I ragazzi non sono numeri. I voti a scuola non hanno senso

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I voti a scuola riducono i ragazzi a semplici numeri. Senza valutare le loro reali competenze.
La scuola, invece, dovrebbe formare gli studenti in base a un’esperienza educativa personalizzata. E non standardizzata, come avviene oggi.
Più attenzione ai bisogni degli alunni, sviluppare competenze e capacità, far maturare i ragazzi.
I voti e il vecchio sistema di “promozione o bocciatura” sono ancora utili oggi? O bisogna valutare un nuovo modo di concepire le scuole moderne?

Cos’è il voto per un bambino.

Lo abbiamo chiesto a Monica Capo, insegnante presso l’IC.F. Maggiore 2 Capasso Mazzini di Napoli, tra le prime attiviste di Fridays for Future Napoli e portavoce dei TeachersforFuture, che poco tempo fa su Facebook condivideva un pensiero che fa riflettere.

“Sono convinta che, soprattutto nella primissima infanzia, questi voti non abbiano più senso. Abbiamo condotto una battaglia quest’anno alla luce dei risultati della didattica a distanza. Avevamo avanzato a maggior ragione la richiesta al Miur di non obbligarci a dare i voti ai bambini, perché era una cattiveria secondo me, un atto di malvagità, visto che si trovavano in una situazione ancora più difficile di quella in cui si trovano normalmente.

Obiettivamente non posso dare lo stesso voto a un bambino cresciuto in un quartiere disagiato, che magari non ha genitori con titoli di studio adatti a supportarlo, e a un bambino che ha alle spalle una famiglia che lo possa sostenere didatticamente e gli possa offrire opportunità educative aggiuntive. L’ho notato durante la didattica a distanza: i bambini più svantaggiati sono scomparsi, non sono mai stati presenti. Almeno prima in presenza certe situazioni cercavi di compensarle con tutte le tue risorse. Con la DAD questi bambini sono diventati fantasmi.
Significava dare un voto alle famiglie, alle mancanze. E significava ingabbiare un bambino già adesso in qualcosa che obiettivamente è la fotografia di un momento, ma che tutti speriamo non resti la stessa per il resto della vita.
È stato molto difficile questo lavoro di inquadramento, che è anche castrante, perché tante volte ci si convince di non valere più di tanto. Ed è qualcosa che ci si porta dietro nel tempo.
Ho accettato con tanto piacere la decisione da parte del Ministero di eliminare alla scuola primaria i voti numerici, per lasciare semplicemente il giudizio discorsivo. Anche se solo dal prossimo anno”.

L’assenza dello Stato.

“Purtroppo anche oggi lo Stato dimostra di non avere a cuore la scuola. Non c’è nessuna idea precisa per quello che riguarda la ripresa delle scuole a settembre. Non si mettono soldi. Si parla di cose folli, come assicurare milioni di mascherine a questi ragazzi, che purtroppo hanno anche un impatto ambientale non indifferente, piuttosto che affrontare problemi atavici della scuola: classi pollaio, mancanza di docenti, di personale ATA, di scuole degne di questo nome”.

Valutazione delle competenze VS voti numerici.

“Purtroppo ci siamo abituati a una scuola che anziché insegnare la cooperazione, vuole insegnare la competizione. Il modello di scuola che si è imposto negli ultimi 20 anni non è quello che a me personalmente piace. Abbiamo visto introdurre cose folli, come le prove INVALSI, che io aborro, perché è lontano dalla mia idea di scuola. Io insisto sul mutualismo, sulla cooperazione. Nella scuola primaria dal punto di vista didattico i ragazzi devono essere guidati per raggiungere determinati obiettivi, come essere capaci di interpretare un testo. Ma è anche importante insegnare a pensare, una cosa imprescindibile nel mio lavoro.
Più che la competizione, io insegno ai miei ragazzi a stare insieme, a non mettere in evidenza le disuguaglianze, faccio educazione ambientale, insegno la convivenza pacifica. Questo secondo me è estremamente importante insegnare ai ragazzi, oltre che leggere, scrivere e saper far di conto”.

cooperazione scolastica

Photo by Ben White on Unsplash

La scuola che vorrei…

“Il modello di scuola che immagino non è quello che interessa all’Italia e allo Stato italiano. Ogni giorno veniamo mortificati, non siamo gratificati come i nostri colleghi europei. Ma soprattutto perché siamo costretti a lavorare in difficoltà assurde, in scuole fatiscenti che ci crollano in testa. Propongono innovazione, ma dall’altro lato non abbiamo nemmeno il sapone nei bagni.
Le prospettive di un’educazione differente sono molte: il movimento di cooperazione educativa, l’educazione diffusa, l’outdoor education. Purtroppo quando ne parlo molti mi ridono in faccia riportandomi bruscamente alla cruda realtà che preferisce regalare soldi ad Alitalia o all’industria delle armi. Piuttosto che investire in un settore fondamentale come la scuola che forma le future classi dirigenti. Penalizzando il settore dell’istruzione, ci stiamo lentamente condannando a morte”.

La scuola che tutti vorremmo non è quella che abbiamo oggi sotto gli occhi.

La scuola è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo.
Malcolm X

Monica Capo

Monica Capo, insegnante

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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