Chi sono i nuovi poveri

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In Italia è raddoppiato il numero dei nuovi poveri.
A dirlo sono i dati della Caritas, come sempre impegnata in prima linea per aiutare chi ha bisogno. In ogni momento di difficoltà.
La richiesta di aiuto aumenta. Cibo, vestiti, articoli per l’infanzia o per la scuola, ma anche soldi per fare fronte a bollette, affitti e spese vive.
Chi sono oggi i nuovi poveri?

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Photo by Eric Ward on Unsplash

I nuovi poveri in Italia.

Da quando è esplosa l’emergenza Coronavirus, la Caritas, organizzazione pastorale della CEI, la Conferenza episcopale italiana, che si occupa di aiutare chi è in difficoltà, ha visto esplodere anche le richieste di aiuto e di intervento.
Secondo i dati resi noti le persone bisognose che per la prima volta si rivolgono ai centri della Caritas Italiana sono raddoppiate rispetto al periodo immediatamente precedente all’esplosione dell’epidemia.
101 Caritas diocesane hanno partecipato alla raccolta di informazioni attraverso un questionario destinato ai direttori e ai responsabili: il 46% del totale di organizzazioni spaese sul territorio. Sin dall’inizio dell’emergenza le 218 strutture in Italia si sono coordinate per aiutare più persone possibili. Intensificando la propria attività a sostegno dei bisognosi. Per aiutare i nuovi poveri, perché la povertà è una questione che, purtroppo, riguarda tutti noi da vicino.

Le richieste di chi è in difficoltà.

Cosa chiedono le persone bisognose ai centri della Caritas sparsi in tutto il territorio nazionale? Cibo, accesso alle mense, vestiti, soldi per pagare le spese vive come bollette e affitto, ma anche aiuti concreti per andare avanti e magari a trovare un lavoro o per accedere ai bonus e agli incentivi previsti dal governo Conte. E chiedono di essere ascoltati, soprattutto. Di non essere dimenticati e lasciati soli.

Le persone chiedono principalmente da mangiare. Cibo da portare a casa o da mangiare nelle mense dedicate ai poveri. E poi beni di prima necessità, anche per i bambini.
Molte persone sono in cassa integrazione. Altre lavorano con la partita IVA. C’è poi chi era disoccupato e in cerca di occupazione prima dell’esplosione dell’epidemia. E chi, invece, era un lavoratore stagionale e si trova senza un’occupazione. In attesa degli incentivi che ad alcuni sono già arrivati, mentre altri sono ancora in stand by, c’è chi non riesce ad affrontare le spese che sono fondamentali e necessarie.
Ma non sono solo i beni primari a mancare. È anche un punto di riferimento al quale rivolgersi per essere aiutato. Un po’ di sostegno psicologico o anche un semplice aiuto per poter capire come districarsi nella burocrazia italiana, per niente indebolita dal Coronavirus.

La solidarietà non si è fermata.

Sono tante le cose che sono mancate in questo momento di emergenza. Ma ce n’è una che non è stata spazzata via dal Covid-19. Si tratta della solidarietà.
La Caritas ha sottolineato, nel suo rapporto, che nel 76,2% delle Caritas oggetto del monitoraggio c’è stato un coinvolgimento di tutta la comunità, così come di enti pubblici, di enti private, di enti del terzo settore. Così come di persone, volontari, parrocchie e soggetti che hanno deciso di dare una mano. Ognuno come ha potuto.
A partire da Papa Francesco che ha donato 100mila euro a titolo simbolico. Mentre la CEI 10 milioni di euro dai fondi dell’8 per mille che ogni anno gli italiani decidono di destinare alla Chiesa Cattolica.
La campagna Caritas “Emergenza coronavirus: la concretezza della carità” ha già raccolto 1,9 milioni di euro da parte di 3.760 persone e aziende.

E sono aumentati anche i volontari. Con un incremento notevole degli under 34 che donano il loro tempo a chi ne ha bisogno. E a volte arrivano a donare il bene più prezioso, la vita. Visto che 10 volontari, tra i 42 risultati positivi, purtroppo sono morti.
Ma l’Italia ha risposto anche con aiuti concreti e donazioni alla Protezione Civile, agli ospedali coinvolti, alla sanità pubblica o ad altri enti che ogni giorno si occupano di non lasciare indietro chi ha bisogno.
Il nuovo Coronavirus ci ha messo in difficoltà. E ha messo in difficoltà il sistema mondo. I paesi non sono isolati. Sono interconnessi tra loro. E anche la popolazione mondiale lo è. Con divari sempre più profondi che devono essere sanati.

