Forti, indipendenti, appassionate, coraggiose: le donne italiane sono questo e molto altro ancora

In evidenza

Redazione i404
Redazione i404
i404 racconta com'è cambiato il mondo e dove sta andando. Quello che raccontiamo è un’opportunità.

Tempo di lettura stimato: 10 minuti

Le donne mi hanno sempre sorpresa: sono forti,
hanno ancora la speranza nel cuore e nell’avvenire.
Monica Vitti

Nessun’altra frase può rappresentare meglio l’universo femminile, composto da mille sfaccettature differenti, ma che riflettono tutte una forza, un coraggio e una caparbietà che rendono ogni donna semplicemente eccezionale. Essere donne non è mai stato facile. Oggi più che mai, dal momento che viviamo in una società in cui tutto il carico è sulle spalle delle figure femminili. Spesso non supportate adeguatamente, discriminate, vittime di violenze, abusi, stereotipi.

Le donne devono sempre lottare il doppio rispetto agli uomini per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissate. Ma nonostante gli ostacoli e le difficoltà non demordono mai. Sono sempre pronte a lottare, per i propri diritti e per i diritti dei più deboli. Instancabili come solo loro sanno essere.

Abbiamo ascoltato con piacere le storie di 5 donne apparentemente diverse, che però hanno nel cuore la stessa tenacia e la stessa forza, lo stesso orgoglio per chi si è diventati e la stessa speranza di crescere ancora e di portare a termine sogni e obiettivi. 5 donne che possono raccontarci la tenacia di tutte le donne che oggi in Italia e anche nel mondo vanno avanti per la loro strada fiere e orgogliose. Per realizzarsi nella vita e anche per rendere il mondo un posto decisamente migliore dove vivere.

storie di donne
Photo by Joel Muniz on Unsplash

Non farsi mai condizionare da quello che pensano gli altri, soprattutto quando vogliono sminuirti

Monica Capo è una maestra di scuola primaria di Napoli, giornalista e attivista per il clima. Protagonista attiva del movimento Fridays for Future Italia, lo è anche del gruppo Teachers for Future, in particolare nella sua Regione, la Campania, dove lotta ogni giorno non solo per i diritti dei suoi bambini a scuola, ma anche per l’ambiente. È anche tra i promotori del movimento Priorità alla Scuola, per chiedere a gran voce che gli istituti scolastici riaprano per accogliere studenti di ogni età.

Come hai fatto a diventare la persona che sei? Quali abilità hai appreso dall’esterno (studiando, o da un genitore) e quali pensi fossero già dentro di te?

Intanto non credo di essere diventata ancora la persona definitiva nella mia vita. Immagino nei prossimi anni ci saranno altri cambiamenti, spero sempre in meglio.

Sicuramente penso ci sia un fattore di indole genetico che ti dà la spinta a migliorarti. Però devo essere onesta, i miei genitori mi hanno sempre guidata e incoraggiata nello studio, nonostante avessero un titolo scolastico che non era altissimo. Ma forse la licenza media di allora equivale a un liceo di oggi. Anche il loro esempio è servito: io mi ricordo sempre i miei genitori con un libro o un giornale in mano o a guardare qualcosa di interessante alla tv. Mi ricordo quando mio padre iniziava conversazioni su tanti argomenti anche con noi figli, in famiglia, a tavola: lo faccio spesso anche io con i miei “bambini” e con mio marito.
Penso anche che quando nasci in una famiglia abbastanza umile c’è sempre quel desiderio di migliorare e di fare meno sacrifici rispetto a quelli che hanno fatto i tuoi genitori.

Ci sono condizionamenti sociali e condizioni limitanti che sei riuscita a trasformare in opportunità?

I condizionamenti sociali sono stati rimossi, perché caratterialmente non mi sono mai fatta condizionare da quello che pensavano gli altri, anche quando mi trovavo di fronte a persone che mi volevano sminuire. Sono sempre andata dritta per la mia strada e mi sono proiettata verso l’obiettivo che volevo raggiungere e la persona che volevo diventare.

Se hai figli, sei riuscita a trovare un punto di equilibrio tra vita lavorativa, vita familiare e qualità della vita in toto?

