Nippomania. Perché siamo così conquistati dal fascino del Giappone

Sta esplodendo un vero e proprio amore per il Giappone.
Pensiamo solamente ai ristoranti e alla moda sushi. Al filone fantasy, manga, fumetti, ai cosplayer. Ma pure al magico potere del riordino, all’arte della composizione floreale ikebana o alla suggestione che per noi ha sempre avuto la cerimonia del tè.
Se ci pensiamo, in fondo, potrebbe esserci davvero poco di cui stupirsi. Noi siamo quelli cresciuti con Creamy e Sampei, quelli che si sono straziati seguendo le peripezie amorose e familiari di George, che hanno imparato le divinità greche con Pollon, la storia francese con Lady Oscar, che ancora cantano le canzoni di Memole, Kiss me Licia, Ufo Robot o i Cavalieri dello Zodiaco. Quelli che grazie al maestro Miyagi hanno imparato che “Dai la cera, togli la cera” non è solo uno slogan della Folletto & co.

Indiscutibilmente il Giappone ci piace. Vanno tutti in Giappone: circa 28,7 milioni di turisti nel 2017, 20 milioni in più rispetto a 5 anni prima. 5 mila gli italiani rimasti.

Ma perché?

La risposta crediamo sia in quella capacità di mescolare tradizione e progresso, senza perdere nessuna delle due.
Il Giappone è l’ultimo grande impero. E noi vogliamo sapere cosa vuol dire assaporare quell’atmosfera di potenza e dignità, che un governo dissacrato e dissacrante come il nostro di certo non ci restituisce.
Forse il Giappone ci piace anche per tutte le sue bizzarrie e contraddizioni, per quel mix di modernità ma anche gentilezza così distante da noi.

L’ospitalità nipponica è sacra e nota. Quando ci si incontra, ci si saluta facendo un piccolo inchino, con il corpo e la testa leggermente piegati in avanti, la testa come per annuire. La stretta di mano esiste, ma nelle situazioni più informali.
Quando ci si siede a tavola in Giappone si ringrazia: itadakimasu. Molto di più del nostro buon appetito. È una preghiera. Con cui si ringrazia la terra che ha fatto crescere il pasto, gli animali, gli agricoltori, fino alla persona che lo ha preparato e messo in tavola.
E quando i giapponesi girano per le strade se sono ammalati o hanno sintomi influenzali portano la mascherina, per tutelare la salute altrui e proteggerli dai loro germi. Si lo so, stai pensando anche tu a quello che in autobus ti ha starnutito contro.
Da loro invece le mascherine sono un must e negli ultimi tempi un elemento fashion, tanto che sono approdate perfino sulle passerelle.

I Giapponesi sono puntuali. E se un treno ritarda, ma anche se anticipa di 20 secondi, arrivano le scuse ufficiali.
Certo, è vincere facile se pensiamo al confronto con i nostri servizi su rotaie e su gomma.

I giapponesi sono moderni.
Fuji, Sony, Panasonic, Canon, Fujitsu, Hitachi, Sharp, NEC, Nintendo, Epson e Toshiba. Ma anche Toyota, Honda, Nissan, Mazda, Mitsubishi, Suzuki e Subaru.
Areonautica, Energia nucleare (va ricordato anche Fukushima e le polemiche per come fu gestita la sicurezza) , diversi premi Nobel vinti: i giapponesi sono sul pezzo, con il terzo bilancio più grande del mondo per la ricerca e sviluppo (pari a 130 miliardi di dollari e oltre 677.731 ricercatori)
Ed in questo progresso tecnologico, sono anche capaci di tirar fuori sul mercato prodotti davvero unici. Uno per tutti: il water che sembra un’astronave, che quando sei in quel particolare momento e cerchi di decifrare il da farsi tra led, sensori e pulsanti, pensi davvero “Houston, abbiamo un problema”.

Un paese moderno e progredito. Dove però i transessuali devono sottoporsi alla sterilizzazione, prima di cambiare legalmente il proprio genere nei documenti ufficiali.

Il Giappone è eccentrico. Spesso non comprendiamo le motivazioni alla base, ma certamente una tale originalità ci incuriosisce.
Voglia di evasione, di travestimento, una cultura pop e fantasy che dalla carta passa a riempire vuoti quotidiani. In Giappone è possibile organizzare matrimoni a tema Final Fantasy.
Ma pure affrontare un lutto piangendo sul volto di un robot, che ha le sembianze della persona cara scomparsa.
O ammirare una stella cadente artificiale, con non poco dibattuto sulle possibili conseguenze quanto a rifiuti spaziali e rischi di collisione in orbita con altre navi.

