Abbiamo fame di socialità. L’isolamento non ci appartiene

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 3 minutiL’essere umano è un animale sociale. Non è incline alla solitudine e all’isolamento. La pandemia e le relative restrizioni prese a livello globale ci hanno imposto quel distanziamento che dovrebbe essere solo fisico, al fine di non veicolare il virus. Ma che diventa anche sociale, tenendoci lontani da tutti.

Cerchiamo conforto nelle nuove tecnologie e nei social network che sono solo un palliativo, un tentativo di credere che sia tutto normale. Quando non lo è. E a soffrire maggiormente sono i più giovani, spesso costretti alla didattica e all’amicizia a distanza, che non appartiene ai ragazzi. Così come i più anziani, isolati da tutti. Certo, per il loro bene, ma pur sempre soli.

La socialità serve all’essere umano come l’aria che respira

Con il termine socialità si intende l’inclinazione alla convivenza sociale, la voglia di ogni individuo a mantenere i rapporti con gli altri. Il filosofo greco Aristotele non aveva dubbi: «L’uomo è un animale sociale». Perché è la sua natura che lo spinge a unirsi e ad aggregarsi, per formare gruppi e società. È più forte di ognuno di noi, è una tendenza che, chi più e chi meno, sperimentiamo in ogni ambito della nostra esistenza.

Secondo Charles Darwin e la sua teoria dell’evoluzione della specie è un meccanismo di sopravvivenza. Insieme agli altri ci sentiamo più forti, sicuri, protetti e difesi. Uno strumento per soddisfare altri beni primari, ma così fondamentale da diventarlo esso stesso. Lo impariamo fin dalla più tenera età e crescendo alimentiamo la nostra fame di socializzazione prima in famiglia, poi a scuola, al lavoro, nella vita privata, nello sport.
E non ci accorgiamo di quanto sia fondamentale la socialità per ognuno di noi fino a quando qualcuno, in questo caso un virus, ci priva del nostro ossigeno sociale.

solitudine
Foto di Francisco Gonzalez su Unsplash

Solitudine e isolamento, la Covid fatigue esiste

Ce ne siamo accorti durante il primo lockdown, in quella fase 1 di sacrificio estremo, nel quale non potevamo praticamente incontrare nessuno, al di là dei conviventi, se non filtrato attraverso uno schermo. Ce ne rendiamo ancora conto oggi, dopo un’estate in cui abbiamo finito per dimenticare le privazioni sociali subite, a cui ha fatto seguito quella seconda ondata che un po’ credevamo impossibile. Ma che invece ci ha di nuovo isolati, gli uni dagli altri.

La socialità è un bisogno umano fondamentale proprio come può essere il cibo. E oggi stiamo patendo una fame senza precedenti. Non poter uscire, limitare gli spostamenti, lavorare da casa in smart working, poter contare solo su una didattica a distanza, tenere lontani i soggetti fragili: tutte accortezze volte a limitare i contagi e a proteggere i più deboli, che di fatto hanno creato un disagio che sperimentiamo quotidianamente. È la cosiddetta Covid fatigue, l’affaticamento da pandemia, che altro non è che la sofferenza, a livello mentale e spesso anche fisico, dell’isolamento fisico e sociale e della solitudine che proviamo durante i periodi di restrizioni più forti.

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Foto di Paola Chaaya su Unsplash

Oggi l’umanità ha fame di rapporti sociali

Secondo uno studio del Massachusetts Institute of Technology di Boston (MIT), pubblicato su Nature Neuroscience e coordinato da Livia Tomova del dipartimento di Scienze cognitive del MIT, la fame da rapporti sociali esiste. Perché nel nostro cervello, quando siamo isolati e ci sentiamo soli, va in atto un meccanismo uguale a quello che si manifesta per la mancanza di cibo. Non è solo un modo di dire.

Stiamo sperimentando un vero e proprio digiuno dalla socialità. Che ci allontana dal nostro essere più profondo, dalla nostra capacità di esprimerci come animali sociali. Con tutti i rischi e le conseguenze che ne derivano. E che colpiscono maggiormente i giovani, privati di esperienze di vita che non torneranno mai più e che non sono la stessa cosa se vissute dietro uno schermo sempre acceso, che non fa altro che amplificare con la sua luce la solitudine sperimentata all’interno di ogni casa. Così come ne soffrono gli anziani, isolati per il loro bene, ma spesso lasciati fin troppo soli.

Quando tutto tornerà normale, chissà se avremo paura di rifocillarci ancora di socialità o torneremo a essere quegli animali sociali che siamo sempre stati.

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