L’agnello a Pasqua non è sostenibile. Quanto lo sono le religioni?

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La religione è sostenibile?

Recentemente ha fatto il giro del mondo la richiesta di una giovanissima attivista americana, che ha scritto a Papa Francesco per abbandonare la tradizione di mangiare agnello nella domenica di Pasqua. Una tradizione tipica italiana, che ogni anno fa storcere il naso alle associazioni animaliste, che propongono menù alternativi e rigorosamente vegani.
Agnello a parte, ma se la sostenibilità fosse promossa proprio dalle religioni più diffuse del mondo? C’è chi è sicuro che le diverse fedi possano aiutare molto la causa ambientalista, ma in quale modo?

Statua di Buddha immersa nella natura

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Lettera a Papa Francesco per una Pasqua vegana e sostenibile.

Il papa sudamericano che sta cercando di svecchiare la Chiesa, di renderla più attuale e di contrastare piaghe indicibili come l’abuso di minori da parte del clero, deve fare i conti anche con questioni di sostenibilità. E come è accaduto per i Fridays for Future avviati da Greta Thunberg, una ragazza di soli 16 anni che arriva dalla Svezia, anche in questo caso è una giovanissima adolescente a scuotere la coscienza del pontefice. E di tutti i cattolici. Ma in generale anche di tutti gli italiani per cui Pasqua fa rima con agnello.
Se già dal 2013 girava online la bufala di Papa Francesco che esortava a non mangiare carne di agnello, ecco che recentemente la questione è tornata alla ribalta. Questa volta per una storia vera. Genesis Butler è una ragazzina di 12 anni che ha scritto al pontefice una lettera per evitare la strage di agnellini a Pasqua. Promettendo di donare un milione di dollari se papa Bergoglio diventa vegano in Quaresima (che poi siamo certi che non lo sia già?).

La mattanza degli agnelli.

Nel 2018 più di 350mila agnelli, con poche settimane di vita, strappati dalla loro mamma, sono stati macellati. Un dato in leggera diminuzione (il 14% in meno rispetto all’anno precedente), ma che comunque allarma la LAV e le altre associazioni animaliste, che parlano di tradizioni religiose poco sostenibili e rispettose della vita, degli animali e della natura stessa.
Anche perché proprio la Chiesa e le religioni in generale spesso si fanno promotrici di comportamenti etici. Che poi nella pratica vengono dimenticati e accantonati.

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La religione può renderci più sostenibili?

A chiederselo è la BBC in un lungo articolo dedicato proprio all’argomento. Partendo dal presupposto che nel mondo 8 persone su 10 si dicono religiose, potremmo essere portati a pensare che la maggior parte di noi tiene al pianeta. Del resto è stato creato da Dio, Allah, Buddah o chi per loro, per l’umanità intera. Dobbiamo averne rispetto e cura. Ma non sempre è così. C’è chi potrebbe essere più incline a portare rispetto per il “creato” e chi, invece, potrebbe essere preso dal menefreghismo tipico di chi aspetta da un momento all’altro il giudizio universale. Quindi la fine del mondo. E allora perché preoccuparsene?
Jane Marie Law, studiosa di religioni e docente alla Cornell University Ithaca di New York, lo spiega semplicemente:

If you believe that the end of the world is nigh, it doesn’t matter if you use up the environment, because you’re not going to be around to worry about it: the world’s going to be destroyed before then.
Se credi che la fine del mondo sia vicina, non importa se sfrutti l’ambiente, perché non sarai in giro a preoccuparti: il mondo verrà distrutto prima di allora.

Eppure sono molte le religioni che, almeno sulla carta, prevedono un comportamento eco friendly per i fedeli che ne seguono il credo.

Dio è amore, opera di sand art

Photo by Chelsea Bock on Unsplash

Ambiente: cosa dicono e cosa fanno le religioni.

Tutte le religioni affrontano il problema della creazione dell’universo. Impossibile non farne riferimento. 9 delle principali fedi mondiali rappresentano miliardi di persone, tra le quali 750 milioni di indù, 10 milioni di jainisti, 700 milioni di buddisti, 12,5 milioni di ebrei, poco meno di 2 miliardi di cristiani, 1,4 miliardi di musulmani, 16 milioni di sikh e 5 milioni di baha’i. Tante persone, che potrebbero avere a cuore l’ambiente. Anche (ma non solo) per questioni di fede.

Il Cristianesimo parla abbondantemente di difesa dell’ambiente. Almeno in un centinaio di versetti. Abbiamo delle responsabilità. Non possiamo inquinare la terra che abitiamo (Versetto 35:33), non dobbiamo sprecare (Giovanni 6:12), dobbiamo proteggere la nostra casa (Papa Francesco, 2015).
Centinaia di versetti dedicati alla protezione dell’ambiente sono contenuti anche nel Corano, la “Bibbia” dell’Islam. La Terra è stata creata da Allah e spetta all’uomo prendersene cura. Perché è in prestito, non dimentichiamolo.
E l’Ebraismo? Anche per questa religione la Terra è di proprietà divina. L’uomo è il “manovale” che deve curarla. Ogni giorno. A partire dal giardino dell’Eden.
Il Buddismo ci parla di karma per indurci a comportarci bene con l’ambiente, gli animali e gli altri, trasmettendo valori di responsabilità verso il pianeta e il futuro. Anche perché se ci comportiamo male questo influirà sul nostro karma.
Secondo la religione induista l’essere umano deve essere un tutt’uno con la natura. Tanto che alcune divinità sono i fiumi, le montagne, gli animali, la terra stessa. E noi dobbiamo proteggerli. E rispettarli.
E il Confucianesimo? È considerata una religione civile e diffusa, che ci spinge, tra le altre cose, a proteggere la natura.

