Coronavirus: opportunità per cambiare l’orizzonte del lavoro

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Grazie allo scoppio del Coronavirus, il lavoro da casa non è più un privilegio, ma una necessità. Mentre fabbriche, negozi, hotel e ristoranti chiudono, e le strade vuote trasformano le metropoli in città fantasma, dietro le porte sbarrate di appartamenti e case di periferia le aziende stanno cercando di capire come restare operative nel mondo virtuale.

lavorare da casa

Photo by Prateek Katyal on Unsplash

È il 2 febbraio quando Bloomberg, il network di informazione finanziaria statunitense, sottolinea in un articolo come la Cina stia dando prova, ancora una volta, della sua grande capacità di reazione, mettendo in atto “il più grande esperimento di telelavoro al mondo”.
Banditi riunioni e co-working, si calcola che più di 200 mila cinesi abbiano nei giorni successivi all’allarme epidemia scambiato link e informazioni per poter continuare a lavorare da casa.
L’articolo di Bloomberg fa il giro del mondo e viene ripreso anche dai siti e dai quotidiani italiani. Il 12 febbraio, durante un’intervista rilasciata al programma “L’aria che tira”, su La7, è la virologa Ilaria Capua, direttrice dell’One Healt Center of Excellence dell’Università della Florida, a invitare le aziende italiane a prepararsi.

Le aziende che possono lavorare con il telelavoro, e che possono aiutare il Paese a rispondere qualora ci dovesse essere un contagio importante, lasciando le persone a casa perché bisogna evitare di alimentare il contagio, devono cominciare a pensarci. Questa (il coronavirus, ndr) non è una cosa che tra una settimana andrà via. Questa è un’infezione che arriverà in Italia, che farà il giro del mondo, combinerà dei guai importanti nei Paesi più poveri. Quindi bisogna organizzarci.

Smart working in Italia.

Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio di smart working del Politecnico di Milano, nel 2019 erano 570mila i lavoratori “smart” in Italia, ben al di sotto della media europea.
In un’intervista rilasciata a Ilaria Betti dell’Huffingtonpost Italia il 15 febbraio scorso, Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia all’Università La Sapienza di Roma e fondatore della Società Italiana di Telelavoro, ha dichiarato che in Italia esiste una resistenza “patologica” al telelavoro.

Ormai ci siamo assuefatti a questo modo di lavorare. Siamo talmente abituati a fare chilometri ogni giorno per raggiungere il lavoro che la possibilità di non farlo ci sembra impensabile.
Abbiamo imparato a dividerci tra due luoghi principali: la casa, in cui tornare a dormire, e il posto in cui lavoriamo.
A questa visione ‘distorta’ contribuisce anche la mentalità dei capi. Con il lavoro da remoto non è possibile controllare il lavoratore momento per momento mentre lavora, ma solo esaminare il risultato finale. Questo per alcuni capi è inaccettabile. Hanno quella che io chiamo la ‘sindrome di Clinton’, abituato ad avere la stagista sempre pronta nella stanza a fianco.
Ecco, molti boss italiani ragionano allo stesso modo. Vogliono avere i dipendenti sottocchio, non si fidano. Nel telelavoro invece non conta il processo, ma l’obiettivo. Non importa se il dipendente preferisce lavorare di notte, al mattino presto, prendersi poche o tante pause. L’importante è che porti a termine il suo compito nel migliore dei modi.

smart working

Photo by Yusuf Evli on Unsplash

Eppure i benefici del telelavoro sono enormi.

Per i lavoratori, per l’ambiente, per le aziende. “Oltre ai vantaggi per l’ambiente”, prosegue De Masi nell’intervista citata “ci sono poi quelli per le aziende: ovviamente se i dipendenti lavorano da casa, le aziende non avranno bisogno di affittare grossi spazi e spendere in questo modo le proprie risorse. Non ci sarà bisogno di sprecare aria condizionata, di allestire le mense per i lavoratori, etc”.

Il primo caso ufficiale di contagio da Coronavirus registrato nel vicino Egitto, paese strettamente collegato all’Italia attraverso scambi commerciali e turistici che avvengono soprattutto via mare e via aerea, darà un’accelerata all’appello della scienziata italiana sulla necessità del telelavoro?
E il ministero dello Sviluppo economico italiano sarà pronto a sostenere anche economicamente quelle aziende che volessero trasformarsi puntando sullo smart working?
Certo, non tutti i lavori possono essere svolti da casa, soprattutto quelli che prevedono produzioni combinate o artigianali. Ma l’esperimento cinese non può essere ignorato e in quest’ottica anche il Coronavirus può diventare un’opportunità da sfruttare. Per l’orizzonte occupazionale, per la sostenibilità ambientale, per la ricerca scientifica.

A cura di Luigi Di Fonzo

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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