Non esiste l’amore malato. Esiste la violenza sulle donne. E si combatte anche prestando attenzione alle parole

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Alessia Cocca
Alessia Cocca
Fotografa, artista e persona caotica.

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Se l’è cercata.
Lei lo ha provocato.
Non avrebbe dovuto frequentare certi posti. Vestita poi in quel modo.
Ha ucciso per troppo amore.
Era un rapporto d’amore malato.
Lei lo tradiva.
Lui soffriva troppo perché lei lo aveva respinto.
Perché lei non lo ha lasciato visto che la picchiava?

Le parole hanno un peso. Sempre e comunque. Anche quando si parla di violenza sulle donne. Per non far ricadere la colpa sulle vittime di abusi e maltrattamenti, fisici e verbali. Trovando sempre una scusa per difendere il carnefice. Anche di fronte all’indifendibile.

È ora di dire basta!

Violenza di genere, maltrattamenti domestici, abusi, femminicidi, violenza fisica e psicologica. Tanti termini che si riferiscono tutti a comportamenti che sarebbero da condannare. Ma non è così. Quante volte sui giornali o sui social leggiamo parole che ci fanno venire la pelle d’oca, commenti sconsiderati e critiche che colpiscono peggio di una spada le donne, vittime due volte?

Il 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, dovrebbe essere un giorno non solo per ricordare le donne che hanno subito maltrattamenti o che sono morte per mano di un uomo. Dovrebbe essere un giorno per insegnare a tutti, uomini e donne, quanto usare le parole giuste è fondamentale. Per non raccontarci la solita favoletta ignobile secondo cui sono le donne a cercarsela. Per i loro comportamenti, i loro atteggiamenti, il modo di vestire e anche di vivere la propria vita.

Da carnefici a vittime, sempre in cerca di una scusa, di un attenuante per sminuire le violenze

Leggendo come i media e come gli utenti dei social commentano i casi di cronaca che riguardano la violenza di genere, c’è da chiedersi cosa abbiano fatto di male le donne per meritarsi tutto questo accanimento verbale nei loro confronti. Come se non bastassero gli abusi fisici.
Una cultura sessista e maschilista che pervade ogni aspetto della vita e che ancora blocca le donne in stereotipi che fanno male. E lasciano ferite dure da rimarginare.

Alessandra Kustermann, direttore dell’Uoc del pronto soccorso Ostetrico-ginecologico e del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica del Policlinico di Milano, spiega che «Le parole possono far seguire alla violenza fisica, che segna per sempre, una violenza psicologica che non si rimargina». Secondo l’esperta usare le parole giuste e corrette può aiutare l’opinione pubblica a comprendere meglio il fenomeno. Senza travisarlo, tramutarlo in quello che non è. Per capire davvero qual è il problema alla base. Un problema di rispetto e di giustizia. 

Il decalogo delle parole da non usare

Nell’ambito del progetto “Stop alla violenza di genere. Formare per fermare“, promosso dal Gruppo Menarini insieme all’Ordine dei Giornalisti della Toscana, è stato stilato un elenco di parole che sarebbe meglio evitare di usare quando si parla di temi così delicati e che invece ritroviamo in articoli di giornale, nei servizi televisivi e radiofonici, nei commenti pubblicati nero su bianco sui social. Parole che dovrebbero essere bandite per sempre. Ma basta ragionarci sopra per capire quanto siano insensate e quanto possano veicolare un messaggio completamente sbagliato. Che di fatto giustifica la violenza. Non la condanna mai.

  1. Amore malato
  2. Raptus
  3. Lei lo tradiva
  4. Se l’è cercata
  5. Perché lei non lo ha lasciato?
  6. Era un bravo ragazzo, un padre buono
  7. Follia
  8. Le informazioni su come lei era vestita
  9. I particolari raccapriccianti
  10. L’indicazione sul tipo di ferite

Il linguaggio conta. Le parole sono importanti

«Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti», diceva il personaggio di Nanni Moretti nel film Palombella rossa
Le parole sono importanti. Dobbiamo sforzarci di trovare quelle giuste per raccontare la realtà. Senza trincerarci dietro frasi fatte, luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi che non fanno altro che creare caos. E non rendere giustizia a chi ogni giorno è vittima di violenza. Magari nella solitudine della propria casa. Per ridare spazio alla verità dei fatti. Che non è quella favoletta che i media o noi stessi spesso ci raccontiamo.

Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. E comprendere che le parole possono essere dei macigni che lacerano il cuore già ferito di chi ha vissuto l’inferno. Spesso tra le mura domestiche. Senza la possibilità di reagire o di chiedere aiuto. Perché non è facile. Soprattutto quando tutti quanti sono pronti a puntarti il dito contro per farti sentire sbagliata. Quando, invece, a essere in errore è non solo chi commette questi reati, ma anche chi è pronto a difenderli.

Cambiare linguaggio per cambiare mentalità

I numeri parlano chiaro. 142 i femminicidi nel 2018, con un incremento dello 0.7% rispetto all’anno precedente. 78 dei quali commessi da partner ed ex partner. L’85% dei femminicidi avviene in famiglia. Nel 2020 che ancora deve finire le vittime di femminicidio sono 91.
Per non leggere più statistiche come quelle pubblicate ogni anno dalla banca dati Eures, bisogna puntare sulle parole. E sulla cultura. Utilizzando i termini corretti. Insegnando il rispetto. E non solo agli uomini. Perché spesso le parole più dure e crudeli arrivano proprio da altre donne. Che diventano carnefici a loro volta nei confronti di chi ha subito abusi inimmaginabili. 

Articolo scritto da Patrizia Chimera
Scatti artistici a cura di Alessia Cocca.

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