Psicologia delle fake news: perché ancora ci caschiamo?

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È oramai esperienza comune di tutti, in particolare di coloro che frequentano i social network, imbattersi facilmente in una fake news.

Ma che cos'è esattamente e perché qualcosa di falso viene divulgato in maniera più o meno consapevole? Quali meccanismi psicologici agevolano la condivisione di notizie non vere? Aspetti come l’ideologia politica oppure il livello culturale o di intelligenza possono incidere significativamente nel fenomeno? (Spoiler: no!)

Foto di rawpixel da Pixabay

Non si può iniziare a parlare di fake news, senza delineare cos'è una bufala.

Per bufale si intendono tutti quegli articoli che divulgano informazioni inventate, ingannevoli e/o distorte, create con l’intento di disinformare.
L’altra domanda a cui non è possibile non rispondere prima di spiegare il fenomeno dal punto di vista psicologico è “perché vengono create e diffuse”.
I motivi sono molto semplici: per business (siti di/con fake news generano traffico e quindi profitto attraverso introiti pubblicitari) e/o per propaganda contro o a favore di qualcuno (in particolare per interessi politici).

Ma quali sono i motivi psicologici del successo delle fake news?

Il bias cognitivo di conferma.

Iniziamo a rispondere alla domanda partendo da un’evidenza: tutte le fake news sono incentrate su argomenti che determinano forti emozioni e forti credenze. Questo incide e alimenta (purtroppo) il bias cognitivo di conferma.
Il primo meccanismo psicologico che spiega quindi il proliferare delle fake news è senza dubbio, appunto, il bias cognitivo di conferma che, a tutti gli effetti, ci rende “ciechi” e ci impedisce di accedere ad altri punti di vista diversi da quelli già posseduti. Questo bias a cui tutti (chi più e chi meno) accediamo o di cui subiamo l’influenza, ci indirizza ad attribuire maggiore credibilità a quelle informazioni che confermano il nostro pensiero iniziale, facendoci ignorare o sminuire quelle che lo contraddicono. Tendiamo, in poche parole, ad indirizzarci verso qualcosa che conferma le nostre tesi/idee iniziali piuttosto che in direzione di ciò che le nega. Il bias di conferma è a tutti gli effetti un pregiudizio e, come ogni pregiudizio, ha il compito di preservare la nostra identità e i nostri valori a discapito di ignorare anche la realtà oggettiva e scientifica dei fatti.
Hai fatto caso che la maggioranza di coloro che condividono una fake news sui social network, in presenza di una controinformazione come una notizia che certifica la bufala stessa, clamorosamente tende a rigettare questa informazione rafforzando ancora di più la convinzione iniziale pro/contro qualcosa?

Photo by Analise Benevides on Unsplash

Il backfire effect.

Qui ad agire è il backfire effect, ovvero l’effetto contrario o controproducente di informazioni vere che delegittimano false informazioni radicate. In sintesi, molte persone messe di fronte a fatti che contrastano la loro opinione, diventano ancora più radicali e attaccati alle loro teorie sbagliate se coltivate nel tempo.
Sulla stessa lunghezza d’onda è la Teoria del ragionamento motivato di Lodge e Taber (2005) secondo cui le persone (in particolare per giudizi politici) tendono maggiormente ad essere influenzate dal directional goal, ovvero dal raggiungimento di giudizi coerenti con opinioni preferite e preesistenti, piuttosto che dall' accuracy goal, ossia dalla ricerca di giudizi accurati.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e sono diaboliche in un certo senso: è come se le persone si convincano o restino convinte di quello a cui vogliono credere, cercando informazioni favorevoli al mantenimento di posizioni ed evitando accuratamente o contestando informazioni che contraddicono le loro opinioni.

Le teorie psicologiche.

Questi procedimenti euristici o scorciatoie di pensiero agiscono perché tutti facciamo inconsapevolmente “economia mentale” e, inoltre, apparteniamo ad una società e a gruppi sociali. Spiegazioni psicologiche e più specificatamente cognitive e sociali provengono da teorie molto famose.
La Teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger (1957) ci dice che ogni individuo mira alla coerenza dei propri pensieri perché questa consonanza è in grado di produrre una situazione emotiva soddisfacente e l’aumento dell’autostima. Il contrario della consonanza cognitiva (situazione ideale) è appunto la dissonanza cognitiva, la situazione che mette a disagio il soggetto, in cui pensieri sono in contraddizione tra loro.
Una “notizia falsa” ma coerente con i propri pensieri è agevolata quindi dal soggetto perché in grado di produrre emozione positiva e aumento dell’autostima.
In aiuto ci viene anche Daniel Kahneman (2011) che descrive due tipi di pensiero a cui ci affidiamo per prendere decisioni. La via 1 è rappresentata dal pensiero intuitivo/euristico che agisce automaticamente e quindi in modo veloce e senza troppo sforzo mentre il pensiero 2, pensiero razionale, opera in modo faticoso, funzionando lentamente e in modo sequenziale, logico e controllato. Anche se tutti crediamo di essere e agire in maniera razionale, in realtà non è così e il diffondersi di bufale dettato da persone che non approfondiscono ma che si limitano con pigrizia a dare per vera una notizia falsa, ne è un chiaro esempio.
A spiegarci perché determinate persone utilizzano certe euristiche e modalità semplicistiche di pensiero ci viene dal famoso effetto Bandwagon (Gavious & Mizrahi, 2001) secondo cui le persone tendono facilmente ad omologarsi al pensiero predominante della società o dei propri gruppi sociali per desiderio di appartenenza e di approvazione sociale. Non a caso, il non timore di diffondere notizie “contaminate” e “false” da parte di alcune persone è legato proprio a questo fattore che li porta a sentirsi dalla stessa parte della propria bolla sociale di appartenenza e/o dell’opinione pubblica in generale.

Photo by Alejandro Alvarez on Unsplash

I filter bubble.

Tutti questi fattori e teorie che incentivano il perverso meccanismo delle fake news, ci fanno capire quanto il fenomeno sia complesso da debellare perché agisce a tutti gli effetti su desideri innati e basi soprattutto irrazionali.
E diventa ancora più difficile la situazione se determinati siti e social network (ad esempio, Facebook) sono concepiti secondo algoritmi di filter bubble che favoriscono pensieri, contenuti e persone in linea con i nostri gusti, pensieri e favoritismi. Raccogliendo informazioni sulle nostre preferenze e sui nostri comportamenti, l’algoritmo ci propone gli elementi che si allineano con il nostro punto di vista, limitandoci pensieri contrari e in dissonanza cognitiva per ritornare a Festinger.
In estrema sintesi, gli attuali social network – concepiti naturalmente per finalità di business e per garantire una positiva esperienza di fruizione – soffiano un vento contrario al primo fattore in grado di spegnere il fuoco delle fake news: l’educazione e l’incentivazione del pensiero critico.


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Daniele Orazi
Daniele Orazi

Psicologo delle organizzazioni e del marketing. Ricercatore dell’Istituto Europeo di Psicologia e di Ergonomia


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