Le mestruazioni sono normali. Finiamola coi tabù

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“È arrivato il marchese”. “Sei in quei giorni?” Sì, ho le mie cose. Quanti modi conosci per indicare le mestruazioni? Innumerevoli. “Parenti in visita“, “I giorni della rugiada“, come ci ha insegnato il Signor Distruggere, ma anche nomi inquietanti che mettono paura come “Mar Rosso” o, peggio, “Profondo rosso“. O il ben più triste “Disfare la culla“.

Il linguaggio mestruale non indica mai il ciclo con il suo nome.

Ce lo ricorda anche Raffaella Malaguti nel libro Le mie cose (Mondadori, 2005), in cui parla dei modi che utilizziamo per parlare di un momento fisiologico naturale e ciclico come quello delle mestruazioni.

Non riusciamo a chiamare le mestruazioni con il loro nome.

Le mestruazioni ci fanno “compagnia” per molti anni. Eppure non riusciamo a chiamarle con il loro nome, anche se sono parte di noi. Diamo loro dei nomignoli che alludono alle perdite di sangue. O al fatto che stiamo male. A scuola la giustificazione per l’ora di ginnastica più gettonata è “Giustifico mia figlia dall’attività fisica perché indisposta“. Perché ammettere che ha il ciclo non va bene. Non è educato. Non è fine.

Noi donne per prime non riusciamo a nominarle in pubblico.

Perché ancora ci vergogniamo. Perché è ancora un tabù dire di essere in quel periodo del mese. Abbiamo paura di essere giudicate. Soffriamo e stringiamo i denti per dolori inenarrabili, sbalzi d’umore che farebbero impazzire ogni uomo e che noi affrontiamo a testa bassa ogni maledetto mese. Dal primo ciclo fino alla menopausa. Ovviamente non tutte le donne sono uguali. C’è anche chi non affronta nulla di tutto questo. Ma c’è anche chi deve farci i conti. Non dobbiamo dimenticarle.
In Italia dal 60 al 90% delle donne soffre di dismenorrea.  I disturbi legati al ciclo causano assenteismo dal lavoro dal 13 al 51% e da scuola dal 5 al 15%. La dismenorrea causa problemi alle donne e anche alle aziende. Questi dolori secondo la scienza sono paragonabili a un infartoSolo che il mondo se ne frega perché noi sopportiamo. I nostri dolori, non sono dolori reali. Gli uomini riescono a sopportare dolori addominali per 49 minuti prima di chiedere aiuto. Le donne per 65 minuti.
Se non riusciamo noi a chiamarle con il loro nome, figuriamoci gli altri. Sia gli uomini, che non sanno e non possono immaginare cosa sia il ciclo (anche se c’è chi ha provato a fargli aprire gli occhi), sia le donne, che non ne hanno mai sofferto o che fanno finta di niente. Arrivano anche a farci sentire in colpa perché siamo nei giorni del ciclo. A sentirci in colpa perché spesso dobbiamo andare in bagno. O perché potremmo avere bisogno di tempo e riposo per ritornare a stare bene.
Ma siamo donne. Sopportiamo il dolore. E andiamo al lavoro anche con i crampi addominali. Ma anche in questo caso c’è chi critica la scelta. E non perché pensa al nostro benessere. Ma perché potremmo mettere a disagio i nostri colleghi con i nostri problemi di salute.

La pubblicità di assorbenti non ci aiuta.

Non ci riesce nemmeno la pubblicità, che dovrebbe essere nostra amica e alleata offrendoci assorbenti, tamponi, medicinali e rimedi in grado di rendere il ciclo più facile da affrontare. Ci hai mai fatto caso? Il sangue non è mai rosso, ma sempre blu o verde nelle pubblicità di assorbenti. Come se fosse uno scandalo dire: “Ehi, sì, nei giorni delle mestruazioni ho perdite di sangue. E pure abbondanti. Hai qualche problema?“.