Per la professione che faccio, sono riuscita a trovare un punto di equilibrio tra la vita lavorativa, la vita famigliare e tutto quello che mi piace fare, soprattutto l’attivismo. Probabilmente però perché io faccio un tipo di lavoro che non mi fagocita. Mi metto nei panni di tutte quelle donne che a un certo punto della vita vengono costrette a scegliere se dedicarsi interamente alla carriera, se avere figli o se avere un attimo di tregua dal lavoro. Penso a mie amiche o persone di famiglia che lavorano in contesti nei quali non trovano mai un respiro.

Hai la bacchetta magica, ma puoi eliminare soltanto uno dei seguenti problemi: violenza di genere, discriminazione sessista, disparità economica. Quale scegli?

Se avessi una bacchetta magica eliminerei la discriminazione sessista, perché penso che da qui nasca a catena tutto il resto: la disparità economica, la violenza di genere. È una cosa che io comincio a insegnare ai bambini piccoli: l’educazione di genere è un argomento sul quale io mi concentro molto perché penso che sia una questione di educazione.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi (maschi) di lavoro?

Nel mio contesto non ho tantissimi colleghi maschi. La scuola primaria è di solito molto femminile, un segmento di scuola dove di solito insegnano le donne. Con quei pochi con cui ho lavorato, devo essere onestà, ho avuto rapporti molto tranquilli, mai conflittuali.

Qual è la parola chiave che potrebbe riassumere fin qui la tua vita?

Ostinazione, perché è quella che mi ha sempre contraddistinta, mi ha dato sempre la forza di andare avanti anche in momenti difficili della mia vita, che non sono mancati. E credo che sarà la leva che mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni.

donne
Photo by Karl Magnuson on Unsplash

Sono quello che sono per la mia famiglia, per me stessa e per i miei studi

Cristina Maccarrone è una giornalista, SEOcopywriter e formatrice. Nata a Furci Siculo (provincia di Messina), ha vissuto a Roma per poi trasferirsi a Milano, città del suo cuore da 12 anni. Anche se la Sicilia è sempre con lei e in quello che fa. Ecco perché è contenta che il suo primo libro “Scrivere per informare“, manuale per blogger, giornalisti e comunicatori, scritto insieme a Riccardo Esposito, sia edito da Flacowski, editore siciliano.

Come hai fatto a diventare la persona che sei? Quali abilità hai appreso dall’esterno (studiando, o da un genitore) e quali pensi fossero già dentro di te?

Questa è una bellissima domanda e porta tantissime riflessioni. Credo che sono quello che sono – e voglio ancora migliorare, ovviamente – per la mia famiglia, per me stessa e per i miei studi.

Mi spiego: la mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale.
Da mio papà che purtroppo non c’è più ho imparato a lavorare con onestà e consistenza, ho appreso la pragmaticità e questa tendenza a non lamentarmi quasi mai. E infatti non mi piace chi si lamenta. Certo, so che a volte può esserci uno sfogo, ma preferisco rimboccarmi le maniche come ha sempre fatto lui, anche quando si è rotto due braccia contemporaneamente.
Da mia madre ho imparato la capacità di fare pubbliche relazioni e creare amicizie facilmente. Sia io che lei entriamo subito in connessione con le persone e restiamo impresse. Parleremmo anche con i muri e per me che faccio la giornalista e la formatrice capirai che è una grande abilità.
Da mio fratello e mia sorella ho preso la capacità di aiutare gli altri e di esserci.
Inoltre devo dire grazie al mio compagno che mi aiuta a organizzare meglio il mio lavoro, da lì sto imparando un approccio più snello e consapevole (io sono una disordinata cronica).

A me stessa invece devo il fatto di avere un sogno da quando avevo 14 anni e di averlo perseguito pur lasciando la Sicilia, ma portandola con me. E un’altra cosa: il fatto di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, sì, sono un’ottimista pragmatica, dici che sia un ossimoro? E poi il fatto di sapere coltivare le relazioni. Non è facile: ci vuole tempo, a volte mi perdo, ma ci riesco. E ai miei studi classici devo tutto: come scrivo, come penso, come metto le cose in campo. Senza il classico e la facoltà di Lettere non sarei quella che sono.

