Un anno di vita al di là di uno schermo

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Alessia Cocca
Alessia Cocca
Fotografa, artista e persona caotica.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiUn anniversario che nessuno ha voglia di celebrare, un Truman show al contrario, dove siamo noi a guardare la vita scorrerci di fronte attraverso uno schermo. Mentre l’esistenza sfila in diretta e noi non possiamo far altro che assistere allo spettacolo. Uno show di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Un anno di vita passato al di là di uno schermo che comincia a starci stretto. Ma che ci terrà compagnia ancora per un po’. Anche se nessuno sa per quanto. Uno schermo che ci ha tolto tanto, ma che in alcuni casi ci ha permesso di continuare a vivere una vita filtrata, ma pur sempre vita.

La tecnologia ci ha salvato?

Un anno fa non ci saremmo mai aspettati di vivere in questo modo. Le nostre esistenze sono state catapultate in un mondo distopico, in cui uno schermo è diventato la nostra ancora di salvezza per non perdere contatto con quella realtà che un virus rischiava di farci perdere.

Proprio quello schermo che fino a poco prima cercavamo di tenere a distanza per evitare che occupasse troppi attimi nella nostra vita, soprattutto in quella dei più piccoli. 47 anni. Questa la stima del tempo che nell’arco dell’esistenza trascorriamo appiccicati a un vetro che trasmette la realtà (o una finzione). La pandemia ha sicuramente intensificato questo rapporto di amore e odio, che nei momenti più bui ci ha permesso in qualche modo di andare avanti. Studiare, lavorare, mantenere i contatti con le persone care, vicine o lontane, rimanere informati: è diventato un’estensione della nostra stessa esistenza, 24 ore su 24. Con tutti i limiti che una socialità del genere comporta.

La socialità filtrata da uno schermo

E così gli studenti, anche piccolissimi, hanno imparato ad andare a scuola senza muoversi di casa. Utilizzando smartphone, tablet e computer per non perdersi e ritrovarsi uniti a distanza. Non sempre è stato possibile: la didattica a distanza ha svelato i limiti di un paese che non viaggia costantemente nella stessa direzione e alla stessa velocità. Durante il cammino abbiamo perso molti ragazzi, per i quali la DAD era un ostacolo insormontabile perché privi dei mezzi necessari per poter continuare a seguire le lezioni online. Un capitale umano enorme, che rischia di rimanere nell’oscurità e di non riuscire più a venire a galla. Si stima un ragazzo perso per ogni classe. Un prezzo troppo alto da pagare.

Lo smartworking ha invece permesso alle aziende, pubbliche e private, di non fermarsi anche quando l’Italia attraversava il più profondo lockdown. Anche in questo caso i limiti sono stati evidenti, soprattutto per mancanza di infrastrutture adeguate, ma anche per una cultura che in Italia manca. Il lavoro agile non è facile, ma potrebbe rappresentare il futuro del business, come hanno dimostrato i tanti casi di “south working“, dipendenti che hanno fatto ritorno alla “terra di origine”, continuando a lavorare a distanza. I piccoli borghi ringraziano, le grandi città un po’ meno. Anche se in Italia c’è ancora molto da lavorare per rendere il “lavoro da casa” realmente smart ed efficiente.

Quello schermo che i ragazzi usavano per studiare, per essere interrogati, per dare esami all’Università e anche per laurearsi e che gli adulti utilizzavano per lavorare, fare call, organizzare una nuova modalità di lavoro, è servito anche per non perdere i contatti con le persone care. Soprattutto i più fragili, i nonni, che hanno dovuto recuperare anni di technology gap e imparare a fare videochiamate, a inviare foto e anche emoji, per non perdersi nulla di quella vita che fuori continuava, senza averli come protagonisti attivi, ma come attori passivi. Niente a che vedere con gli abbracci reali, gli scambi di sguardi, la presenza attiva: una magra consolazione per uscire dall’isolamento e non rimanere in balia della solitudine.

Un anno dopo siamo ancora qua

Eh già. Sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua, ci vuole abilità“, direbbe Vasco Rossi. Siamo ancora qua, proprio come un anno fa. A guardare quello schermo che ci ha dato tanto ma che al tempo stesso ci ha anche tolto tanto. Domandandoci se davvero siamo cambiati in meglio e se torneremo mai come eravamo prima. Forse è tardi, forse non lo è.

Magari quel vetro che filtra la realtà attraverso circuiti e bit ci ha davvero imbrigliati in un loop senza fine, che nemmeno il tanto atteso arrivo dei vaccini ha saputo spezzare.
O forse quello schermo tanto idolatrato quanto bistrattato rappresenta solo un rito di passaggio, per ricordarci tutto quello che in un anno abbiamo perso. E che quando tutto sarà finito dovremo tornare a difendere con le unghie e con i denti. Per non retrocedere in quella gabbia in cui ci sembra di vivere oggi.

Articolo scritto da Patrizia Chimera
Scatti artistici a cura di Alessia Cocca

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