Perché il Coronavirus in America Latina deve preoccuparci

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Mentre in Europa la situazione è sotto controllo, a preoccupare ora è l’epidemia di Coronavirus in America Latina, il nuovo epicentro della pandemia, con 5 dei 10 paesi attualmente con il numero maggiore di casi di Covid-19.
L’allerta è alta. Perché a farne le spese in molti casi sono le comunità più povere.

coronavirus sud america

Photo by Martin Sanchez on Unsplash

Coronavirus in America Latina.

Michael Ryan, direttore esecutivo OMS, ha dichiarato che nelle Americhe il virus sta avanzando in maniera progressiva e persistente.
La causa è da riscontrarsi soprattutto nella struttura della popolazione e nella povertà. Fermare la pandemia in queste condizioni sembra impossibile.

Il Brasile è il numero con maggiori decessi e casi nell’America del Sud. Peggio nel mondo solo gli Stati Uniti.
Insieme a Perù, Cile ed Ecuador è il paese latino che sta pagando il prezzo maggiore. L’Ecuador ha il più alto tasso di mortalità. In Perù il sistema sanitario è quasi collassato. In Colombia la situazione sembra essere sotto controllo, seguita da Argentina, Bolivia, Venezuela.
Solo Uruguay e Paraguay sono riusciti fino a oggi a evitare il peggio.

Molti paesi non hanno preso decisioni utili a rallentare la corsa del virus e c’è chi nega che ci sia un problema, come in Brasile. Alcune regioni, grazie alla lungimiranza dei governatori, sono riuscite tramite l’isolamento ad arrestare il numero di casi. Ma in altre zone, invece, si attende una catastrofe.
Il virus colpisce soprattutto nelle comunità indigene, tra i più poveri e tra alcune etnie, che hanno accesso alle cure o all’informazione o non possono permettersi il lusso di stare a casa.

La situazione in Messico.

Si parla poco del Messico. Rosanna Bonasia dal 2010 svolge qui attività di ricerca. Ci ha raccontato cosa sta succedendo.

Secondo i dati ufficiali, ad oggi ci sono appena più di 40mila casi confermati e molta incertezza riguardo alle morti per o con Covid. La percezione è che i contagi siano molti di più. Nella mia classe di studenti (10 ragazzi), l’80% ha familiari o conoscenti che sono stati colpiti. Nel dipartimento del Politecnico in cui lavoro, due miei colleghi sono morti, dei quali uno della mia età e uno anziano. La comunità del politecnico attualmente conta più di 60 morti a causa del virus. I dati pubblicati da fonti non messicane mostrano una curva di contagi per il Messico ascendente. Questa curva non ha ancora raggiunto il picco massimo.
Non si vede la parte di platò né una curva discendente.

Le misure restrittive in Messico.

Già dalla seconda metà di marzo sono state chiuse scuole e strutture di educazione superiore, così come le attività commerciali ma solo in parte. Negozi di abbigliamento e palestre sono ancora chiusi; ristoranti, bar e caffetterie lavorano mezza giornata. I mezzi di trasporto hanno sempre funzionato. Nei supermercati è obbligatorio l’uso di mascherine; all’entrata, in alcuni posti, misurano la temperatura e forniscono gel disinfettante. I mercati sono chiusi.
Ogni delegazione di questa città ha una certa autonomia nella gestione dell’emergenza. I collegamenti fra i vari Stati della repubblica non sono mai stati interrotti. Alcuni stati, non tutti, hanno deciso autonomamente di evitare ingressi e uscite.
Il distanziamento sociale, così come la quarantena, sono stati sempre misure di sicurezza suggerite, non obbligatorie. Un lockdown vero non è mai stato attuato.

La situazione in Messico è delicatissima per varie ragioni.

Innanzitutto, la mancanza di un lockdown totale ha permesso che i contatti fra persone continuassero, anche se in maniera ridotta. Questo ha fatto in modo che la escalation di contagi continuasse indisturbata.
Inoltre il Messico è un paese caratterizzato da una differenziazione sociale ed economica enorme. Se a Città del Messico sono presenti molti ospedali più o meno ben attrezzati, sono molte le realtà depresse: Chiapas, Oaxaca, Hidalgo, fra le tante. Non tutta la gente ha accesso alla sanità e non tutti hanno accesso all’informazione e ai mezzi per evitare i contagi. Dall’inizio della pandemia l’approccio del governo è stato molto positivista. Lo scorso 13 giugno, in una conferenza, il presidente ha reso noto un decalogo per far fronte all’emergenza virus, nel quale, suggerisce di mantenersi sempre informati sulle disposizioni sanitarie, ma anche di agire con ottimismo ed amore, alimentarsi bene, avere ideali e voltare le spalle all’egoismo e al consumismo. Tutti buoni consigli certamente, ma che non affrontano l’emergenza nell’immediato. I messaggi inviati, nelle conferenze quotidiane, sono stati sempre molto cauti nel creare allarmismo, con la conseguenza che hanno creato una certa rilassatezza, in certa fascia della popolazione, che probabilmente non ha razionalizzato la gravità della situazione.
Ci sono persone perfettamente coscienti della situazione che stiamo vivendo ed altre che volontariamente la ignorano e la sottostimano. Inoltre ci sono persone che sanno poco o non sanno. Infine, c’è una fascia di popolazione specialmente concentrata nelle zone rurali che è male informata.

Certamente adesso che i contagi sono aumentati e possibilmente molti messicani sono venuti a conoscenza di persone contagiate o addirittura morte la percezione è cambiata. Fra i miei studenti, per esempio, noto molta stanchezza e paura.
Siamo in casa da troppo tempo e invece di vedere un miglioramento vediamo che la situazione peggiora.

La mia paura è che se non si prendono misure drastiche di isolamento non ne verremo fuori presto.

A settembre si torna a fare lezione e io sono terrorizzata dall’idea di dover rimettermi in un mezzo di trasporto sovraccarico di gente per andare al lavoro.
Il mio lavoro è la scienza e i numeri e mi sembra chiaro che la curva non inizierà a scendere fintanto che sia effettiva una politica di isolamento drastico. Non penso poi che sia indispensabile fare scienza come me per capire che in Italia, se il sud non ha avuto molti contagi è perché si è agito in tempo con il lockdown. In un paese così grande come il Messico, con una densità di popolazione altissima, dove non si sono mai limitate completamente le possibilità di contatto fra la gente, la probabilità che i contagi aumentino drasticamente ancora è altissima.

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About Author

Rosanna Bonasia

Laureata in Scienze Geologiche all'Università di Bari e dottoressa in Scienze della Terra. Dopo un periodo di ricerca a Napoli, nell'INGV sezione Osservatorio Vesuviano, dal 2010 svolge attività di ricerca in Messico. È ricercatrice e professoressa all'Instituto Politécnico Nacional di Città del Messico. Si occupa di vulcanologia fisica, calcolo del rischio vulcanico, analisi e il calcolo del rischio di inondazioni fluviali.


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