La nuova dipendenza si chiama smart working. Chi vuole tornare in ufficio?

In evidenza

Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

dipendenza da smart working
Photo by Magnet.me on Unsplash

Tornare in ufficio? Anche no. La maggior parte degli italiani preferisce continuare a lavorare a distanza. Innescando di fatto una vera e propria dipendenza da smart working che impedisce a molti lavoratori del bel paese di vivere serenamente il rientro in azienda, dopo mesi trascorsi a casa a lavorare a causa della pandemia.
Sono molte le aziende che richiedono che si torni a operare in sede. Anche in seguito alla campagna vaccinale che renderebbe il ritorno alla normalità più sicuro per tutti. Ma molti dipendenti si sentono più tranquilli e a loro agio a casa. La nuova comfort zone dalla quale sarà difficile uscire.

Metà dei dipendenti non vuole ritornare in ufficio

Un’indagine condotta dalla UIL suggerisce che la metà dei lavoratori intervistati non ha alcuna intenzione di rimettersi in viaggio ogni mattina per timbrare il cartellino in ufficio. Preferendo rimanere tra le mura domestiche, nella postazione di lavoro improvvisata o allestita con cognizione di causa durante i vari lockdown.

A Milano e in tutta la Lombardia la modalità di lavoro da remoto sembra prendere piede sempre più. Soprattutto tra i lavoratori. Mentre i datori di lavoro preferirebbero un rientro in ufficio.
Nel settore bancario questa volontà di rimanere nella propria comfort zone casalinga riguarda l’80% dei colletti bianchi. Mentre scopriamo che il 30-35% delle imprese che operano nel settore chimico e farmaceutico hanno già inserito nel contratto questa nuova opzione di lavoro da casa, per le mansioni per cui è effettivamente possibile.

Prima dell’emergenza sanitaria le aziende che ricorrevano allo smart working erano il 15% del totale. Oggi sono 35 su 100. E nel 45% dei casi si pensa di renderlo definitivo, anche se c’è chi vorrebbe tornare al passato, come spiega Paola Mencarelli, segretaria della Uilca Lombardia e psicoterapeuta del lavoro. «Attualmente, anche a seguito della campagna vaccinale, molte aziende cominciano a richiedere di riprendere le attività presso le loro sedi, ma i lavoratori replicano chiedendo di poter proseguire il loro lavoro dal domicilio. La risposta negativa dei lavoratori è spesso accompagnata da ansia, demotivazione, disorientamento e paura alla sola idea di lasciare il proprio rifugio sicuro. Per il sindacato non si tratterà solo di contrattare un rientro scaglionato, ma anche di contrattare il benessere, prendendo atto del cambiamento nell’organizzazione del lavoro».

lavorare in smart working
Photo by Alejandro Escamilla on Unsplash

La dipendenza da smart working ha un nome: Sindrome della grotta

Gli esperti la chiamano sindrome della grotta. O sindrome della capanna. Questa è una condizione che si manifesta quando un soggetto è restio a uscire di casa, a tornare a vivere la vita fuori nel mondo come faceva prima, dopo aver vissuto per mesi una situazione di clausura tra le mura domestiche per proteggere se stesso e gli altri dal virus.

Nonostante le vaccinazioni e la minor diffusione del virus in estate, ritornare alla vita di prima non fa per tutti. Non è un problema solo in Italia, anche negli USA si registra problemi in tal senso. Uscire dall’isolamento e dalla propria bolla è difficile. Perché si è abituati a restare a casa, avere pochi contatti, lavorare a distanza, tenere tutto e tutti alla larga.

sindrome della grotta

Photo by Inside Weather on UnsplashSecondo uno studio dell’American Psychological Association, il 49% della popolazione adulta ammette di avere difficoltà a riprendere le interazioni faccia a faccia, anche per motivi lavorativi. Un fenomeno che riguarda sia i vaccinati sia i non vaccinati.
Per molti esperti si tratta di un disturbo post traumatico che la Covid-19 ha lasciato e che ci porteremo dietro a lungo. Come una ferita indelebile di quello che è stato. E che non dobbiamo dimenticare se vogliamo imparare dai nostri errori.
Il problema è che una condizione del genere non può persistere a lungo. Il rischio è di ritrovarsi disconnessi dalla realtà, isolati senza alcun motivo apparente, incapaci di riavere rapporti sociali e interazioni con gli altri.

Siamo tutti sulla stessa barca e non abbiamo ancora il coraggio di abbandonare la nave per esplorare i nuovi orizzonti che il post pandemia porta con se. Al lavoro e nella vita relazionale di tutti i giorni. Tanto da chiederci quando finirà tutto questo. E se mai riusciremo a rivedere la luce fuori dalla nostra grotta.

- Pubblicità -spot_imgspot_img

Commenta

Perfavore inserisci un commento!
Nome