Perché dovremmo avere cura di chi si occupa del lavoro di cura

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Nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, firmata dalle Nazioni Unite, all’obiettivo 5, quando si parla di parità di genere, si traccia la volontà di “Riconoscere e valorizzare il lavoro di cura e il lavoro domestico non retribuiti tramite la fornitura di servizi pubblici, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione della responsabilità condivisa all’interno del nucleo familiare, secondo le caratteristiche nazionali”.

Perché con l’invecchiamento della popolazione e la crescente domanda di assistenza agli anziani, ma anche a malati e disabili, il fabbisogno di assistenza informale è divenuto più consistente che nel recente passato.
E chi in famiglia si occupa solitamente di questo? Le donne. Che spesso lasciano il lavoro per farlo.

Caregiver: indispensabili, ma invisibili.

I caregiver sono quelle persone non professionisti, che prestano aiuto, gratuitamente. Il loro contributo è spesso rivolto ad anziani non autosufficienti, soggetti colpiti da malattie croniche e degenerative, persone disabili.
Un lavoro difficile, impegnativo, fisicamente e psicologicamente, che crea grandi difficoltà negli equilibri familiari. Un vissuto quotidiano che annulla e logora. Perché ci si può sentire sfibrati, anche se lo si fa con amore. E abbandonati dallo Stato.

L’associazione “Io l’8 ogni giorno”, tra i punti del suo manifesto , dichiara la volontà che “il lavoro domestico, educativo e di cura, così come il suo carico mentale, siano riconosciuti e condivisi”.
Un lavoro, scrivono, svalorizzato, invisibile, ma indispensabile al funzionamento della famiglia e, per effetto a catena, della società e dell’economia. Consente a figli e partner di esprimersi, realizzarsi. Consente ai nuclei familiari al cui interno ci sono disabili, anziani non autosufficienti e malati di continuare a dare dignità alla vita. Ma è anche un lavoro che non ha cura dei caregiver che se ne occupano. Nell’autonomia, ma anche nell’isolamento delle loro mura domestiche.

Foto di Cristian Newman su Unsplash

Caregiver e lavoro di cura.

Attualmente i caregiver familiari non hanno alcuna tutela previdenziale o copertura assicurativa.

La legge di Bilancio 2018 aveva istituito un fondo per il sostegno di cura e di assistenza del caregiver familiare: 20 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2018-2020. Ma il Fondo non poté essere utilizzato perché mancavano gli interventi legislativi che potevano determinarne l’utilizzo.

La legge di Bilancio 2019 ha aumentato di 5 milioni l’anno il fondo per i caregiver, passando da 20 a 25 milioni per ciascuno degli anni 2019, 2020, 202. Il fondo, come dicevamo, è stato istituito con la legge 205/2017, ma mancano ancora gli interventi legislativi e non è quindi ancora operativo.
Una presa in giro per i caregiver familiari.

Solitudine e caregiver: l’appello di aiuto.

È cronaca di questi giorni il dramma familiare della showgirl Elena Santarelli, il cui zio, per anni, si è dedicato totalmente alla cura della figlia, affetta dalla sindrome di Prader Willi, “nota come la causa genetica più comune di obesità“. Colpisce la crescita, le funzioni cognitive, il comportamento, il sistema ormonale, l’appetito ed il metabolismo.
Una malattia come molte altre, che non si ripercuote solo sula persona che ne è affetta, ma su tutta la cerchia famigliare.
Lo zio ha svolto le sue mansioni con cura e dedizione e di sicuro difficoltà.
Alla notizia che anche lui era malato, non ha retto. Non voleva dare un altro peso e si è suicidato.
Nella lettera d’addio che la Santarelli ha voluto pubblicare per rispettare il volere di far parlare della malattia, anche la richiesta ai politici di fare di più. 
E di non lasciare che il lavoro di cura sia di sola cura della famiglia.

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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