Celebrare la gratitudine: serve ai distratti o alla propaganda?

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Oggi si celebra la giornata mondiale della gratitudine. Uno dei sentimenti più nobili, che rinsalda i rapporti umani. Eppure, suggerisce un accostamento irrispettoso.
All’inizio del romanzo 1984, di George Orwell, il protagonista Winston Smith vede nella mancanza di energia elettrica un segno di austerità dovuto alla Settimana dell’Odio. Ovvero una mobilitazione di massa contro il nemico della società totalitaria. C’è differenza tra gratitudine e odio, tuttavia nell’Occidente più avanzato ricorrono momenti corali, nonostante l’enfasi posta sulla privacy.

Esistono miriadi di «giornate di…» e feste laiche. Quella del papà, della mamma, del lavoro, della donna, della pace. Con annessi gadget: maschere a carnevale, mimose l’otto marzo e via dicendo. Da non confondersi con gli anniversari sanciti dalla storia, sui quali ormai si smorzano i toni. Per esempio il 25 aprile, troppo intriso di divario ideologico per chi vorrebbe dei partiti a melassa, angloamericani. Il tutto separato dal calendario religioso, che invece domina altrove. Sotto l’egida islamica, il Ramadan comprende la dedizione individuale alla preghiera e una partecipazione introvabili sul versante cristianizzato. Qui la liturgia del Natale è sopraffatta dal commercio. In Italia, la Pasqua viene sdoppiata in Pasquetta per legittimare il collaudo primaverile dei serpentoni motorizzati che attendono a Ferragosto.

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Ma nelle iniziative di promozione civica, cui vanno ascritte molte “giornate di”, c’è dell’altro

Innanzitutto, la necessità di lanciare messaggi finalmente provvisti di contenuto a fasce di popolazione di­stratte, quando non rimbecillite dalla mitologia digitale. L’ansia pervasiva e invasiva di politicamente corretto indurrà al varo di date da dedicare a qualsiasi cosa.

Nel novero rientravano anche le domeniche senza auto prima del lockdown, rese ineludibili dal degrado ecologico. Farcite di spettacoli all’aperto, proposte varie di intrattenimento e un senso indotto di gioiosità altruista troppo lontano dalla verità nuda e cruda: l’asfissia da smog viene provocata da un modello di sviluppo che favorisce il mercato dei mezzi privati e il trasporto su gomma. Col risultato della solita euforia transitoria che ha oscurato le ragioni dei sindaci non aderenti all’occasione. Questi ultimi hanno espresso valutazioni più realistiche e sincere del fervore “verde” dilagato nei media. Inutile essere della partita per città oberate da scarsi bilanci, che non possono offrire né servizi sostitutivi né adeguate occasioni ricreative a quelli forzosamente privati della possibilità di spostarsi.

Di qui ai giochi nascosti dietro le celebrazioni virtuali. Essenzialmente due: il business e la propaganda. Il Natale approda in Giappone, terra dello shinto, la sottomissione rigida all’autorità, che di cristiano non ha nulla. Slitte, abeti e decorazioni laggiù non hanno che uno scopo, l’impennata delle vendite che si registra in termini speculari a New York, Londra, Parigi, Roma e altre capitali intercambiabili del mondo sviluppato. Stesso principio in base al quale dagli Stati Uniti Halloween sta poco alla volta sostituendo il carnevale altrove.

Anche la giornata della gratitudine rischia di allinearsi con le campagne di sensibilizzazione che finiscono sempre per risolversi in una bordata di consensi per i promotori.

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Si prendano le settimane dei beni culturali

Come se bastasse aprire le porte dei musei e affiggere manifesti. L’italiano medio continua a vegetare indifferente tra le rovine del suo stesso passato illustre senza sapervi leggere un retaggio, una identità nel brodo della globalizzazione. Alla stessa stregua in cui lo storico francese Jacques Le Goff nel volume La civiltà dell’Occidente medievale analizza il comportamento dei barbari tra i resti dell’Impero Romano. Non conoscevano la funzione delle strade lastricate e ricavavano sentieri di terra battuta, più pratici. O peggio, all’interno dei palazzi già forniti di strutture igieniche, ricavavano angoli di sistemazioni precarie e improvvisate. Così oggi si lasciano i monumenti all’oltraggio della teppa indigena o del marine canadese di turno che sfregia senza sapere cosa. Quanto ai musei, occorreva un ministro come Alberto Ronchey a creare il caso, visto che per decenni erano stati abbandonati all’incuria di personale dequalificato e demotivato, spesso assunto per raccomandazione.

Eppure la corsa alle ricorrenze inventate non si ferma. L’UNESCO ha proclamato il 21 marzo giornata mondiale della poesia. Si pensa, in questa maniera, di ripristinare d’ufficio la tensione creativa del linguaggio colpita a morta dall’analfabetismo informatico? Non si tarderà a proporre il Computer Day, e magari anche lo Smartphone Day.

Da dove vengono questi due percorsi paralleli e complementari –il business e la propaganda– della celebrazione obbligata? Non dall’onnipotenza tentacolare di un’oligarchia nascosta, come paventato da Orwell, bensì per un contagio di mentalità alla luce del sole, proveniente dagli Stati Uniti. «Le festività, in America, sono i totem intorno ai quali balla una tribù soddisfatta». Lo scrive non un sociologo d’assalto, ma un giornalista che osserva disincantato, Beppe Severgnini in Un Italiano in America. In materia di giornate ad hoc è lucidamente esplicativo: «Le tradizioni, che noi europei sentiamo talvolta come un peso, in America costituiscono una conquista. Avere una tradizione significa possedere un passato; possedere un passato vuol dire sentirsi le spalle coperte».

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L’Italia e Europa non hanno bisogno di ricrearsi retrospettive immaginarie

Anche senza le “giornate di…”. Il problema è ricostituire il tessuto intellettivo in grado di assimilarla al senso personale della civiltà. Processo lungo e complesso dopo decenni di lobotomizzazione consumista. Per il quale non è sufficiente una giornata e neppure un anno. Fortunatamente i valori che costellano le nazioni europee sono concreti e tridimensionali, non artificiali in versione Disneyland oppure online. Allora, come afferma lo scrittore Brian Stableford, «quando una società ha una vera storia, nulla può essere perso o dimenticato».

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Enzo Verrengia

Enzo Verrengia scrive narrativa, dalla fantascienza allo spionaggio, e si occupa di giornalismo culturale collaborando alla Gazzetta del Mezzogiorno, a Conquiste del Lavoro e al portale Globalist. Ha pubblicato su Segretissimo e Urania, nonché saggi, romanzi e racconti. Traduce per la Mondadori.


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