Agenda 2030 obiettivo 14, vita sott’acqua. Mariasole Bianco: l’oceano è la linfa vitale del pianeta (VIDEO)

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Redazione i404
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Tempo di lettura stimato: 4 minutiConservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile.
L’obiettivo 14 dell’Agenda 2030 spinge a riflettere sull’importanza di proteggere gli oceani del mondo, fonte di vita per tutta la Terra. L’acqua, il clima, il meteo, il cibo, l’ossigeno: tutto dipende dai mari. Difendere la vita sott’acqua significa preservare il pianeta e ogni essere vivente terrestre, umanità compresa.

Gli oceani coprono i tre quarti della superficie terrestre e contengono il 97% di acqua sulla Terra, rappresentando il 99% di spazio occupato da esseri viventi.
Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla sua biodiversità.
Il valore delle industrie e delle risorse collegate al mare vale il 5% del PIL globale (3mila miliardi di dollari ogni anno). Industrie che danno lavoro a più di 200 milioni di persone.
Negli oceani del mondo vivono 200mila specie identificate. Ma potrebbero essere milioni.
Gli oceani aiutano a mitigare gli effetti del riscaldamento globale. E sono in grado di assorbire il 30% dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane.
Il 40% degli oceani subisce l’effetto dell’impatto degli esseri umani sull’ambiente. Ad esempio, l’inquinamento riduce gli habitat naturali e causa perdite inestimabili di biodiversità.

I traguardi da raggiungere entro il 2030

L’obiettivo 14 dell’Agenda 2030 entro il 2025 vuole prevenire e ridurre le forme di inquinamento, proteggendo l’ecosistema marino e riducendo gli effetti dell’acidificazione degli oceani.
È fondamentale regolare la pesca mettendo al bando forme eccessive, illegali e non regolamentate che distruggono l’habitat marino.
Si deve preservare almeno il 10% delle aree marine e costiere, vietando forme di sussidi alla pesca che provocano eccesso di capacità, pesca illegale e danni all’ambiente marino.
Entro il 2030 incentivare i benefici economici dei piccoli stati insulari in via di sviluppo, tramite un uso sostenibile delle risorse marine e migliorando la conoscenza scientifica e la trasmissione di tecnologie utili. Fondamentale seguire le linee guida della Commissione Oceanografica Intergovernativa sul Trasferimento di Tecnologia Marina e applicare il diritto internazionale per conservare gli oceani e le risorse, con riferimento alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare.

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Photo by Matt Hardy on Unsplash

Mariasole Bianco, Biologa Marina – Presidente Onlus Worldrise

Originaria di Milano, Mariasole Bianco si è laureata in Biologia Marina a Genova. In seguito ha ottenuto un master in Gestione delle Aree Protette a Cairns, in Australia. La biologa marina è anche fondatrice e presidente di Worldrise, associazione no profit che ha come obiettivo proteggere il patrimonio naturalistico attraverso la difesa dell’ambiente marino.
Oceanografa, è ospite della trasmissione di Rai Tre “Kilimangiaro” e partecipa anche in diversi programmi e speciali della tv pubblica e dell’emittente La7 come esperta e divulgatrice.

L’80% delle specie viventi abita nei mari

L’oceano è la linfa vitale del pianeta, spiega Mariasole Bianco. «Ci dona più del 50% dell’ossigeno che respiriamo, assorbe l’anidride carbonica, regola il clima, è una fonte importantissima di nutrimento per miliardi di persone. Quindi a tutti gli effetti è il cuore pulsante della Terra, che ci permette proprio di esistere».

Nonostante occupi il 71% della superficie del nostro pianeta, l’oceano è un pianeta ancora poco conosciuto. «Basti pensare che l’80% delle specie viventi abita nei mari, e nonostante questo siamo riusciti, con i nostri comportamenti, a cambiare la composizione chimico-fisica di una massa così vasta, mettendo a repentaglio la loro esistenza».

vita sott'acqua
Photo by Joe Tillman on Unsplash

Il più grande alleato contro i cambiamenti climatici

«Il problema», prosegue la giovane biologa «è che abbiamo sempre considerato l’oceano così vasto e immenso da ritenerlo immune all’influenza dell’azione umana, ma questo non è vero. Ci sono diversi fattori che agiscono in maniera sinergica, influenzando lo stato di salute dell’oceano. Questi fattori dipendono dai cambiamenti climatici che si traducono principalmente in tre problematiche: il riscaldamento dell’acqua, l’acidificazione e la deossigenazione».

