Agenda 2030 obiettivo 11, città sostenibili. Enzo Calabrese: bisogna fare in modo che le macchine non servano (VIDEO)

In evidenza

Redazione i404
Redazione i404
i404 racconta com'è cambiato il mondo e dove sta andando. Quello che raccontiamo è un’opportunità.

Tempo di lettura stimato: 5 minutiRendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.
L’obiettivo 11 dell’Agenda 2030 riguarda la creazione di città sostenibili, promuovendo un nuovo modello che possa rendere i nostri centri urbani, piccoli o grandi che siano, più vivibili.

Oggi 3,5 miliardi di persone vivono in città.
Entro il 2030 il 60% della popolazione mondiale abiterà in aree urbane. E il 95% dell’espansione urbana avrà luogo nei paesi in via di sviluppo.
838 milioni di persone vivono in baraccopoli.
Le città occupano il 3% della superficie terrestre, ma sono responsabili del 60-80% del consumo energetico e del 75% delle emissioni di carbonio.

I traguardi da raggiungere entro il 2030

L’obiettivo 11 dell’Agenda 2030 mira entro tale data a garantire a tutti l’accesso ad alloggi sicuri e a servizi di base, riqualificando i quartieri poveri. Entro il 2030 bisogna anche assicurare l’accesso a un sistema di trasporti sicuro, sostenibile, accessibile e conveniente, migliorando la sicurezza delle strade e potenziando i trasporti pubblici.
Sempre entro tale data c’è la necessità di raggiungere un’urbanizzazione inclusiva e sostenibile e di proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale e naturale del mondo.

Entro il 2030 si deve ridurre il numero di decessi e il numero di persone colpite da calamità, proteggendo le persone più vulnerabili, riducendo l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città, con attenzione massima alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti.
Migliorare l’accesso a spazi verdi e pubblici sicuri e inclusivi, supportare legami economici, sociali e ambientali tra aree urbane, periurbane e rurali sono altri traguardi da raggiungere, insieme all’aumento del numero di città che siano guidate da politiche volte all’inclusione, all’efficienza delle risorse, alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Senza dimenticare l’indispensabile supporto ai paesi meno sviluppati.

città sostenibile
Foto di Zachary Keimig su Unsplash

Enzo Calabrese, architetto e designer

Architetto e designer nato a Brindisi nel 1961, Enzo Calabrese vive e lavora a Pescara. PHD, ricercatore e Professore alla Facoltà di Architettura dell’Università G. D’Annunzio, dove insegna Composizione Architettonica, ha vinto il Compasso D’oro nel 2014 e il premio EDIDA International Design Award 2012.
È anche il fondatore del gruppo kei_en.enzocalabresedesignstudio e ha scritto diversi libri: “Sustainwhat’s? L’equivoco dell’architettura sostenibile”, “Mucche al pascolo e Cyber Autostrade” e “L’architettura dell’altro paesaggio”.

Una città sostenibile può esistere solo se cambia il modo di essere dei suoi abitanti

Il professor Calabrese invita gli amministratori pubblici al coraggio e alla lungimiranza: «Occorre lungimiranza, non la programmazione a cinque anni per raccogliere consensi». E fa esempi concreti di quartieri e di città a zero emissioni. «Se è stato possibile realizzarle, se queste città esistono, allora vuol dire che si possono fare anche in Italia. Ma occorre una programmazione seria e un cambio di cultura su trasporti e consumi energetici, altrimenti continua ad essere insostenibile tutto ciò che facciamo».

Le città italiane non sono un buon esempio di sostenibilità. «Può essere considerato sostenibile un bosco verticale come quello di Milano?», prosegue l’architetto. «Se finisce l’acqua o l’energia elettrica, quello diventa un traliccio di cemento secco. Non è così se vai a Yazd, in Iran, dove la città ancora vive con le torri del vento e con l’acqua che si prende dalle montagne e arriva a valle grazie alle condutture di terracotta. L’acqua scorre nei passaggi quasi sotterranei e rinfresca pure le case. Questa è la vera sostenibilità, che tra l’altro rende questa bellissima città ancora più straordinaria».

obiettivo 11 agenda 2030
Foto di Shravankumar Hiregoudar su Unsplash

Il caso di Vastra hamnen, in Svezia

Ma non c’è bisogno di andare in Oriente e di cercare città antiche per verificare come l’uomo sia ancora in grado di realizzare, grazie alle moderne tecnologie, città e quartieri a emissioni zero. L’ex zona industriale di Vastra hamnem, quartiere della città di Malmö, in Svezia, è l’esempio utilizzato dal professor Calabrese.

