Rape culture, perché è ora di dire basta alla cultura dello stupro

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Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 3 minutiBasta, è ora di farla finita. È giunto il momento di combattere tutti uniti, uomini e donne, contro la rape culture, quella cultura dello stupro che addossa sempre alle vittime ogni colpa. Assolvendo chi si macchia di una crudeltà immane come la violenza sessuale.

I recenti fatti di cronaca che riguardano il figlio di Beppe Grillo e alcuni suoi amici sono la riprova del fatto che non siamo ancora usciti da una ideologia tipicamente maschilista dura a morire. Perché insita come un morbo nella nostra società.
Le parole del leader spirituale del Movimento 5 Stelle sono un colpo al cuore. Una vera e propria pugnalata inferta a tutte quelle donne che hanno subito molestie e violenze. E che secondo la rape culture o se la sono cercata o si sono inventate tutto di sana pianta.
Quando finirà tutto questo?

Cos’è la rape culture, la cultura dello stupro

La cultura dello stupro, dall’inglese rape culture, indica tutti quegli atteggiamenti e quelle frasi che tendono di fronte a una violenza sessuale a minimizzare quello che è successo. Si cerca di normalizzare o giustificare quello che è un vero e proprio reato. Il termine si usa a partire dagli anni Settanta in sociologia per comprendere quei gesti e quelle parole che sembrano voler scagionare ogni carnefice, addossando tutta la colpa alla vittima.
Michela Cicculli, attivista della casa delle donne Lucha y Siesta, spiega: «Quando parliamo di cultura dello stupro indichiamo codici di comportamento e valoriali che riproducono il totale controllo del corpo maschile su quello femminile, la cui volontà viene tacitata e il cui desiderio è annullato. In questo modo il consenso di una donna non è rilevante e rimane slegato dalla sua possibilità di dire sì o no».

rape culture
Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash

Frasi come “Se l’è cercata”, “È stata solo una bravata”, “Sono solo dei ragazzi”, “Stavano giocando”, “Aveva la gonna troppo corta”, “Era ubriaca” sono tentativi di far passare il carnefici come innocenti. E la vittima come tentatrice o ingenua, non degna di essere ascoltata e aiutata. Lo scopo è minimizzare l’atto, ridimensionare la violenza di genere, portare avanti stereotipi e pregiudizi che ancora incatenano le donne, in Italia e nel mondo.

Michela Murgia, su Repubblica, spiega: «Per un meccanismo sociale che si chiama cultura dello stupro – quella secondo la quale la violenza è sexy e la sessualità è violenta – in Italia avviene l’esatto opposto. Il consenso femminile ai rapporti sessuali è considerato implicito anche in assenza di disaccordo. Se non dici no, allora è già sì».

Spesso per questi motivi denunciare molestie e violenze sessuali non è semplice. Perché la donna non viene mai creduta. Anche di fronte a prove evidenti, si cerca sempre di scagionare chi si è macchiato di un reato così ignobile. Reato che però passa in secondo piano cercando di sviare l’attenzione verso particolari che non dovrebbero mai giustificare uno stupro. Come se fosse la normalità abusare del corpo femminile.

Il video in cui Beppe Grillo difende il figlio è espressione di questa cultura

Ciro, il figlio del leader spirituale del Movimento 5 Stelle, è indagato insieme ad altre tre persone per violenza sessuale di gruppo. La vittima è una coetanea 20enne e i fatti risalgono all’estate del 2019.
La Procura di Tempio Pausania (provincia di Sassari) sta indagando sul caso. Avvalendosi di testimonianze, anche di un’altra ragazza, e di video a disposizione dei magistrati. Per difendere il ragazzo, Beppe Grillo ha registrato un video, pubblicato poi sul suo blog e su Facebook, che presenta tutte le sfumature della rape culture.

Come suggerito da Michela Marzano su La Stampa, Beppe Grillo, in due minuti di video, ha riassunto «brutalmente l’essenza stessa di quella cultura dello stupro che colpevolizza le vittime, stigmatizzandole e oggettivandole».

Photo by brbrihan on Unsplash

Nelle parole di Grillo si possono ritrovare tutte quelle accuse che spingono molte donne a non denunciare, perché sanno che finirebbero in una gogna senza fine. Passando per quelle che non sono.
Quattro ragazzi che si divertivano. Lei che denuncia giorni dopo. E che dopo va in kytesurf. Non c’è stato nessuno stupro. C’era la consensualità, c’è un gruppo che ride, sono ragazzi di 19 anni. Queste le parole del padre di uno degli accusati, che sfrutta la sua visibilità per dare contro a chi ha avuto il coraggio di denunciare. Parole che spiegano alla perfezione perché per una donna oggi in Italia denunciare uno stupro è difficile. Nessuno ti crede, nessuno ti aiuta, tutti sono pronti a puntare il dito, a guardare com’eri vestita, cosa hai fatto dopo, quanto tempo ci hai messo a denunciare.

Si tratta di vittimizzazione secondaria, come spiegato da Antonella Veltri, presidente della rete dei centri antiviolenza D.i.Re: «Le donne non sono credute, la violenza viene minimizzata, il comportamento della ragazza giudicato quasi fosse lei l’accusata. Non si è consenzienti quando si è obbligate ad avere rapporti sessuali contro la propria volontà o quando non si può prestare consenso perché ubriache». E come sottolineato da Elena Maria Boschi, Beppe Grillo con il suo video fa un torto a tutte le vittime di violenza.

Perché la rape culture è difficile da debellare?

Lo spiega perfettamente in suo post su Facebook Elisa Giomi, Commissaria presso Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e docente di sociologia dei media.

Sui social non si parla d’altro. È stato lanciato anche l’hashtag #ilgiornodopo per sensibilizzare sulla questione e spiegare che non sempre è facile denunciare. Per stare accanto a tutte le vittime di violenza, che rivivono quegli attimi ogni volta che qualcuno dà addosso a una donna per aver cercato giustizia. Sì, anche otto giorni dopo.

La strada è ancora lunga. E donne e uomini devono combattere insieme, fianco a fianco, per sterminare pregiudizi e stereotipi che non hanno più ragione di esistere. Lo dobbiamo alle generazioni future.

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