I papaboys esistono ancora. Ma non dormono più nei sacchi a pelo (e portano indotto)

Condividi su:
  • 32
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    32
    Shares

Sembra ieri quando sentivamo parlare di Papaboys. Magari lo sei stato anche tu. O hai conosciuto qualcuno che nell'estate del 2000 era a Roma per il grande Giubileo dei Giovani. Una Giornata Mondiale della Gioventù speciale. Perché coincideva con l'anno giubilare della Chiesa Cattolica.

I love Jesus

Photo by Andrew Itaga on Unsplash

Facciamo un passo indietro. Perché forse c'è chi non ha mai sentito parlare dei Papaboys. Anche se in quell'estate di 19 anni fa erano su tutti i media, soprattutto nazionali.

Papaboy è un neologismo.

È nato sulla stampa italiana in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Roma del 2000. Un termine per indicare i giovani che partecipavano agli eventi dedicati all'anno giubilare e in particolare ai cattolici che all'anagrafe erano più giovani. In seguito è stato usato anche per le successive Giornate Mondiali della Gioventù.

Giovani che partecipavano agli eventi come se fossero allo stadio.

Con cori, a volte anche striscioni, rivolti a chi era pontefice all'epoca. Quel papa Giovanni Paolo II che il 2 aprile 2005 in punto di morte, nell'apprendere che in piazza San Pietro c'era molta gente raccolta in preghiera per lui e in particolare molti ragazzi, avrebbe detto:

Vi ho cercato adesso, siete venuti da me e per questo vi ringrazio.
(Giovanni Paolo II)

papa

Photo by Jorge Zapata on Unsplash

"Juan Pablo secundo, te quiere todo el mundo”, dicevano gli spagnoli. "Papa sei troppo il migliore", lo slogan degli italiani, che, dai racconti dell'epoca, intonavano anche un: “Gio-va-nni Pao-lo… ta-ta-ta-ta”. E solo perché il mitico "'Po po po po po po po" della canzone Seven Nation Army doveva ancora arrivare.

E come a un concerto rock c'era chi stava a torso nudo. Chi sfoggiava cappelli di dubbio gusto per non prendere un colpo di calore. Senza dimenticare i romani che nella lunga marcia verso Tor Vergata annaffiavano quei giovani sudaticci ed esausti lanciando acqua dai balconi. Una manna dal cielo.
Una grande festa, insomma. Anche se c'era chi storceva un po' il naso di fronte a quell'entusiasmo difficile da contenere. Sarà stato il caldo torrido dell'estate romana del 2000. O il fatto di condividere con ragazzi di tutto il mondo un'esperienza indimenticabile.

Il termine Papaboys è stato usato in maniera dispregiativa, ironica.

Tanto che i giornali vicini alla Santa Sede si sono sempre ben guardati dall'utilizzarlo.
Mentre i ragazzi dell'epoca erano invece fieri di essere dei Papaboys (anche l'allora sindaco di Firenze Matteo Renzi ha voluto dichiararlo con orgoglio). E probabilmente lo sono ancora adesso.
Mentre conservano gelosamente magliette, cappellini,  borse del pellegrino e tutti i gadget che GMG dopo GMG hanno collezionato. Come sacre reliquie di una fede vissuta intensamente. E in modo gioioso. Tra amici.

"L’invenzione dei giovani che ha rinnovato la Chiesa" o la "più bella invenzione di papa Karol Wojtyla".
(Giacomo Galeazzi, Sf, Organo ufficiale di Stampa della Basilica di San Francesco d'Assisi).

Borsa GMG 2000 Roma

Photo by Patrizia Chimera

 

I Papaboys incarnavano un nuovo modo di professare la fede.

Fermi tutti. Non ci troviamo di fronte a dei fondamentalisti. O a dei bacchettoni. Ma giovani cattolici aperti mentalmente. Come ricordato anche da Umberto Eco, che ha parlato di loro come del momento clou della trasformazione della Chiesa a opera di papa Wojtyla.

Una massa di giovani che accettano la fede ma, a giudicare dalle risposte che davano in questi giorni a chi li intervistava, sono lontanissimi da nevrosi fondamentaliste, disposti a transigere sui rapporti prematrimoniali, sui contraccettivi, persino sulla droga, tutti sulla discoteca.
(Umbero Eco, Cattolici a corpo libero e laici bigotti, 2000, in Pape Satàn Aleppe).