Ci sono condizionamenti sociali e condizioni limitanti che sei riuscita a trasformare in opportunità?

Sì, il fatto di essere nata in un paese di poco più di 3mila persone era un limite. Leggevo i vari Glamour e altre riviste e tutto avveniva a Roma e Milano. Essere stata una paesana avrebbe potuto essere un limite, ma una volta arrivata in città – prima nella capitale e poi qui a Milano – ho aperto la mente e accolto la città dentro di me. Non le ho fatto muro e ci siamo scambiate il nostro modo di essere: a modo mio ho portato un po’ di sicilianità a Milano. Poi sono figlia – orgogliosa – di un falegname e una cuoca dell’asilo nido, lavori pratici e non della “conoscenza”, nessun giornalista in casa e devo dire nella mia famiglia pochi laureati. Eppure sono qui.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Cristina Maccarrone (@cristinamacca)

Hai la bacchetta magica, ma puoi eliminare soltanto uno dei seguenti problemi: violenza di genere, discriminazione sessista, disparità economica. Quale scegli?

Mamma mia, che domandone pure questa! Di primo acchito direi violenza però forse la disparità economica perché credo che la violenza di genere e la discriminazione sessista sono molto legate alla disparità economica. Essere donne indipendenti, soddisfatte del proprio lavoro e con la possibilità di provare a fare quello che desiderano può limare molto lo scegliere una persona violenta e accettarlo e il subire le discriminazioni sessiste. Va da sé che se il Genio ha dato ad Aladin 3 desideri me li aspetto anche io e voglio eliminare tutte e 3!

Che rapporto hai con i tuoi colleghi (maschi) di lavoro?

Molto buono: adoro lavorare con gli uomini. A volte portano nel lavoro una maggiore ilarità e voglia di scherzare. Ovviamente, è un discorso generico, ma credo che noi donne ci prendiamo molto sul serio forse perché dobbiamo lottare con quanto detto sopra. Comunque, sì, lavoro benissimo con gli uomini, ma anche con le donne.

Qual è la parola chiave che potrebbe riassumere fin qui la tua vita?

Coraggio. Coraggio di andarsene, coraggio di proseguire nelle proprie scelte, coraggio di andare avanti nonostante i lutti, le mancanze e tutto quello che la vita può riservare. Mi ritengo una persona coraggiosa.

coraggio
Photo by Michael Schofield on Unsplash

Migliorarsi ogni giorno e mostrare i propri difetti

Paola Lomuscio è un’artista nata a Bari. Oggi vive ad Andria. Dopo il diploma all’Istituto d’Arte e grazie anche allo studio da autodidatta, ha ottenuto grandi successi, anche internazionali, e raggiunto molti obiettivi. La sua matita è sempre con lei (Io e la mia matita è anche il libro che ha scritto per raccontare le sue creazioni). E oggi ha intrapreso una nuova collaborazione per “illustrare” anche capi di abbigliamento.

Come hai fatto a diventare la persona che sei?

Ogni giorno cerco di migliorarmi, mostrando sempre i miei difetti. Perché quelli ti caratterizzano di più e in ogni modo sono la tua persona!!!

Quali abilità hai appreso dall’esterno (studiando, o da un genitore) e quali pensi fossero già dentro di te?

Sto imparando (piano piano), a non dar troppa voce al giudizio altrui. Soprattutto nel mio campo (cioè quello artistico). Sono tutti pronti a giudicare il prossimo. Ecco, io cerco sempre di essere gentile. Perché la gentilezza, è la miglior arma contro la prepotenza.

Il disegno penso sia una cosa innata,  come cantare, ballare… Ecco, la mia innata abilità è disegnare.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Paola Lomuscio ✏ (@paola_lomuscio_)

Ci sono condizionamenti sociali e condizioni limitanti che sei riuscita a trasformare in opportunità?

Il web mi ha aiutato tantissimo a trasformare i miei sogni in realtà. Però, come in tutte le cose, non è facile. Devi sempre trovare la chiave giusta. Ed io la sto ancora cercando.

