Riusciremo a imparare la lezione che il Coronavirus ci sta dando?

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La domanda è nel pensiero di molti, di chi, nonostante tutto, sia ancora capace di porsi interrogativi sul futuro. La risposta non è difficile: trasformare l’umanità, naturalmente uomo per uomo, portandolo a comportamenti del tutto diversi da quelli fin qui correnti… Vediamo di restare sul reale.

cambiare l'umanità

Photo by Bluehouse Skis on Unsplash

Può cambiare l’umanità?

Almeno da una cinquantina d’anni avevo incominciato a meravigliarmi di un’espressione ricorrente, a proposito appunto del comportamento degli uomini, cioè nostro, di noi che soggiorniamo su questa terra.
Perché le cose cambino, in un meglio che metta finalmente da parte tutto il peggio che vediamo persistere, si dovrà operare per giungere ad avere un mondo “a misura d’uomo”.
Come se il mondo, o l’umanità, che abbiamo, non siano a misura d’uomo…
Vediamo.
Da che mondo è mondo, da quando l’uomo è sulla terra, che cosa ha fatto?
Dal tempo della clava fino alla generazione della bomba atomica (et ultra, siamo in attesa di sapere come si comporterà la bomba all’idrogeno e altre già sicuramente allo studio), l’uomo è andato alla ricerca degli strumenti
più idonei a combattere e ammazzare un suo simile, persona contro persona all’epoca della guerra di Troia e poi man mano esercito contro esercito, apparato contro apparato bellico, via via sempre più efficiente e risolutivo.

La storia è storia e mai come su questo terreno è stata verità, benché non maestra.

Nel tempo, nelle mutazioni che venivano verificandosi, stagionali o epocali, il principio di colpire ed eliminare
l’avversario (che intanto diventava nemico) si radicalizzava, sostenuto da mezzi sempre più… vogliamo dire sempre più a misura dell’uomo, delle sue esigenze e del suo profitto?
Non era già questa, dall’immediato post-Adamo, la misura dell’uomo? Homo hominis lupus aveva sentenziato il
filosofo Hobbes: l’uomo è lupo per l’altro uomo… Se è stato questo il normale modus vivendi degli uomini, non era ed è già questa, e soltanto questa la sua misura?
Perché stiamo a invocarla, se già l’abbiamo, se ab ovo l’abbiamo fatta nostra?
Se è così che stanno le cose, dovremmo metterci seriamente a studiare quale possa essere la misura diversa,
inedita, dell’umanità: possiamo pensarne molte, fuorché quella che gli è evidentemente propria, e che ha dato e sta dando i risultati che sappiamo.

cambiamento

Photo by Linus Nylund on Unsplash

Un evento disastroso come quello in atto, praticamente su ogni lembo della terra, dovrebbe sì convincerci della necessità, urgente, di cambiare rotta.

In che modo potrebbe succedere l’aveva immaginato il nostro Ennio Flaiano nel Marziano a Roma, una sessantina di anni fa: un essere extraterrestre scende sul nostro pianeta da chissà quale altro, che però ne differiva antipodicamente, per venirci a parlare di amore, figurarsi!
La novità sarebbe grande, strabiliante, e nei primi appunti per il testo teatrale Flaiano racconta di una grande folla che si accalca attorno al disco volante appena atterrato.
Sgomento, paura, seguiti da un naturale esame di coscienza, con l’immediato contraccolpo di proporsi d’emblée, si direbbe improvvisando, di mutare radicalmente vita.
“Tutto deve cambiare”, dicono e si dicono gli spettatori del sensazionale fatto, immaginando la prossima
discesa in massa dei marziani, chissà con quali sconvolgenti intenti ed effetti.
“Questa è la punizione di Dio per tutte le vostre puttanizie!”, grida un vecchio, una specie di santone barbuto e lacero.
Forse un abruzzese, osserva Flaiano in quell’appunto. Kurt, il marziano, si ferma a Roma e socializza, sembra che davvero qualcosa di nuovo stia per accadere, ma passa pochissimo tempo e già l’extraterrestre si fa organico ai “costumi” dei terrestri, presto fagocitato dal loro modo di vivere: al punto da non fare più notizia, né minimamente interessare più a nessuno, fino ad essere sonoramente spernacchiato.
Sul piano reale, concreto, storico si direbbe, qualcosa di simile era avvenuto alla fine della guerra (la Seconda
Mondiale), negli anni succedutisi a quel 1945. Una straordinaria euforia, un sentimento di liberazione vissuto ad ogni livello, un proposito generale di dimenticare, ricostruire, rifondare le basi dell’esistenza, soprattutto di
non fare più guerre, avendo sofferta in tragica misura quella testé conclusa.

Pochi anni di irrefrenabile speranza, ma già nel 1950 la guerra di Corea, prima prova per altre che sarebbero seguite.

Ricordo che, in quell’anno, il primo di Università per me diciottenne, il cosiddetto papiro, un foglio scritto e disegnato in maniera normalmente “colorita”, di cui ogni matricola doveva munirsi (non senza pagare qualche pedaggio) come accredito presso gli anziani, ebbene quel foglio incominciava con queste parole: “Corea l’anno 1950…”, Corea anziché correva, a sottolineare la “novità” di quella guerra.
Progressivamente si vennero presto accendendo tanti focolai di guerra, il Vietnam, le Falkland, più d’una nel Medio Oriente, mentre il ricordo del tragico conflitto vissuto e sofferto usciva di scena, nonché dalle coscienze degli uomini. Se avvenga, quando che sia, la fine del Coronavirus, sapremo farci protagonisti di una resipiscenza profonda e collettiva, disposti tutti a virare decisamente per tutt’altre rotte?
Possiamo augurarcelo, ma non si sa su quali basi concrete, se i presupposti sono quelli che governano la cronaca quotidiana: “scannarsi” (per buona ventura a parole e a distanza d’obbligo) tra gli uomini, per questioni
politiche, e tra gli Stati (nazioni, comunità, razze), radicati nei loro stretti interessi. In tutta coscienza, non riesco a vedere, o pensare, come farà il mondo a cambiarsi, e per opera di chi, di quale miracolo. Vireremo di rotta, dicevo, o… vireremo diritto?

About Author

Giuseppe Rosato

Giuseppe Rosato è un poeta, scrittore e critico letterario. Ha insegnato lettere e lavorato alla Rai. È autore di alcune antologie in uso nelle scuole. Nota la sua stretta amicizia con Ennio Flaiano.


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