A scuola in box di plexiglass. Soluzione davvero a misura di bambino?

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Il plexiglass sparisce da spiagge e ristoranti, ma potrebbe arrivare a scuola.
Prima erano le mascherine e il distanziamento fisico a sollevare dubbi.
Adesso sono quei box di plexiglass che già mal sopportavamo in altre situazioni.
Perché rinchiuderci per tutta la giornata scolastica i bambini?

plexiglass a scuola

Photo by Bekah Russom on Unsplash

Rientro a settembre a scuola.

Continuano le ipotesi del Ministero dell’Istruzione per il rientro a settembre a scuola dei nostri bambini. Eravamo rimasti a mascherine, distanziamento fisico e igienizzanti. Adesso la ministra Lucia Azzolina parla di box in plexiglass intorno ai banchi per evitare contagi e focolai in aula.
Niente ancora di certo, ma solo idee per far tornare i bambini a scuola in tutta sicurezza.

La ministra vorrebbe evitare di dividere le classi in due o più gruppi.
I presidi potrebbero poter ridurre la durata delle lezioni, arrivando anche a 40 minuti.
Gli ingressi a scuola potrebbero essere scaglionati.
In classe si potrà stare in più di 15 con divisori in plexiglass tra i banchi. Soluzione scelta ad esempio in Corea del Sud. Il Liceo artistico Manzù di Bergamo si sarebbe già dotato di scatole, che potrebbero però far abbandonare l’idea di indossare la mascherina e ridurre il distanziamento di un metro. Permettendo così di usare tutti i banchi. E non ridurre il numero di bambini. Anche se la ministra precisa:

Nessuno del Comitato tecnico-scientifico, e tanto meno qui al ministero, ha mai immaginato di chiudere gli studenti dentro cabine di sicurezza, come è stato invece raccontato in queste ore, in maniera quanto meno superficiale. Ho visto immagini surreali di ragazzi chiusi dentro a strutture simili a gabbie.

Il comitato tecnico scientifico avrebbe già dato il suo benestare, al posto del distanziamento e delle mascherine.
Sapremo qualcosa nelle prossime ore. Mentre altri esperti bocciano questa nuova idea per il rientro a scuola a settembre.

gabbia aperta

Photo by Deleece Cook on Unsplash

Il no degli psicologi alle gabbie di plexiglass.

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, è contrario. L’idea lo fa rabbrividire, perché sarebbe “come vederli al guinzaglio o con la museruola“. Non potrebbe funzionare, non sarebbe naturale.

Quello che ha detto la ministra Azzolina è correlato al fatto che hanno seguito questa strada a Wuhan nel post lockdown, ma l’idea è la meno sostenibile, la meno attuabile, la meno a misura di bambino tra quelle che si possono avere.

Si potrebbero percorrere altre strade. Abbiamo tre mesi di tempo per poter studiare anche come altri paesi stanno affrontando, soprattutto in Europa, il rientro dei bambini a scuola. E il plexiglass pare non esserci in un nessuno di questi contesti.

Il problema italiano è quello delle classi pollaio. E non basta della plastica a tamponare una situazione come quella della scuola italiana che è delicata e a rischio. E non solo per il Coronavirus.
Anche Giulio Ceppi, ricercatore del Politecnico di Milano, boccia l’idea, chiedendo “un modello di didattica dinamico, flessibile e non in plexiglass“, ” una didattica integrativa in musei, cortili, spazi del Demanio“.

bambino in gabbia

Photo by Rostyslav Savchyn on Unsplash

E il no dei sindacati della scuola.

In merito ai divisori in plexiglass o altri dispositivi per il distanziamento, come le visiere per gli insegnanti, sono decisamente contrari anche i sindacati. La soluzione “da call center” non è quella più idonea.
Dopo lo sciopero della didattica a distanza, chiedono nuove assunzioni per aumentare l’organico e per assumere più collaboratori scolastici.

Franco Locatelli, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, spiega che i divisori sono “una misura estrema, da attuare se non si riesce a fare di meglio. Oltre alle altre misure, percorsi separati nelle aree di ricreazione e mascherine indossate da personale e studenti sopra i 6 anni sono sufficienti per evitare la ripresa dell’epidemia. Sul numero degli studenti per aula non abbiamo dato indicazioni. (…) Da docente universitario, ritengo che questa situazione rappresenti un’opportunità per investire sull’edilizia scolastica perché c’è bisogno di sedi sicure“.
E il punto è questo. Approfittare dell’emergenza per ripensare le scuole. Per affrontare il rientro in aula e garantire un futuro più sicuro. Coronavirus o no.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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