Qual è la parola chiave che potrebbe riassumere fin qui la tua vita?

Non demordere.

non demordere
Photo by Heather Ford on Unsplash

Tutto è cambiato quando ho mutato prospettiva e mi sono fermata a osservare

Barbara Reverberi è una giornalista freelance, che mette ogni giorno a disposizione la sua esperienza di media relations e comunicazione digitale per sostenere i freelance come lei. Ha scritto anche un libro, “Freelance digitali. Una guida pratica per diventare imprenditore di te stesso“. È anche fondatrice del Freelance Network italiano

Come hai fatto a diventare la persona che sei?

Ho sperimentato, sbagliato, sofferto, gioito e condiviso. Oggi sono qui, una giornalista freelance che si è reinventata per fare da mentore a coloro che vogliono diventare imprenditori di loro stessi, ma ho ancora molto da imparare e molto da fare. Tutto ha cominciato a cambiare quando ho mutato prospettiva e mi sono fermata a osservare. C’è un mondo, di possibilità e di persone che possono guidarci o ostacolarci, ma sempre impareremo la lezione che la vita ci ha riservato.

Quali abilità hai appreso dall’esterno (studiando, o da un genitore) e quali pensi fossero già dentro di te?

Dai miei genitori ho appreso la determinazione e la fiducia negli altri. Dentro di me ho sempre trovato la voglia di fare e la creatività per raggiungere le soluzioni. Anche alternative.

Ci sono condizionamenti sociali e condizioni limitanti che sei riuscita a trasformare in opportunità?

Sono cresciuta con un’educazione rigida, non tanto in famiglia, ma soprattutto a scuola. Da bambina ero sovrappeso e spesso i compagni mi prendevano in giro. Ho messo insieme queste due situazioni e le ho volte a mio vantaggio. Mi sono concentrata nello studio, nella lettura. Volevo imparare e credo sia ancora la molla che mi spinge a guardare sempre avanti. A quarant’anni ho cominciato anche a lasciare andare e a uscire dalle manie di perfezione che non portano risultati, ma solo ansie bloccanti.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Barbara Reverberi Mentor (@barbareve70)

Se hai figli, sei riuscita a trovare un punto di equilibrio tra vita lavorativa, vita familiare e qualità della vita in toto?

Oh sì! Quando sono diventata freelance. L’ultimo mio lavoro da dipendente mi impegnava moltissimo e mia mamma mi curava i bambini. Quando si è ammalata ho dovuto scegliere e ho scelto loro nel momento più complicato: la pubertà o pre-adolescenza. Oggi sono felice. Ho il mio spazio. Ho creato in casa la mia postazione e loro, ora grandi, conoscono i miei spazi e li rispettano. Ci prendiamo insieme delle pause, pranziamo o ceniamo sempre insieme e il dialogo costruito in questi anni è sincero e aperto.

Hai la bacchetta magica, ma puoi eliminare soltanto uno dei seguenti problemi: violenza di genere, discriminazione sessista, disparità economica. Quale scegli?

Violenza di genere. Non esiste. Non sopporto le prevaricazioni, tanto meno di genere.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi (maschi) di lavoro?

Molto libero. Quando intuisco un po’ di malumore ricorro all’ironia e lascio perdere. Poi, al momento giusto, metto i puntini dove servono e dimostro con i fatti l’efficacia di una mia proposta. E se sbaglio, lo ammetto. Funziona.

Qual è la parola chiave che potrebbe riassumere fin qui la tua vita?

Espansione.

espansione
Photo by Jordan Wozniak on Unsplash

Prendersi cura di se stessi significa anche avere il coraggio di conoscersi

Sara Pignatta è un’infermiera di 40 anni che lavora all’ospedale San Luigi Gonzaga, in provincia di Torino, ed è mamma di una bambina di 10 anni, Matilde.

Come hai fatto a diventare la persona che sei?

Posso dirti che non mi sento affatto arrivata da nessuna parte, mi sento sempre in ricerca e tendenzialmente sempre inadeguata in vari ambiti. Dopo il liceo ho inizialmente fatto un percorso di laurea per diventare mediatore linguistico in inglese e spagnolo perché non volevo più saperne di materie scientifiche.

