Coronavirus, la guerra dei vaccini. Fauci: «Russi e cinesi facciano davvero i test»

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Fino alla pandemia di Coronavirus, la scienza impiegava dai 5 agli 8 anni per arrivare alle fasi avanzate di sperimentazione di un vaccino. Nei giorni scorsi la Russia di Putin ha annunciato che dal prossimo mese di ottobre prenderà il via la campagna vaccinale anti Covid-19, iniziando da personale medico e insegnanti. Meno di un anno per realizzare il vaccino: verità o propaganda? Con tutti i miliardi investiti fino ad ora, davvero il “vaccino del popolo” ha battuto sul tempo quello delle multinazionali, di Bill Gates e dell’occidente? L’allarme di Anthony Fauci, immunologo statunitense e consigliere sulla lotta alla pandemia del presidente statunitense Donald Trump, è rilevatore di dubbi e meraviglia: «Mi auguro che Cina e Russia stiano testando veramente i vaccini prima di sottoporvi chiunque».

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La seconda fase della guerra del vaccino anti Covid-19 è quindi iniziata. La prima ha preso il via il 17 novembre del 2019, quando a un cinquantacinquenne della provincia di Hubei viene accertato il contagio da Sars-Cov-2. Soltanto il 13 gennaio 2020, dopo aver informato l’Organizzazione mondiale della Sanità e chiuso il mercato umido di Wuhan, il governo cinese divulga la notizia dell’esistenza di un nuovo tipo di Coronavirus. Da quel momento, in pochi mesi e grazie a una pioggia di milioni di dollari ed euro piovuti da Governi e Fondazioni, sono stati fatti grandi passi avanti. E i risultati sono incoraggianti, come nel caso del vaccino di Oxford o di quello a cui sta lavorando l’azienda farmaceutica statunitense Moderna-Nih. Naturalmente non c’è solo l’occidente a correre per arrivare a tempo di record alla realizzazione di un vaccino anti Covid. I cinesi, attraverso intrecci finanziari e società controllate, sono presenti in molte delle 164 sperimentazioni in corso attualmente nel globo: dalla Sinovac alla stessa Huawei. Di questi 164 “candidati” a realizzare entro il più breve tempo possibile il vaccino, solo 25 si trovano nella fase di sperimentazione sull’uomo. Anche in India la sperimentazione è in fase avanzata attraverso due gruppi che stanno operando su un virus vivo attenuato. La seconda fase di questa corsa al vaccino, prima dell’annuncio degli scienziati russi, era quindi ristretta a una guerra tra venticinque centri di ricerca.

Sfida tra multinazionali e centri di ricerca

Il vaccino di Oxford (ChAdOx1 nCoV-19) — già in sperimentazione sull’uomo — è basato su vettori virali derivati da adenovirus, in grado di codificare per la proteina spike, l’uncino con cui il virus si lega alle cellule umane per poi replicarsi e diffondersi nell’organismo. La multinazionale farmaceutica svedese-britannica AstraZeneca (responsabile dello sviluppo, produzione e distribuzione del vaccino a livello mondiale) si è impegnata a produrre 2 miliardi di dosi su scala globale. Dopo la prelazione da parte dei governi inglese e americano, anche Italia, Germania, Francia e Olanda (membri della Inclusive Vaccines Alliance europea) hanno stretto un accordo con l’azienda. Lo Jenner Institute della Oxford University, che sta realizzando il vaccino in partnership con la Irbm (Istituto di ricerca di biologia molecolare) di Pomezia, ha fatto sapere che la prima sperimentazione di fase 1 su 510 volontari (avviata ad aprile) si è conclusa positivamente. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina spike superficiale, che attiva il sistema immunitario affinché attacchi il coronavirus in caso di contagio. Il vettore adenovirus ricombinante (ChAdOx1) è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e non è replicante, non può quindi causare infezione nell’individuo vaccinato. AstraZeneca ha concluso accordi multimilionari con il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations e Gavi the Vaccine Alliance per 700 milioni di dosi; inoltre ha un accordo di licenza con il Serum Institute of India per la fornitura di un ulteriore miliardo di dosi, principalmente destinate ai Paesi a basso e medio reddito.

L’approccio, per quanto riguarda il vaccino prodotto negli Usa da Moderna-Nih, è quello dell’iniezione di un acido ribonucleico (Rna) codificante per proteine del virus, Rna che — entrato nelle cellule umane — dovrebbe essere tradotto nella proteina spike che dovrebbe poi indurre anticorpi neutralizzanti. Dopo il successo sulla sperimentazione sulle cavie, nella fase 1 dei test sugli esseri umani il vaccino ha avuto effetti positivi: Moderna ha riportato che 8 su 45 persone vaccinate non hanno avuto effetti collaterali importanti e soprattutto hanno sviluppato anticorpi anti-spike con attività neutralizzante. Ben poco si sa invece del vaccino scoperto dagli scienziati russi e sviluppato dal Centro statale di virologia e biotecnologia Véctor, che avrebbe iniziato ad aprile scorso la sperimentazione sugli uomini. La Russia è il quarto Paese al mondo dove la pandemia ha mietuto più vittime dopo Stati Uniti, Brasile e India. Dopo aver vaccinato medici e insegnanti, la cura verrà distribuita gratuitamente a tutta la popolazione. Il “vaccino del popolo”.