Pensa che il primo spot che mostra il sangue rosso del ciclo ha fatto clamore. Ed è di pochissimo tempo fa. È sempre bizzarro quando la normalità diventa un’eccezionalità, non è vero? Ti suggerisco di guardarlo. È del 2017, è uno spot dell’azienda Bodyform (in Italia Nuvenia), lavora sull’hashtag #bloodnormal e lo slogan chiarisce: “Periods are normal. Showing them should be too / Le mestruazioni sono normali. Anche mostrarlo dovrebbe esserlo“.
Bellissimo. Era ora. Ma gira in Gran Bretagna. Non da noi.

Ci sono spot tv che ci vorrebbero libere e felici come una farfalla.

Quando noi vorremmo solo diventare un tutt’uno con il divano e non uscire di casa. Altri ci dicono che possiamo fare tutto in quei giorni. Anche buttarci giù con il paracadute. Ma nessuno che mai dica quel nome che fa paura: mestruazioni.

In realtà non riusciamo nemmeno a chiamare con il loro nome le parti intime femminili.

Non lo fa la pubblicità, non lo fanno le donne, non lo fanno i siti che trattano questi argomenti. Come se la sessualità e tutto quello che è collegato fosse una cosa da nascondere, da non mostrare. Non è un’abitudine tipicamente italiana. In tutto il mondo ci sono i nomi più strani per chiamare le parti intime. Anche maschili. Non  siamo gli unici a essere puritani (anche se la vicinanza del Vaticano ha sempre complicato un po’ le cose in questo settore).
Eppure è la natura. Tutto ha un nome. E dare un nome alle cose è il primo passo per dire che esistono. Come si fa quando nasce un bambino. Gli si dà un nome, per dargli un’identità.
Se togliamo alle cose il loro nome, vuol dire che non vogliamo che si sappia che esistano. Non vogliamo che tutti sappiamo che le donne hanno il ciclo. Di solito ogni mese. Per molti anni della loro esistenza. Ed è normale che sia così. Fa parte del ciclo della vita. Allora perché facciamo così tanta fatica?

Tutta colpa dei tabù e dei pregiudizi che ci portiamo dietro dalla notte dei tempi.

I tabù legati alle mestruazioni non si contano. In Italia e nel mondo. Sì, nel 2019 c’è ancora chi crede che la donna sia impura quando ha il ciclo. Tradizioni popolari italiane tramandate di generazione in generazione invitano a non toccare le piante in quei giorni. Altrimenti muoiono. O a non fare la salsa di pomodoro. Per non rovinare il risultato. Guai a preparare la pizza o il pane. Il ciclo impedirebbe la perfetta lievitazione. C’è anche chi arriva a dire che le donne con il ciclo non dovrebbero salare i piatti, altrimenti chi li mangia perde i denti. O non dovrebbero toccare i bambini, farsi la doccia, lavarsi i capelli, fare sesso.

Tutti sempre pronti a dire cosa la donna può fare e cosa non può fare.

Falsi miti che la scienza ha già sbugiardato. Ma che fanno parte di noi e che sono duri da cancellare. Leggende che possono sembrare innocue, delle favolette, delle storielle di cui ridere visto che non hanno alcun fondamento. Ma che in alcuni casi possono essere pericolosissime. Per la salute, in primis, ma anche per la sacrosanta parità di genere.
La donna è considerata impura in quei giorni. In passato nessuno capiva come la donna potesse sopravvivere a una settimana intera di perdite di sangue così abbondanti. E c’era chi collegava questo miracolo a un patto con il Diavolo.
Anche la Bibbia ha aiutato a rincarare la dose, con parole che lette oggi fanno accapponare la pelle:

Se una donna ha un flusso nel suo corpo, e questo è un flusso di sangue, la sua impurità durerà sette giorni; chiunque la tocca sarà impuro fino alla sera. Qualunque cosa su cui si sdraia durante la sua impurità, sarà impura; qualunque cosa su cui si siede, sarà impura. Chiunque tocca il suo letto laverà le sue vesti e si laverà nell’acqua, e sarà impuro fino alla sera.
(Levitico 15,19-31)

