Misgendering e cattiva informazione: perché usare le giuste parole è importante

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Nelle prime ore di venerdì 11 settembre una ragazza di diciotto anni, Maria Paola Gaglione, è stata uccisa dal fratello, il quale, con molta probabilità, ha intenzionalmente provocato un incidente in sella alla sua moto facendo cadere la sorella, che si trovava sullo scooter assieme al compagno ventitreenne.
Fin qui sembrerebbe “solo” una delle tante tristi e drammatiche storie di femminicidio che purtroppo sentiamo quotidianamente, se non fosse che l’incidente sia stato motivato dal fatto che la ragazza avesse una relazione con Ciro, un ragazzo come tanti, che però all’anagrafe risulta essere Cira. E questo fatto per qualcuno sembra ancora avere una rilevanza in senso dispregiativo. A tal punto da motivarne un omicidio.

Della notizia in soli quattro giorni si è scritto di tutto e ci è stato fatto leggere di tutto. Dalle accuse sconsiderate verso i genitori di Ciro, all’odio per la vita privata di una ragazza. Inoltre, come spesso accade sulla stampa nazionale, gli errori di misgendering non sono stati omessi.

Cos’è il misgendering?

Il misgendering è una forma di violenza attuabile attraverso il linguaggio, nel momento in cui ci si appella ad una persona con articoli, desinenze o pronomi che non corrispondono alla sua identità di genere. Si parla di violenza perché è un modo indiretto per delegittimare l’autenticità dell’identità di una persona.

Da quando nel 1912 venne effettuata la prima operazione per il cambio di sesso, anche se apparentemente effettuata come procedura puramente medica, fu inevitabile l’impatto legale. Vi sono storie più o meno lunghe nei vari ordinamenti giuridici per quanto riguarda la regolazione giuridica dell’identità trans e il relativo diritto antidiscriminatorio.
Dal 1982 in Italia vige una legge, la n° 164, che regola la possibilità di rettifica del sesso anagrafico. Nacque in un momento in cui vi era l’urgenza di ristabilire l’ordine sociale, rettificando anagraficamente il sesso di tutte le persone che si erano sottoposte ad un’operazione chirurgica di riassegnazione del sesso, in Germania o in altri Paesi del Nord Europa. Questa legge non ha mai subito modifiche al di fuori di una riforma poco significativa nel 2011, ma ha vissuto un costante mutamento nella sua interpretazione da parte dei giudici.

Stando alle ultime pronunce della Corte Costituzionale e di Cassazione si delinea una tendenza interpretativa che consente la modifica del nome e del sesso sui propri documenti personali anche in assenza di interventi di modifica del corpo, motivata dal fatto che il diritto all’identità personale è un diritto fondamentale, che si esprime anche attraverso l’affermazione della propria identità di genere.

Eppure, in Italia ancora si discute sulla necessità o meno di una legge contro l’omotransfobia

Se ne discute, nonostante nel diritto antidiscriminatorio detto “di seconda generazione” è assente qualsiasi tipo di prassi giurisprudenziale relativa a situazioni discriminatorie subite da persone transessuali o transgender.
L’omotransfobia però esiste, è un fatto sociale evidente, in Italia e nel resto del mondo. Lo vediamo ogni giorno e non solo nell’estremismo di un gesto omicida. Lo vediamo anche nella necessità di dover riconoscere e tutelare l’identità di genere, una sfera della vita così intima e personale, attraverso il diritto.
Spesso però, come in questo caso, il diritto a vivere una vita libera non è sufficiente alla tutela del semplice diritto alla vita, propria e di chi abbiamo intorno.

Forse come Ciro si chiami all’anagrafe o quale sesso biologico gli sia stato assegnato sul certificato di nascita non dovrebbe essere rilevante per nessuno. Il genere in fondo non è solo un costrutto sociale utile a semplificare e decodificare la realtà circostante. Il genere è un sentimento, il sentimento del genere, ossia il personale e unico modo di percepire il proprio corpo in relazione alla cultura d’appartenenza e al tessuto sociale in cui si è immersi e da cui è impossibile prescindere.

Se fosse possibile per l’umanità accettare che il genere sia un sentimento, esattamente come la serenità, la noia o la malinconia, forse se ne potrebbe accettare ogni sua sfumatura, concependo finalmente l’unicità mutevole del sentimento che ognuno può provare nei confronti del proprio corpo in relazione allo spazio sociale.

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Beatrice Gagliardo

Appassionata di musica e culture del mondo, con l'inclinazione a scrivere di diritti umani e non solo. Autrice del blog DE-GENERE di Durango Edizioni.


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