C’è un tempo giusto per fare le cose?

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Sono in ritardo nella vita? Sono nel punto in cui dovrei essere?
Domande che probabilmente in molti si sono fatti, ammirando o invidiando la cavalcata dell’ex compagno del liceo nel lavoro, i traguardi sociali raggiunti dagli amici di un tempo. Perché l’asse che la collettività concepisce come di persona socialmente realizzata, equivale a: università-impiego appagante ma, soprattutto, storia d’amore-matrimonio-figli, non necessariamente in quest’ordine.

Le aspettative sociali.

In una società volta all’efficienza, i numeri contano e le aspettative e le annesse delusioni sono sempre dietro l’angolo. Perché se ai blocchi di partenza si parte tutti insieme, non è detto che gli ostacoli lungo il percorso siano i medesimi.
E scattano lo smarrimento di non sapere cosa fare della propria vita, la paura di fallire, l’ansia da prestazione, il ticchettio dell’orologio biologico, i rimpianti e tutti quei sensi di colpa socialmente costruiti e approvati, che fanno parte di un modus operandi che vuole leggere la vita non come un viaggio, ma come una timeline.

Qual è il tempo giusto.

Laurearsi: entro quando? E se si studia, ci si laurea, magari si fa anche un master, quando il primo figlio?
Interrogativi che spesso conoscenti poco intelligenti pongono, non curanti di quanta sfera privata ci sia dietro alla sola apparenza banale domanda “non è ora?”.
Inadeguatezza è la sensazione ricorrente. Frustrazione è probabilmente la seconda.
Psicologi, scrittori, ma anche imprenditori si sono cimentati in consigli sul tema, che puntano proprio al non considerare la meta, ma il viaggio.

Il tempo a tua disposizione è limitato, per questo non perderlo vivendo la vita di qualcun altro (Steve Jobs).

La vita è quella cosa che ti succede quando sei impegnato a fare altri piani (John Lennon).

Non perder tempo con l’invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro. La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso (The Big Kahuna, monologo finale).

Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto rispetto a quelle che sei riuscito a fare sbagliando. Per questo naviga lontano dai porti sicuri. Esplora, sogna, scopri (Mark Twain).

Ricorda che non ottenere ciò che vuoi, qualche volta, è un gran colpo di fortuna (Dalai Lama).

Photo by Daiga Ellaby on Unsplash

Cosa faccio con il tempo in più?

Nella valutazione di cosa è giusto per quale età, andrebbe anche considerato il fatto che l’età in sé o, meglio, l’aspettativa di vita è cambiata.
Quando l’Italia è nata, nel 1861, gli italiani erano 21, 777 milioni, con una lieve preponderanza degli uomini sulle donne. Escludendo dal calcolo i morti con meno di 5 anni (che erano numeri importanti), l’età mediana di morte nel 1863 era inferiore ai 50 anni.
Negli anni ‘60 si respirava un’aria di cambiamento e benessere e la  speranza di vita passa a 63,7 anni per gli uomini e 67,2 anni per le donne. Si aggirava sui 70,4 negli anni ’80, per salire a 76,4 negli anni 2000.
Nel 2017, dati Istatci si attesta su una speranza di vita alla nascita che equivale a 80,5. Per le stime 2018 l’età mediana di morte è di 80,8 per gli uomini e 85,2 per le femmine.

Fino alla metà degli anni Sessanta il modello tradizionale di famiglia borghese era marito operaio, moglie casalinga e almeno due figli.
Con il passare degli anni si accentua la riduzione dei matrimoni, ma anche il rinvio in più tarda età delle nozze.
A metà degli anni settanta le donne si sposavano mediamente poco dopo i 24 anni e gli uomini dopo i 28.

Nel 2016, gli uomini si sono sposati in media a 37 anni. Le donne a 33.

Negli ultimi 40 anni fa l’aspettativa alla nascita è aumentata di 10 anni. 15 se sei una femmina.
Come usare questi anni in più? Semplicemente invecchiando?

 

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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