«Fino agli anni Settanta quel quartiere di Malmö era una specie di Bagnoli: pieno di industrie, mare nero e il porto più grande del mondo. Con un grande intervento di riqualificazione durato venti anni, ora in quel quartiere vivono 50.000 persone con case completamente autosufficienti dal punto di vista energetico. È stata realizzata un’integrazione off grid di tutto ciò che è necessario per creare energia da fonti rinnovabili: dalla cogenerazione alla geotermia, dalla forza del vento all’energia solare e anche all’idrogeno, combustibile che viene ricavato sempre dall’energia solare. E le auto? Ci sono ma vengono utilizzate solo nei giorni di festa, quando si vuole fare la gita fuori porta. Altrimenti si utilizzano solo biciclette e mezzi pubblici. Se sono riusciti a farlo loro, perché non possiamo farlo noi?».

Oltre allo sfruttamento delle fonti rinnovabili, la tecnologia offre alle città la possibilità di distruggere i rifiuti. «Ma qui entriamo nel campo dei tabù», riprende l’architetto. «Anche in questo caso la domanda è sempre quella: perché a Copenaghen possono avere il termovalorizzatore mentre se pronunci questa parola in Italia sembra che stai parlando del demonio? La risposta che ti danno è: perché inquina. Ma se tu lo fai che non inquina, come hanno fatto in Svizzera, in Francia, in Germania e in Olanda, perché non si fa? Questo è solo un fatto culturale, e far sapere a tutti che queste cose esistono, sono reali, è importante. Io insegno ciò che si può fare mostrando ciò che già esiste. Il mondo si sta consumando, ma dirlo e basta non serve a niente».

Stop ai piani regolatori fatti per le auto

«Trovo veramente sgraziata una città che si è piegata alla macchina e alle esigenze del traffico», prosegue Enzo Calabrese. «Spesso un piano traffico prende sempre poco in considerazione il trasporto pubblico. Non servono autobus da 100 posti che passano sempre in ritardo. Ce ne vogliono 5 piccoli che passano ogni dieci minuti. E se un cittadino vuol controllare quanto tempo c’è da aspettare, deve avere la possibilità di connettersi con il suo smartphone a un sistema di tracciamento dell’azienda di trasporti e controllare dove si trova in quel momento il suo autobus. Molto illuminante è stato guardare le nostre città durante il lockdown. Strade immense, città rese brutte perché asservite a scatole di metallo».

Cattiva gestione della cosa pubblica

Ma progettare una città più verde quanto costa ai contribuenti? La manutenzione di parchi, giardini, viale alberati e anche di piste ciclabili e pedonali, è sostenibile? Anche in questo caso l’architetto Enzo Calabrese ha un esempio a portata di mano.

«Anni fa feci un grande progetto per la società Periferie Romane che interessava un’area molto vicina a Tor Bella Monaca, con 500.000 abitanti. Una zona senza strade, senza verde, senza servizi, senza marciapiedi. Questo progetto palleggiava di ufficio in ufficio in attesa di un permesso. Il committente in cambio della costruzione di una zone residenziale garantiva la realizzazione di scuole, strade, marciapiedi e un grande parco al quale avrebbero avuto accesso tutti gli abitanti del quartiere. Dopo incontri e conferenze di servizi, lo stop arrivò proprio dall’ufficio del verde del Comune di Roma. Il problema? Erano gli alberi. “E poi chi li pulisce quelli?”, fu la domanda. Alla mia risposta: la ditta incaricata di fare la manutenzione del verde del quartiere, la risposta fu: “Appunto, prendono un sacco di milioni l’anno e non fanno nulla perché lì verde non c’è, pensa se noi ci mettiamo il verde… si incazzeranno, o lo avvelenano o non faranno niente”. Morale della favola: alla fine ci hanno vietato di mettere il verde. Al massimo potevamo dipingere di verde i marciapiedi».

Morale della favola 2: «Se una città ha capito che la sua risorsa è la qualità della vita, e questa qualità della vita attira economia sotto forma di imprese o di turismo, questa economia permette di mantenere il tuo territorio». Sempre per rimanere negli esempi concreti. La stagione teatrale al Teatro Reale di Gante, cittadina belga di 20.000 abitanti, e la Festhallen di Bregenz, cittadina austriaca di 15.000 abitanti sul lago omonimo, «con le loro attività culturali mantengono l’economia di un’intera regione».

Il futuro sostenibile? È nei borghi

I luoghi costruiti senza programmazione e in modo impossibile nel tempo diventano un problema. Le new town costruite a L’Aquila ora sono un problema, mentre il centro storico, che dopo tanti anni dal terremoto sta risorgendo ancora più bello di prima, diventerà il motore della ripresa economica e turistica della città.

L’architetto Calabrese sottolinea la bellezza e la sostenibilità dei borghi. «I nostri borghi sono smart. Sono smart perché funzionano, sono nati sull’equilibrio tra l’uomo, la sua cultura, il suo tempo e quello di cui ha bisogno. Venivano costruiti per proteggersi, per avere caldo d’inverno e fresco d’estate. Erano costruiti per funzionare. Il problema oggi è quando si investono milioni per rifare belli i nostri borghi, ma poi non si creano occasioni e servizi per farci vivere le famiglie».

@RIPRODUZIONE RISERVATA

 

- Pubblicità -

Commenta

Perfavore inserisci un commento!
Nome

- Pubblicità -

Correlati