Tutto questo avviene, sottolinea la dottoressa Bianco, perché «l’oceano è il nostro più grande alleato contro i cambiamenti climatici. Dalla rivoluzione industriale ad oggi si stima che l’oceano abbia assorbito circa il 93% del calore in eccesso trattenuto dai gas serra in atmosfera». La funzione è quella di un polmone: da una parte l’oceano rilascia l’ossigeno che respiriamo, dall’altra assorbe l’anidride carbonica che produciamo. «Questo provoca problemi al ph dell’oceano, che è sempre basico, ma sta andando verso livelli di acidità maggiori. Questo è un dato drammatico: anche se smettiamo oggi di produrre anidride carbonica e gas serra, occorrerà molto tempo per ristabilire l’equilibrio. Allo stesso modo il fatto che le acque siano più calde impedisce lo scambio di gas delle masse d’acqua, provocando la deossigenazione degli strati più bassi dell’oceano».

A parte i problemi “chimici” legati alla produzione di gas serra, non va sottovalutato l’inquinamento, soprattutto quello provocato dai depuratori non funzionanti e dai rifiuti, in particolare dalla plastica.

Aree marine protette per difendere la biodiversità

C’è un modo per evitare l’anossia dei mari e la perdita di biodiversità: le aree marine protette. «Le aree marine protette», spiega ancora Mariasole Bianco «sono quei luoghi dove viene tutelata la biodiversità e viene garantito lo sviluppo economico in un contesto di sostenibilità. Salvaguardare e aumentare la biodiversità preservando l’ambiente marino da inquinamento e pesca vuol dire creare un ambiente che reagisce meglio agli stress globali, come i cambiamenti climatici. Ad oggi in tutto il mondo le aree protette marine coprono solo il 7% dell’intera superficie, ma la comunità scientifica ci dice che entro il 2030 dobbiamo riuscire a proteggere almeno il 30% dell’oceano se vogliamo che mantenga la sua funzionalità e la sua produttività».

Foto di Quang Nguyen vinh da Pixabay

La pesca industriale e le sovvenzioni della Comunità Europea

Il target 4 dell’obiettivo 14 dell’Agenda 2030 indica il 2020 come termine per «porre fine alla pesca eccessiva, la pesca illegale, quella non dichiarata e non regolamentata e alle pratiche di pesca distruttive». Un target molto lontano dall’essere rispettato. E se da una parte l’Unione Europea sembra intenzionata a raggiungere gli obiettivi fissati dall’Assemblea Onu per la sostenibilità globale, dall’altra continua a incentivare la pesca industriale.

«Ci sono pescherecci d’altura che usano tecnologie militari, capaci di scovare i pesci anche sotto le rocce», prosegue la biologa. «Sono i pescherecci che depauperano in maniera drastica le risorse ittiche attuali. Io faccio sempre l’esempio del Senegal, dove un’intera nazione dipende dalla piccola pesca per supportare l’economia e le proprie famiglie. Solo una di queste barche è in grado di pescare in un giorno quello che un pescatore senegalese raccoglie in un anno. Questo target non solo non è stato rispettato, ma alla fine del 2020 il World Trade Organization non è riuscito neanche a raggiungere un accordo per gestire quanto avviene nel cosiddetto “Alto Mare”. Molte di queste barche possono pescare davanti alle acque del Senegal, ma spesso anche dentro, perché hanno sussidi dai propri Stati o dalla Comunità Europea. Solo una piccola percentuale dei sussidi destinati alla pesca industriale viene destinata alla rigenerazione della pesca. Questa mancanza di trasparenza va superata investendo sulla rigenerazione della pesca e gestendo in maniera diversa la pesca nell’Alto Mare».

Insistere sulla rigenerazione delle risorse

Per Mariasole Bianco non esiste altra strada se vogliamo salvare gli oceani: sviluppo rigenerativo. «Abbiamo preso tanto dalla natura, dal mare, dalle foreste: è ora di dare indietro qualcosa. La notizia buona è che siamo ancora in tempo per farlo. E l’altra notizia positiva è che la natura ha una capacità di rigenerazione strabiliante. Gli ecosistemi, se protetti, rinascono. Basta lasciare alla Natura lo spazio necessario per rigenerarsi».

Non abbiamo alternative, ammonisce la biologa marina. «Altrimenti quello che abbiamo vissuto con la crisi sanitaria sarà molto più grave con la crisi climatica. Bisogna investire tanto nelle aree marine protette e nei luoghi dove la natura possa rigenerarsi e ritrovare il suo equilibrio».

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