Ma forse a questo punto te lo stai chiedendo. Me lo sono chiesta anche io ripercorrendo questa storia dai risvolti pop.

Chi sono diventati i papaboys?

I papaboys di ieri sono cresciuti. Magari hanno messo su famiglia. O forse no. Di sicuro non partecipano più alle GMG. Ma non poniamo limiti alla loro fede creativa. Ex giovani, ma solo sulla carta di identità, perché dentro lo sono magari ancora.
Alcuni continuano ad avere quella fiamma che li aveva animati. Altri hanno attaccato gli abiti del pellegrino al chiodo (o in soffitta) e ricordano con un pizzico di nostalgia quei giorni.

I papaboys di ieri, che oggi continuano a professare quel sentimento religioso (qualcuno si è inevitabilmente perso, non lo neghiamo), lo fanno con una mente decisamente più aperta di tanti fedelissimi che predicano bene l'amore di Dio, ma razzolano decisamente male. Aperture importanti come quelle alle coppie gay, ad esempio. Affossate tra fraintendimenti, speculazioni, equivoci. Annullando di fatto un momento di crescita, condivisione e preghiera fondamentale per la Chiesa moderna.

Photo by Joshua Hanks on Unsplash

A chi è stata lasciata l'eredità?

E un'altra domanda salta fuori a questo punto. È lecito chiedersi: le nuove generazioni di papaboys esistono? Ci sono ancora giovani che professano la loro fede in giro per il mondo, ma anche nelle proprie parrocchie, tra canti, cori, feste e raduni in stile Woodstock che hanno come filo conduttore l'incontro con gli altri e con il papa?

I papaboys esistono ancora. Ma non dormono in sacco a pelo.

La versione "analogica" dei follower del papa era famosa per dormire in situazioni di fortuna. Zaino in spalla, con l'inseparabile sacco a pelo (altro cimelio che conserviamo tutti), niente albergo. Si veniva ospitati in casa di persone che, tramite le Parrocchie, mettevano a disposizione un letto, un materasso, una coperta per terra. Ragazzi di tutto il mondo che venivano accolti a braccia aperte. Quando ancora le porte e i cuori venivano spalancati e non si chiudevano i porti. Quando non si era così fortunati da essere accolti in famiglie che ti coccolavano e ti preparavano la prima colazione, allora toccava la soluzione più drastica. Per terra, nelle stanze degli oratori che diventavano ostelli. O all'agghiaccio. Come nella notte di Tor Vergata del 2000. Quando tanti papaboys hanno scoperto che i giorni romani sono afosi, ma le notti romane fanno venire i ghiaccioli al naso.

Oggi i papaboys non dormono più nei sacchi a pelo, ma portano indotto a hotel e ristoranti delle location degli eventi. Magari qualcuno ancora ci dorme. Perché ama lo spirito d'avventura.
2.500-3.000 persone, nell'edizione 2016 a Cracovia, Polonia. Oltre 3.500.000 nel 2013 a Copacabana, Rio de Janeiro, Brasile, circa 2.000.000, a Madrid nel 2011, (fonte Wikipedia). 2019, "Gmg Panama: previsti 200mila giovani" (fonte Vatican news). Va da sé che una città deve organizzarsi e cogliere l'opportunità.

Oggi i papaboys 3.0 hanno anche un sito ed una web tv e una web radio, pubblica libri ed ha una propria nazionale di calcio. Si sono organizzati dal 2004 in Associazione. Come una delle tante associazioni cattoliche già esistenti in Italia. Emettono comunicati stampa per dare voce alla loro posizione ("parliamo a nome dei Papaboys, non dei Neocatecumenali, né dei focolarini, né per quelli di Azione Cattolica o di Comunione e Liberazione" Daniele Venturi, presidente dell'Associazione Nazionale Papaboys, Linkiesta, 2011).
Dialogano con la Santa Sede. Che però non li ha riconosciuti ancora ufficialmente. Perché per queste cose ci vuole tempo.

Altro dall'autore:


Condividi su:
  • 32
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    32
    Shares

About Author

Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top