel Master in Fashion Communication dello IED Milano. E dal 2018 a Roma come docente nel corso di Graphic Design per il modulo di Semiotica e Teoria della Percezione della Forma all’Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie.

Dal 2014 al 2017 ha condotto su Radio 1 Hashtag Radio 1 e nel 2015 il contenitore estivo 120 Cose.

Le donne sono state la locomotiva dei grandi cambiamenti

«I femminismi sono sempre stati rivoluzionari». Parola di Giulia Blasi. Che continua: «Le donne sono sempre state le locomotive dei grandi cambiamenti. A partire dal suffragio universale». Il femminismo, prosegue la scrittrice, non è una dottrina monolitica, ci sono diversi modi di fare femminismo. «È un termine ombrello per indicare i tanti modi di fare teoria femminista, di fare politica a favore dei diritti delle donne».

Se non ci fossero gli uomini, le donne non avrebbero problemi

In Italia si pensa ancora al femminismo degli anni Settanta, mentre oggi è cambiato. Anche i grandi mezzi di comunicazione quando vogliono parlare del tema chiamano una rappresentante di quell’epoca. Le nuove femministe danno molto fastidio. «Siamo ancora a “le donne sono una categoria che va tutelata” e “i problemi delle donne vanno affrontati dalle donne”. Ma se vai a vedere, se non ci fossero gli uomini le donne non avrebbero problemi. Chi ammazza la moglie o la compagna non è un folle che agisce da solo, ma che poggia le sue azioni su una base sociale e culturale ancora forte. C’è ancora bisogno di femminismo? Sì. Perché ci sono diseguaglianze molto forti anche quando consideriamo le persone giudicandole dal genere, anche inconsciamente».

Foto di Drop the Label Movement su Unsplash

«Se noi parliamo solo delle donne, ma i generi sono molti di più, gli uomini si ritagliano comunque il 50% di presenza», prosegue la scrittrice. «A chiunque non si riconosca nella categoria uomo donna eterochip, resta comunque meno delle quote rosa. Gli uomini si tengono una buona fetta di potere e non lo fanno perché sono capaci, ma perché addirittura a partire dai 5 anni noi consideriamo gli uomini più competenti». C’è insomma un problema di “opportunità”: «il 100% degli uomini di successo ha basato la sua carriera sul lavoro sottopagato o non pagato delle donne: moglie, sorelle, segretarie, donne delle pulizie… tutto tempo liberato che l’uomo può utilizzare per fare carriera. Le donne dedicano più tempo alla cura della casa e della famiglia, con lo scopettone in mano o a cambiare pannolini».

E sulle quote rosa:

«È giusto restituire a una porzione di società molto alta il diritto di vivere in società, ma come? Bastano le forzature numeriche? Io credo di no. Se non si interviene con un processo educativo che accetti il lavoro dei femminismi nell’educazione dei maschi e delle femmine, che accetti le varianti di genere, le varianti di identità e quelle di orientamento sessuale, non si va da nessuna parte. Il conteggio numerico tenderà comunque a privilegiare i maschi».

Dare spazio alle esperienze individuali che spesso sono lo specchio di esperienze collettive

Altro discorso sull’importanza dei vissuti e delle leadership. L’esempio è quello del vice presidente americano. «Kamala Harris non è soltanto una donna», afferma Giulia Blasi. «Kamala Harris è una donna che ha un retroterra etnico misto, entrambi i suoi genitori sono due immigrati. Per quanto non sia rivoluzionaria in termini politici, allo stesso tempo è una donna alla quale non devi spiegare niente. Non le devi spiegare il razzismo perché lo ha già vissuto, non le devi spiegare la discriminazione razziale, perché lei l’ha già vissuta. Forse questa è la chiave: pensare ai vissuti, dare spazio alle esperienze individuali che spesso sono lo specchio delle esperienze collettive. Ad esempio quando parliamo delle persone trans, i loro sentimenti non sono esportabili alle persone che non possono capire fino in fondo cosa vuol dire avere un corpo che ha caratteristiche biologiche differenti da quelle che senti. Così come non ci rendiamo conto di quanto sia difficile la vita delle persone dei disabili. I vissuti andrebbero tenuti tutti in considerazione».

Grande la delusione sulla task force governativa dell’ex governo Conte – Donne per un nuovo Rinascimento – chiamata a discutere sui problemi delle donne durante il periodo del lockdown: «È stata un’occasione persa: hanno prodotto un documento che non ha spostato una virgola rispetto a quello che poteva essere un aggiornamento ampio sulla vita delle donne italiane. È un documento che si occupa essenzialmente di accesso al lavoro di persone già privilegiate: non parla mai di povertà, non parla mai di prostituzione, nomina la violenza domestica una volta sola». Questo è un problema «molto grosso» per la scrittrice, perché il vissuto e l’esperienza delle donne continua ad essere ignorato, o quando va bene si mette in un angolino, in modo che le donne si parlino tra di loro e non con il resto del mondo. E le cose non sono migliorate con il governo Draghi, dove proprio le forze “progressiste” (Pd e Leu) hanno deciso di non avere rappresentanti donne.

Dovremmo farci guidare dalle donne povere, dalle braccianti, dalle ragazze nate NEI campI rom

La creazione della leadership è invece un’altra cosa

Se noi volessimo veramente fare un lavoro sulla parità dovremmo farci guidare dalle donne povere, dalle braccianti, dalle ragazze nate in un campo rom o sinti. Abbiamo bisogno di uscire da una visione verticale piramidale in cui il potere viene spartito in maniera proporzionale. Bisogna organizzarsi a gruppi di lavoro che interagiscono tra di loro, scambiano esperienze e condividono pratiche come fa il femminismo. Le realtà dal basso fanno rete tra di loro. Dare spazio a leadership reticolari e non individuali. Noi non diamo riconoscimenti al lavoro di squadra ma diamo soldi alla personalità che emerge. Spesso le donne fanno parte di quelle grandi squadre che lavorano e ottengono risultati.

Cosa migliorare dell’Agenda? Il punto non sia più soltanto la rappresentazione di donne e bambini, ma la rappresentazione proporzionale degli individui e dei vissuti. A portare queste azioni dovrebbero essere le adolescenti, le donne afro discendenti, le donne disabili, le donne povere.

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