La nascita del vaccino

La vaccinazione, come tecnica medica per sconfiggere le malattie infettive, ha un padre inglese: Edwar Jenner (1746-1823) un medico di campagna che alla fine del Settecento si dedicò alla battaglia contro il vaiolo, malattia infettiva che in Europa aveva già mietuto centinaia di migliaia di vittime. Si ritiene che il vaiolo, nei molti Paesi in cui non sia stata attuata la vaccinazione, sia stata la causa di circa 500 milioni di decessi in tutto il XX Secolo. In Italia la vaccinazione da vaiolo divenne obbligatoria a partire dal 1967. L’obbligo è stato abolito nel 1981, dopo che l’Organizzazione mondiale della Sanità decretò eradicato il vaiolo dalla Terra. Dalla peste nera fino al vaiolo l’umanità ha combattuto molte altre epidemie, con alcune malattie infettive che sono state debellate o comunque rese meno pericolose per l’uomo. Dalla seconda metà del Novecento la scienza si è dovuta confrontare con la Spagnola, l’influenza asiatica, con l’Aids, con la mucca pazza, con la Sars, con la Suina e con l’influenza aviaria. Da quando esistono le cure, molte di queste malattie infettive sembrano scomparse anche dal dibattito scientifico. Ad esempio sembra che il virus Hiv non esista più: nessuno fa più informazione contro l’Aids, che comunque c’è e sembra anche in ripresa. Ma ci sono le cure, non è più letale e tanto basta per non ritenerlo più un problema. In questo caso più che la preparazione sanitaria a mancare è l’educazione sociale. Prima di questa ultima pandemia l’Organizzazione mondiale della Sanità e la Fondazione di Bill e Melinda Gates erano molto preoccupate dall’influenza aviaria, che nel dicembre del 1977 si ripresentò per la prima volta a Hong Kong infettando 18 persone, e di queste uccidendone sei: un terzo. Data la rilevanza economica e sanitaria della malattia, con l’aviaria si decise di intervenire con misure di eradicazione, vaccinando polli e tacchini. I farmaci antivirali sono talvolta efficaci sia per prevenire che per curare la malattia. In futuro, tuttavia, i farmaci antivirali potrebbero risultare inefficienti: in Cina molti di questi farmaci venivano somministrati ai polli già nei primi anni Novanta e il virus potrebbe avere sviluppato una sorta di resistenza a questi tipi di farmaci.

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Ridotto a un caso veterinario, il virus H5N1, quello della cosiddetta peste aviaria, nell’agosto del 2005 spinse l’Organizzazione mondiale della Sanità a pubblicare un bollettino che può essere riassunto in cinque punti:

  1. Il rischio di pandemia di influenza aviaria è grande e sarà persistente.
  2. L’evoluzione del virus non può essere predetta.
  3. Il sistema di primo allarme è insufficiente.
  4. L’intervento preventivo con vaccini è possibile ma va ancora testato.
  5. La riduzione della morbosità e della mortalità durante la pandemia sarà impedita da inadeguati rifornimenti medici.

Quindici anni fa dunque ci si aspettava un’evoluzione dell’aviaria, ma invece che la peste dei polli modificata è arrivato un nuovo Coronavirus, che oggi ha causato nel mondo 712.000 vittime, di cui più di 35.000 in Italia. Un ultimo dettaglio sull’aviaria. Nel nostro Paese dal 1997 l’influenza aviaria è stata combattuta soprattutto negli allevamenti di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, ovvero le stesse regioni che hanno pagato il maggior tributo in termini di vittime al Covid-19. E non è detto, come teme l’OMS, che il virus H5N1 possa subire a sua volta una trasformazione e diventare pandemico anche per l’uomo. La terza fase della guerra dei vaccini attualmente in corso tra multinazionali e governi dunque sarà determinata da due elementi: quale sarà l’effettiva efficacia del nuovo vaccino e quale percentuale di popolazione verrà sottoposta (volontariamente?) a vaccinazione. E se il mondo dovrà dividersi tra popoli vaccinati e popoli non vaccinati. In attesa di una nuova pandemia e di un nuovo vaccino realizzato a tempo di record.

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Luigi Di Fonzo

Direttore responsabile. Giornalista professionista, poeta, saggista, esperto di musica pop-rock, ama leggere e viaggiare. Due azioni complementari: spesso grazie alla lettura viaggia anche se è a letto e spesso legge mentre è in viaggio. Colleziona fumetti, in primis quelli di Andrea Pazienza e Hugo Pratt.


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