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Photo by Fateme Alaie on Unsplash

I nuovi poveri nel mondo.

Secondo un recente rapporto Oxfam la pandemia di coronavirus potrebbe causare un aumento di mezzo miliardo di persone povere nel mondo. 
Il rapporto è del 9 aprile e si stima che tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale rischia di cadere in povertà.
Gli ultimi 10 anni di lotta alla povertà rischiano di essere persi. Si potrebbe tornare, in alcune parti del mondo, ai livelli di povertà di 30 anni fa.
L’organizzazione ha calcolato che nel 2020 mancheranno 3.400 miliardi di dollari di reddito da lavoro. 2 miliardi di persone lavorano in nero e solo 1 disoccupato su 5 ha diritto a un bonus o a un aiuto. Come accade anche in Italia, dove milioni di lavoratori precari sono esclusi da paracaduti economici.

Oxfam spiega che è necessario muoversi in fretta, per “aiutare i paesi più fragili sospendendo senza condizioni, sanzioni o costi aggiuntivi i pagamenti relativi all’anno in corso del debito che i paesi in via di sviluppo hanno nei confronti di paesi creditori, Italia compresa, come chiesto da 155 organizzazioni in tutto il mondo, e di promuovere la moratoria dei pagamenti verso creditori privati nei paesi del G20“. E per garantire ai paesi in via di sviluppo 1000 miliardi di dollari di liquidità con riserve finanziarie internazionali, mobilitando 500 miliardi di aiuti pubblici per rafforzare i sistemi sanitari dei paesi più poveri.

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Photo by Guillaume de Germain on Unsplash

Il Coronavirus allarga il gap tra poveri e ricchi?

Prima che il Coronavirus sconvolgesse il mondo, il divario tra poveri e ricchi nel mondo era profondo.
Secondo i dati Eurostat del 2018 il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Siamo nei primi posti della classifica europea per disparità. In Europa la media è di guadagni 5 volte maggiori per i più ricchi rispetto a chi è più povero.
Le disuguaglianze sono un limite che spesso è invalicabile e che colpisce ogni condizione della vita delle persone colpite da povertà. La pandemia, in un certo senso, è stata in grado di rendere più acute e visibili queste disparità. Sia in termini economici sia in termini di salute.

Come sottolineato da Il Sole 24 Ore, la pandemia avrà un impatto più profondo nelle persone che già affrontano situazioni socio-economiche di difficoltà. Perché sono più esposte non solo alla crisi economica, ma anche ai problemi sanitari. Sono più esposti a infezioni e a possibilità di ammalarsi.
Secondo il Bureau of Labor Statistics americano il 9,2% dei lavoratori che appartengono al 25 dei lavoratori meno abbienti possono operare in smart working. Contro una percentuale del 61,5% di chi appartiene al 25% dei più ricchi. E questo vuol dire dover essere costretti a uscire e andare a lavorare mettendo a rischio la salute o rimanere a casa senza però avere uno stipendio (l’isolamento è un lusso che non tutti si possono permettere, lo avevamo già sottolineato).

È un cane che si morde la coda.

E oggi in Italia ce ne rendiamo conto più che mai. Con fasce di popolazione più deboli maggiormente indebolite dal punto di vista economico e della salute. Con tutti i rischi che l’isolamento comporta anche in termini psicologici: maggiore paura, insicurezza, difficoltà.
E a farne le spese saranno i soggetti più deboli. Gli over 65, già a rischio per il Covid-19 che colpisce più duramente fasce d’età molto alte e con patologie pregresse. E i bambini, che sono stati messi a dura prova nei mesi di quarantena, privati di tutte le loro certezze.
Secondo un’indagine condotta da Save the Children, il 77% delle famiglie già fragili ha assistito a un indebolimento economico. Mentre il 63,9% ha ridotto l’acquisto di beni alimentari. La metà dei 2,2 milioni di minori in poverà relativa rischia di entrare nella cateegoria della poverà assoluta. Il 73,8% di queste famiglie ha perso il lavoro, il 17,6% è in cassa inteagrazione.

Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, sottolinea che bisogna intervenire, perché “non possiamo rischiare di accrescere ulteriormente la schiera di bambini in povertà assoluta e per questo è necessario agire il prima possibile, per dare un sostegno a tutte quelle famiglie che in queste ore stanno vedendo la loro condizione aggravarsi in maniera così repentina“.

Povertà economica, povertà educativa, povertà sanitaria. Rischi da prendere in considerazione oggi, per intervenire con progetti a lungo termine che possono davvero fare la differenza. 

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