Come rendere una religione sostenibile.

Secondo Gary Gardner, direttore delle pubblicazioni presso il Worldwatch Institute, organizzazione di ricerca ambientale di Washington, le religioni possono intervenire in 5 modi per affrontare il cambiamento climatico sfruttando proprio la fede:

  1. coinvolgere i membri per discutere e agire
  2. offrire linee guida etiche per una vita sostenibile
  3. proporre nuove visioni del mondo cercando di rendere le tradizioni più sostenibili
  4. condividere risorse e investire in pratiche sostenibili
  5. costruire una comunità partendo proprio da obiettivi etici e sostenibili

L’Alleanza per le religioni e la conversazione è una realtà che esiste da secoli per aiutare i leader di ogni religione a creare programmi ambientali che rispettino credenze e pratiche della fede. Oltre che l’ecosistema.

Questa è la teoria. Che ovviamente si discosta dalla pratica. Perché siamo esseri umani. E non essendo divini non siamo perfetti. E sbagliamo. Sempre e comunque.

Le religioni possono mettere a rischio flora e fauna.

Lynn White nel 1967 sulla rivista Science spiegava che la fauna selvatica è messa a rischio dall’uomo. In particolare dall’uomo credente. La Bibbia parla di dominio sulla natura, di Dio che chiede all’uomo di sfruttarla per ottenere quello di cui ha bisogno. Un fraintendimento secondo gli studiosi del testo sacro, dal momento che in realtà si direbbe che abbiamo un dovere nei suoi confronti.
Recenti studi hanno scoperto che, invece, i paesi a prevalenza cristiana sono più inclini a difendere la biodiversità rispetto ad altri paesi.
Non si può far di tutta l’erba un fascio, perché un altro studio del 1993 dimostra che, invece, i fondamentalisti cristiani americani non erano disposti a spendere per la difesa dell’ambiente. Cosa alla quale erano più predisposti, invece, i cattolici. Non è solo il credo religioso a indurci a essere più inclini a prenderci cura del pianeta. La sensibilità personale di ogni credente (e non credente) conta molto. Così come fattori ambientali e culturali, da non sottovalutare.

Altro rischio sono i rapporti tra religioni. In particolare tra la fede a maggiore prevalenza nel paese interessato e tradizioni religiose del passato, del tutto o quasi abbandonato. Rapporti che talvolta possono mettere a rischio foreste considerate sacre, che si vogliono abbattere perché considerate anacronistiche, malvagie, pura stregoneria. La nuova fede teme le antiche credenze. E vuole distruggerle o sostituirle (come ha fatto il Cristianesimo, del resto, con tutte le vecchie feste pagane). Spesso a discapito della natura stessa. Che un tempo era la vera divinità.

Le religioni possono anche difendere la biodiversità.

In Thailandia alcuni monaci buddisti hanno costruito monasteri in foreste che rischiavano l’estinzione, rendendoli sacri e salvandoli dal disboscamento.
La comunità Sikh in India vuole ridurre i combustibili fossili usati nelle cucine dei templi di Delhi.
In Germania la Chiesa utilizza in 300 edifici energia solare e vuole esportare il modello anche nelle comunità locali. Anche in Inghilterra si fa lo stesso e il Vaticano ne parla da tempo.
Papa Francesco nella lettera Enciclica Laudato Si’ parla di “cura della casa comune“, ricordando il cantico di San Francesco d’Assisi. La madre terra è anche nostra sorella, una sorella che “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. (..). Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra (…). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora. Niente di questo mondo ci risulta indifferente“.

Piccoli esempi che fanno ben sperare che la religione possa essere un motore fondamentale per aiutare a parlare sempre di più di sostenibilità. Come emerso anche nella Carta di Assisi del 1986, quando il WWF ha radunato i rappresentati di cinque grandi religioni del mondo (Buddismo, Cristianesimo, Induismo, Islam ed Ebraismo) per parlare di come prendersi cura dell’ambiente.

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E quindi l’Agnello a Pasqua?

Solo business. La religione non c’entra praticamente nulla, se per religione intendiamo il Cattolicesimo, dal quale siamo partiti per la questione della dieta vegana di Papa Francesco in Quaresima. E se a dirlo è il papa emerito Benedetto XVI possiamo credergli. Mangiare carne di agnello è una tradizione della Pasqua Ebraica. Non della Pasqua Cristiana.

Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue.
(da un’omelia di Benedetto XVI, messa del Giovedì Santo, 5 aprile 2007)

Anche perché, tecnicamente, Gesù è l’Agnello di Dio. Sarebbe come mangiare il Cristo. Cosa che in realtà i cattolici fanno ogni domenica a Messa. Ma l’ostia è praticamente pane azzimo. Decisamente più sostenibile della carne di agnello. E con meno problematiche rispetto a scelte etiche ed alimentari.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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