In Nepal le donne venivano isolate e lasciate al freddo durante le mestruazioni. E lasciate anche a morire, abbandonate al loro destino. In una regione dell’India le donne con il ciclo non possono entrare nei luoghi di culto. Negando di fatto il diritto a professare la loro fede hindu.
Alcune tribù dell’Uganda vietano alle donne di toccare le mucche o bere il loro latte perché contaminerebbero tutti gli animali. In Bangladesh le pezze che si usano durante il ciclo vanno bruciate per non attirare spiriti cattivi. In Tanzania, invece, non devono essere viste da nessuno, altrimenti una maledizione colpirà la donna.
Alcune etnie della Sierra Leone credono che gli assorbenti igienici possano provocare sterilità.
Hai mai sentito parlare dell’isola giapponese di Okinoshima? È da poco patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Ma per tradizione su quell’isola le donne non possono accedere. E non solo nei giorni del ciclo. Perché le donne sono considerate impure sempre per gli shintoisti. Indovinate per cosa? Sì, perché hanno le mestruazioni. E pensare che il tempio presente sull’isola è dedicato proprio a una dea!
Ci sono paesi nel mondo in cui ragazze e donne con il ciclo non possono mangiare con il resto della famiglia. Non possono guardarsi allo specchio. Entrare in cucina. Toccare l’acqua. Persino andare a scuola.

Riappropriarsi del termine mestruazioni, per riappropriarsi dei propri diritti.

Le donne sanguinano in età fertile ogni mese, se non sono in gravidanza. Partendo da questo presupposto e dal fatto che non ci si può più nascondere, sono nati diversi movimenti femministi, anche molto criticati, perché mettono in mostra quello che tutti vorrebbero celare. Il sangue.
Sui social si combatte a suon di hashtag. #HappyToBleed e #BreakTheSilence sono stati ideati dalla 20enne Nikita Azad, che così combatte per i diritti delle donne indiane e per dimostrare al mondo intero che il ciclo mestruale non è vergognoso, non è impuro e non deve discriminarle.
Sulla stessa lunghezza d’onda il movimento #FreeBleeding, che si sta diffondendo in tutto il mondo. È una pratica utilizzata da donne che hanno deciso di liberarsi da assorbenti e tampax nei giorni del ciclo mestruale. Kiran Gandhi ha corso la maratona di Londra senza assorbente per combattere i pregiudizi legati alle mestruazioni. Il sangue le colava lungo le gambe mentre correva, per ricordare tutte quelle donne nel mondo che non hanno accesso agli assorbenti e vengono ignorate quando soffrono per il ciclo, come se lo stesso ciclo non esistesse.

Ho corso per dire: esiste e lo superiamo ogni giorno.
(Kiran Gandhi)

C’è chi accusa il movimento di essere troppo estremo. E promuovere comportamenti poco igienici.
C’è stata anche una campagna per avere tra le emoji la goccia di sangue per indicare proprio le mestruazioni, arrivata poi con le nuove faccine di febbraio 2019. Forse le donne vogliono riappropriarsi del loro diritto a sanguinare, anche attraverso le emoticon. Secondo i promotori è un primo passo per non provare più vergogna, per dire a tutti che è normale avere il ciclo. Non nascondersi più.

Ma bastano una serie di hashtag, emoji e foto senza censure a diffondere voglia di cambiamento e di eguaglianza su un tema così delicato che accompagna le donne dall’adolescenza in poi? No, non bastano. Ma sono già qualcosa. Sono già un punto di partenza. E scusa se è poco!

Rimane il fatto che di mestruazioni nel mondo se ne parla troppo poco.

E non se ne parla in maniera corretta. E le si racconta fotograficamente poco. Si allude con rose, fiori, paillettes.

Noi abbiamo deciso che ne parleremo. Non solo con questo pezzo.
Per sdoganare un tema tabù che tabù non è. E che accompagna le donne dall’adolescenza in poi. Ed è una delle cose più naturali del mondo. L’essere donna parte proprio da lì.

 

Articolo di Patrizia Chimera. Fotoreportage artistico di Alessia Cocca.

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Alessia Cocca

Fotografa, artista e persona caotica.


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1 commento

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    Cara signora, anche la defecazione è una cosa normale, iniziamo allora al far vedere una bella poltiglia marrone nelle pubblicità dei pannolini e in quelle per i prodotti antistitichezza?

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