Poi è capitata una cosa che mi ha fatto capire di aver fatto una scelta di comodo e non quella che volevo veramente: un mio parente stretto ha avuto un incidente stradale in moto ed è rimasto paraplegico dalla vita in giù. Nei mesi in cui è stato ricoverato al CTO (ospedale di Torino, ndr) sono andata spessissimo a trovarlo e li ho sentito davvero ciò che volevo fare per realizzarmi come persona: volevo un lavoro dinamico e che potesse essere utile al prossimo.

Ho sentito forte il richiamo alla professione infermieristica che già durante il liceo era balenato ma per cui non avevo coraggio e pensavo di non farcela. Invece ho superato tutti gli esami con profitto al primo colpo e fortunatamente mi sono laureata nei tempi giusti. Inizialmente ho fatto tutti i concorsi possibili e ho lavorato sei mesi al Cottolengo, poi ho vinto il concorso al san Luigi e tuttora lavoro li.

Quali abilità hai appreso dall’esterno (studiando, o da un genitore) e quali pensi fossero già dentro di te?

Ho appreso dai miei genitori la disponibilità al prossimo e l’impegno nel lavoro e ho fatto fruttare la mia indole personale propensa all’ascolto dell’altro. È un lavoro faticoso e spesso “rovinato” dalla burocrazia, ma non esiste una gratifica migliore del sorriso soddisfatto e riconoscente di una persona malata che torna a casa.

infermiera
Photo by Mick Haupt on Unsplash

Se hai figli, sei riuscita a trovare un punto di equilibrio tra vita lavorativa, vita familiare e qualità della vita in toto?

Devo molto se non tutto all’aiuto dei miei genitori e dei miei suoceri. Davide è scomparso quando Matilde aveva 17 mesi ed è stato complicato trovare la quadra nella gestione tra i turni e lei. Sono stata circondata dall’affetto e dalla presenza di amici e parenti e grazie al lavoro di squadra sono riuscita a trovare quell’equilibrio organizzativo che mi ha permesso di andare avanti con fiducia.

Ci sono condizionamenti sociali e condizioni limitanti che sei riuscita a trasformare in opportunità?

Sono stata seguita per parecchio tempo da una psicologa con cui ancora adesso lavoro su me stessa (e questa cosa mi sento di consigliarla a chiunque!).

Prendersi cura di se stessi significa anche avere il coraggio di conoscersi e accettare ciò che funziona e ciò che non funziona nella propria vita per trovare il proprio modo di vivere con sguardo fiducioso. Sono stata sola per molti anni e devo dire che mi è servito tantissimo per crescere come persona, per conoscermi, per testare i miei limiti e cercare di superarli. Ora ho incontrato un uomo buono e generoso con cui sto imparando di nuovo a camminare e che piano piano sta scalfendo la corazza che ho dovuto cucirmi addosso negli ultimi anni.

Hai la bacchetta magica, ma puoi eliminare soltanto uno dei seguenti problemi: violenza di genere, discriminazione sessista, disparità economica. Quale scegli?

Se potessi avere una bacchetta magica penso che sceglierei di eliminare la prima, la violenza di genere, perché penso che le altre scaturiscano direttamente da essa.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi (maschi) di lavoro?

Coi colleghi maschi ho un ottimo rapporto, forse perché sono pochi (4) e fin da subito si è instaurato un rapporto professionale di fiducia ma anche di amicizia.

Qual è la parola chiave che potrebbe riassumere fin qui la tua vita?

La parola che potrebbe più rappresentare la mia vita fin qui e nel “qui e ora” è proprio questa: ricerca. Di me stessa (che non finirà mai), di nuovi equilibri e nuovi orizzonti (non lavorativi per il momento: il mio lavoro mi piace e sono una di quelle persone che lavora per vivere, non il contrario), di adattamento al cambiamento

ricerca
Photo by Javier Allegue Barros on Unsplash

- Pubblicità -

Commenta

Perfavore inserisci un commento!
Nome

- Pubblicità -

Correlati