Non solo Halloween. L’Italia tra tradizioni e ricorrenze da non dimenticare

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Enzo Verrengia
Enzo Verrengia scrive narrativa, dalla fantascienza allo spionaggio, e si occupa di giornalismo culturale collaborando alla Gazzetta del Mezzogiorno, a Conquiste del Lavoro e al portale Globalist. Ha pubblicato su Segretissimo e Urania, nonché saggi, romanzi e racconti. Traduce per la Mondadori.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiUna volta gli scheletri si tenevano nell’armadio. Da qualche decennio anche in Italia si espongono nelle vetrine di fine ottobre.

scheletri halloween
Photo by Manny Becerra on Unsplash

Verdognoli e fosforescenti, con ghigni beffardi che sembrano già ridanciani come nella serie di Scary Movie. E accanto a loro, cappelli a punte da strega, pipistrelli e zucche arancioni dai tratti caricaturali, nelle quali sono stati scavati occhi naso e bocca. Il Grande Cocomero.

Negli Stati Uniti lo si appende alle finestre la sera del 31 ottobre. È Jack O’Lantern, il simbolo di Halloween, che prende il nome da un singolare irlandese. La leggenda lo volle in grado di gabbare il diavolo, convincendolo prima a bere con lui, poi a trasformarsi in moneta da utilizzare per altre sbronze, quindi in pianta. Il tizio in questione, detto Stingy Jack, dopo morto fu rifiutato sia in Paradiso, data la sua astuzia indegna di un beato, sia all’Inferno, dove ne avevano già abbastanza di lui. Perciò Satana lo condannò a vagare per sempre sulla terra, con solo una lanterna di carbone a illuminargli la via.
Di qui, la consuetudine di ricordarlo dapprima vuotando rape e patate, poi con le zucche americane, i pumpkin, adattissimi allo scopo. L’americanizzazione dell’immaginario peninsulare per ragioni di profitto da tempo è sfociata nel grottesco, se non nella mancanza di rispetto. Perché di certo Halloween non sarà, non può essere, una festa, mentre incalza il Covid 19 e se ne contano le vittime. Tra le varie rinunce in nome della sicurezza sanitaria, bisognerebbe astenersi da una festività spuria, in forte odore di sfruttamento commerciale.

giorno dei morti
Foto di Joggie da Pixabay

Molto più in tema la commemorazione dei defunti, il due novembre.

Il Giorno dei Cimiteri. Preceduto dalla notte delle calze, che comunque apparivano nelle vetrine del centro sud, una parte consistente e solare di quello che si chiama non a caso Mezzogiorno, non ancora globalizzato come alcune insipide città adriatiche del centro-nord, tutte frustrate nel sogno impossibile di diventare delle Los Angeles in miniatura e per questo patetiche imitazioni con i loro armamentari di Halloween in bella mostra.
Non è, il novembre che comincia in Italia, occasione di festa, bensì di preghiera e riconciliazione con il ricordo degli estinti, che non sempre sono “cari” come nel titolo di Evelyn Waugh. Anzi. Da Roma a Napoli, da Foggia a Bari, morti, mortacci e stramorti vengono indirizzati al prossimo per augurarli il peggio. Magari per manovre spericolate al volante, nel traffico mediterraneo, levantino. Si evocano le radici dell’avversione per gli altri. Che si spinge fino ai loro avi. Ma è appunto questa l’altra faccia degli stramorti: che sono l’identità, la stirpe, nel bene come nel male.

Perciò la consuetudine di lasciare la tavola apparecchiata la notte del primo novembre, in attesa che passino le anime dei defunti a consumare i resti e lasciare una calza di dolci per i bambini, è il riconciliarsi di una cultura con se stessa nel ricongiungersi al passato. E quelli che non ci sono più non ritornano con fattezze da zombie come in una storia horror di Ray Bradbury o Stephen King, bensì con le sagome evanescenti dei racconti popolari.

ricordare i defunti
Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Meglio le consuetudini di pura marca italiota.

Tra le pinete, le doline e il mare del Gargano, per esempio, si chiama l’anem’i mort, l’anima dei morti. La tradizione di Sannicandro Garganico, che coniuga il culto mediterraneo e cattolico dei defunti con le correnti rituali celtiche della festività anglo-americana. Con ventiquattro ore di anticipo.
La sera del 1º novembre i bambini si aggirano per le strade di Sannicandro e bussano alle case ripetendo la cantilena: «L’anem’i mort o te sfasce la port!» (l’anima dei morti o ti sfascio la porta). In cambio, si devono loro offrire delle leccornie. Inizialmente la questua viene effettuata solo tra parenti, poi eventualmente può allargarsi anche agli estranei. E non si può rifiutare. Proprio come accade nelle città americane. Solo che non è a causa di possibili scherzi, bensì per rispetto, appunto, all’anima dei defunti. Con un’altra importante differenza. A Sannicandro Garganico, almeno fino a qualche anno fa, i doni obbligati erano le specialità locali: i ficura secc, fichi secchi, e i celeberrimi pupurat, i taralli scuri a base di miele e mosto cotto. In loro mancanza, nel passato
andavano bene anche le castagne. Dolci legati all’autunno e dunque alla vicenda stagionale su cui è imperniata la Halloween originale celta.

Il pellegrinaggio nei cimiteri (altro assembramento adesso a rischio) che si accompagna ai giorni dei morti riguarda anche la Storia, oltre che la memoria. Mentre la possibilità di registrare il passato con l’elettronica appiattisce la percezione della realtà in un continuo presente digitale. Che rischia di cancellare i morti di ogni notiziario, oggi soprattutto da virus, con quelli dell’edizione successiva.

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