Il Giappone è anche un paese iper competitivo e sotto stress, con un tasso preoccupante di suicidi e casi di apatia e isolamento. Un tasso con un trend fortunatamente in calo in linea generale, ma suicidi in crescita rispetto alle donne under 19.
Altro fenomeno preoccupante, che riguarda questa volta più i componenti maschili di quelli femminili, è quello degli hikikomori (fenomeno che dilaga in Giappone, ma che è purtroppo noto anche in Italia): ragazzi che si rinchiudono volontariamente nelle loro camere, relegando il loro vissuto ad una realtà virtuale, online, dove possono gestire un’esistenza che non li fa sentire inutili come invece accade nella vita reale, caratterizzata da una coppia di genitori, spesso laureati, che investe molte aspettative sul figlio maschio, di solito primogenito.
Alle femmine non accade, perché le aspettative su di loro sono più modeste.
A questo si uniscono i neet, giovani che non studiano, non lavorano e non sono impegnati nella ricerca di un lavoro, a cui questa condizione crea una mancanza di motivazioni e speranze ed anche rabbia per un paese che non lascia loro spazio; al contrario degli hikikomori, non si isolano dal mondo esterno e dalle relazioni (i neet sono un fenomeno pure italiano, con il nostro paese che si conferma come lo Stato dell’Unione Europea con il maggior numero di giovani senza lavoro e senza speranza di trovarlo).
Entrambi i disagi sono derivati da una mancata inclusione: sociologica il primo, psicologica il secondo.

Nel Giappone dedito al lavoro, con ritmi a volte massacranti, esiste anche un termine karoshi, che significa morte da eccesso di lavoro.
Uno stress da lavoro che fra le molte conseguenze ha anche il calo delle relazioni umane (e del sesso in coppia). Le implicazioni umane hanno bisogno di tempo ed energie da investire. Più semplici e soddisfacenti le risposte fornite dall’industria del sesso: robot, bambole gonfiabili, centri massaggi, locali dedicati alle perversioni sessuali e pure finti vagoni di treni dove ti puoi strusciare e palpare. E così per tutelare le donne da molestie sui treni reali sono nate le vetture rosa, riservate appunto solo a loro. Quindi i giapponese lavora, produce, non fa sesso (il 44% era il dato del 2017) per risparmiare tempo per dirla in breve, e non dorme.
Nel paese l’insonnia costa alle aziende 138 miliardi di dollari all’anno e così le startup hanno organizzato camere da letto interne per il sonnellino pomeridiano in ufficio con aromaterapia e divieto della tecnologia, richiesta di astensione dagli straordinari ed incentivi per chi dorme almeno 6 ore a notte.

Il Giappone è il paese in cui trovi ragazze per strada vestite da Sailor Moon, nei loro abiti di lycra, probabilmente made in Cina. Ma è anche il paese delle geishe, donne misteriose, colte, intelligenti, educate, talentuose. Non prostitute, ma intrattenitrici professioniste, depositarie di secolari arti tradizionali giapponesi. Ancora una volta fascino del passato ed enigma. Traffico metropolitano e silenzi sacri. Il Giappone è anche terra di Samurai.
Da un lato il volto classico del paese del Sol Levante, di cui fanno parte i riti e le gestualità, il senso dell’onore, gli origami, la pazienza, il rigore, la discrezione. Dall’altra il volto contemporaneo con le sue eccentricità e i malesseri sociali.
Grandissimo rispetto per la cura dell’ambiente, con il governo che annuncia un taglio del 25% della plastica entro il 2030  e poi riprende la caccia alle balene per scopi commerciali

Il Giappone è per antonomasia un paese dalla doppia identità.
A volte inafferabile. A volte impalpabile.
Così distante da noi da voler colmare questo gap, risolvere il rompicampo che si cela dietro.
Perché delle cose che non conosciamo spesso abbiamo paura. Ma fortunatamente, altre volte, abbiamo voglia di saperne di più.

Articolo a cura di Monia Donati

 

[Fotoreportage]

Scatti a cura di Alessia Cocca

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Alessia Cocca
Alessia Cocca

Fotografa, artista e persona caotica.


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