Bonus a chi lavora da casa per rimborsare le spese sostenute: giusto o sbagliato?

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Incentivare lo smart working per alleggerire il sistema dei trasporti pubblici e ridurre gli spostamenti delle persone soprattutto nelle grandi città. Il lavoro da remoto sin dalla prima ondata di Coronavirus è stata una scelta adottata in tutto il mondo.
Chi può lavori da casa, è il mantra. Per le aziende spesso si tramuta in un vantaggio economico, in termini di risparmio di spese fisse. Mentre per i lavoratori? C’è chi pensa che anche loro possano spendere meno soldi rimanendo tra le mura domestiche. E chi, invece, chiede a gran voce un bonus o un rimborso per i costi della gestione di un ufficio da casa.

smart working

Photo by Lala Azizli on Unsplash

Paesi Bassi, il bonus per i dipendenti pubblici

363 euro in più nel 2020 per ripagare le spese pagate di tasca propria dai dipendenti pubblici che hanno continuato con le loro mansioni da remoto.
Succede nei Paesi Bassi e si tratta di una compensazione per le spese domestiche sostenute da chi a causa della pandemia è stato costretto a lavorare da casa.
Per tutti i dipendenti pubblici olandesi in smart working a causa dei lockdown previsti, il nuovo contratto collettivo garantisce un piccolo rimborso annuale.
Secondo l’istituto nazionale NIBUD, che dà informazioni di carattere finanziario alle famiglie, lavorare da casa costa in media due euro al giorno in più per ogni lavoratore. Se non si considerano i sabati e le domeniche, si tratta di 40 euro al mese e di circa 500 euro ogni anno.
A fare la differenza sono i consumi di energia, acqua, gas, caffè e altre bevande consumate. Ma sono stati considerati anche altri costi, come la carta igienica e l’ammortamento di sedia e scrivania, ad esempio. Nel calcolo sono escluse però altre spese, come computer, telefoni o altri strumenti lavorativi, perché dovrebbero essere già forniti a chi è in condizione di lavoro agile. Consumi risparmiati dai datori di lavoro, in questo caso pubblici, ma a carico del dipendente stesso.

Ma in Olanda c’è chi è contrario

AWN, l’associazione di datori di lavoro, sostiene che non sia giusto caricare l’azienda di questi costi. Anche perché spesso le imprese continuano a sostenere altre spese come quelle legate ai telefoni e alle auto aziendali.
E poi i detrattori di questa scelta sostengono che non si possa fare di tutta l’erba un fascio. Dipende dal tipo di lavoro, dalla mansione, dalla ditta e da tanti altri fattori che devono essere tenuti in considerazione.
I contrari sottolineano che in fin dei conti spese e risparmi vanno a compensarsi. Perché i lavoratori dovrebbero tenere in conto dei soldi non spesi per gli spostamenti, per i pranzi fuori o altri piccoli costi che sommandosi potrebbero rappresentare una cifra non indifferente che rimane nelle tasche dei lavoratori. A fronte di altri consumi che non sarebbero poi così esorbitanti.

Rimane il fatto che in tutto il mondo il dibattito è stato avviato. Si discute di benefit, incentivi, bonus. Ma al momento tutto tace, mentre l’Europa affronta la sua seconda ondata tra chiusure e incertezze per il futuro.

Italia tra pro e contro: giusto o sbagliato pagare di più chi lavora da remoto?

Nel nostro paese c’è chi ha già sollevato la stessa questione. Le spese per lo smart working, per lavorare da casa, spettano all’impresa o al dipendente?
La legge sul lavoro agile (articolo 18, comma 2, legge n. 81/2017) prevede che il datore di lavoro è responsabile della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al dipendente per poter svolgere il proprio lavoro. E prevede anche lo stesso trattamento rispetto a chi lavora in azienda.
L’avvocato Jacopo Liguori, special counsel di Withers, sostiene che i costi dell’attrezzatura necessaria per lavorare da casa spettano al datore. Mentre è diversa la situazione per altre voci di spesa, come elettricità, aria condizionata, riscaldamento o connessione internet. Questi costi sarebbero a carico del dipendente. I rimborsi delle spese sostenute per poter lavorare, dunque, non sono obbligatori, anche se ci sono imprenditori che potrebbero prevederli come benefit in un momento di emergenza. O per favorire una modalità di lavoro che potrebbe essere una svolta per il futuro, pandemia in corso oppure no.

Il dibattito va avanti. E non è escluso che si possa arrivare a incentivi anche in Italia per favorire il lavoro da remoto in questo momento di emergenza sanitaria (e magari anche in futuro). Tra i bonus garantiti, potrebbe essere utile pensare anche ai cittadini che continuano a svolgere le proprie mansioni da casa, evitando di lasciare agli imprenditori la discrezionalità di offrire o meno una copertura alle spese sostenute.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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