Violenza sulle donne: mai superata la cultura del delitto d’onore. Nessuno può uccidere per troppo amore

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Siamo state amate e odiate,
adorate e rinnegate,
baciate e uccise,
solo perché donne.
Alda Merini

Le parole pesano come macigni.
Parole dette e silenzi che hanno la lama più affilata di una spada.
E che sono capaci di riaprire ferite che mai possono rimarginarsi.
Violenze, abusi, femminicidi. Le parole contano. E non devono mai essere scelte a caso. Devono essere ponderate, pesate, valutate.
Mentre le storie che sono diventate di ordinaria follia non devono mai essere dimenticate.
Perché l’oblio, la dimenticanza, il disinteresse feriscono e uccidono una seconda volta.

Femminicidio, l’importanza di una parola.

C’è chi si chiede che senso abbia una nuova parola. Non bastava il termine omicidio?
Nel bene e nel male, le parole hanno il loro peso. E la loro importanza.
Impossibile definire come semplice omicidio quello che è molto di più. Che non è solo l’uccisione di una donna. È “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte“. Come riportato nel Devoto-Oli 2009.

Negare che il femminicidio sia più di un omicidio è come riaprire quella ferita che non si è mai cicatrizzata. Come uccidere una seconda volta le vittime, dirette e indirette.
In Italia ogni 15 minuti viene commesso un reato contro le donne. Ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza.
Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa. 3 femminicidi su 4 avvengono in casa.
L’82% di chi si macchia di questi crimini non ha bisogno di commettere effrazioni per entrare in casa. Ha le chiavi o viene accolto dalla vittima che lo conosce bene. Perché è il partner, l’ex o una persona conoscente.
Nel 60% dei casi violenze, botte, atti di stalking, abusi, maltrattamenti sono commessi da ex compagni.
Questo non è amore. È emblematico il nome dell’iniziativa della Polizia di Stato per presentare i dati relativi alla violenza contro le donne.

Cresce il numero delle denunce. E questa è una buona notizia. Perché le donne non stanno più in silenzio. Decidono di parlare, di denunciare, di porre fine ad anni di violenze, fisiche e psicologiche.
Complici anche iniziative come il Codice Rosso e il numero di emergenza da chiamare se si vuole chiedere aiuto. O come le raccolte di fondi per sostenere le vittime. Magari attraverso delle storie. Storie come quelle raccontate da Giulia Bonora e Silvia Camagni nel libro di fiabe “Le ali me le costruisco da sola“.
Perché le donne devono sapere di non essere da sole. E i carnefici devono avere paura, perché non la possono più fare franca.

Le frasi che riaprono ferite mai rimarginate.

A pesare sono anche quelle frasi dette e non dette che feriscono più di un’arma. Parole pronunciate da chi non si ferma a riflettere. E che insinuano il dubbio che la colpa, alla fine, sia sempre delle donne. In questo la stampa italiana è maestra di cattivi esempi. Con titoli di giornale che fanno passare il carnefice per una povera vittima delle circostanze. E la donna sempre pronta a indurlo in tentazione. Portandolo anche a compiere gesti estremi.

“Era pazzo di gelosia”
“Lo ha fatto per il troppo amore, non sopportava di essere stato lasciato”
“Un po’ se l’è cercata, guarda com’era vestita”
“Lei alla fine è rimasta con lui anche se la picchiava”
“Se non fosse uscita da sola/andata in quel locale da sola/avesse viaggiato da sola”

Sembra che la cultura del delitto d’onore, reato abrogato con la legge 442 del 10 agosto 1981, sia stata eliminata solo dal diritto penale. Ma sia ancora insita in un retaggio patriarcale e maschilista che vede la donna relegata sempre in secondo piano. Succube dell’uomo. Che sia il padre, il marito, un compagno, un famigliare.
È come se la colpa fosse sempre e comunque delle donne. Dalla mela di Adamo ed Eva in poi.
Insinuazioni che si fanno strada non solo tra i pensieri comuni, spesso anche di donne, ma anche tra i media e in quella politica che, invece, dovrebbe difendere le donne. E i loro diritti. Compreso il diritto alla vita e alla dignità umana.

La violenza contro le donne è una delle più vergognose violazioni dei diritti umani.
Kofi Annan

Le storie di donne abusate, violentate, relegate a schiave, uccise, magari di fronte a quei figli rimasti orfani e testimoni di tanta violenza, non devono essere dimenticate. Ogni storia è importante.
Come lo è ogni vita umana spezzata. No, non per troppo amore. Perché nessuno può uccidere qualcuno che ama. Definire un femminicidio un omicidio per troppo amore vuol dire calpestare il ricordo di chi non c’è più. Rigettare nel baratro chi è sopravvissuto o magari vive ancora in condizioni di violenza e abusi.
Sono vite spezzate per troppo odio. E per una follia tipicamente umana che vede nel possesso una forma di affetto. Quando è solo una forma di violenza. La più becera e crudele che ci sia. E chi la pratica è un omicida, un violento, un criminale. Incapace di amare.

Articolo scritto da Patrizia Chimera. Scatti artistici a cura di Alessia Cocca.

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Alessia Cocca

Fotografa, artista e persona caotica.


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