Siamo vittime dell’happycracy. Schiavi della felicità, mai liberi di essere infelici e autentici

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Viviamo in una dittatura. E non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Il vissero felici e contenti delle fiabe più famose è per noi una condanna. Se non sei felice o non mostri di esserlo, sei out. Fuori dal cerchio della fiducia. Fuori dal mondo. Malato.

Essere felici a tutti i costi. Anche quando non lo si è. Per dimostrare agli altri di vivere davvero una vita degna di essere condivisa sui social, ammirata e invidiata da chi ci circonda. Mentre dentro di noi, giorno dopo giorno, ci spegniamo lentamente. Vittime di una felicità imposta che ci rende sempre più soli e isolati dalla realtà. Sempre più infelici. O apparentemente felici.

Foto di Gian Cescon su Unsplash

Felicità a tutti costi: cos’è l’happycracy.

L’happycracy è la dittatura della felicità. Di dover dimostrare agli altri di essere sempre contenti e soddisfatti della propria vita. Qualunque sia il costo da pagare.
Nell’omonimo libro dello psicologo Edgar Cabanas e della sociologa Eva Illouz (Happycracy. Come la scienza della felicità controlla le nostre vite), edito da Codice, si parla di quella che è diventata una ricerca della felicità senza fine. Perché in realtà è un concetto che non ha un punto di arrivo. Ci sarà sempre qualcosa che non abbiamo per essere pienamente felici. E queste mancanze, queste carenze ci portano a rincorrere un qualcosa che in realtà non esiste. La felicità assoluta non appartiene a questo mondo.

La ricerca della felicità non è solo un bellissimo film del 2006 diretto da Gabriele Muccino con un immenso Will Smith. È oggi la condanna dell’uomo moderno. Che non può smettere di aver sul volto quel sorriso smagliante che dovrebbe essere indice del grado di gioia raggiunto. Mentre non fa altro che nascondere un’esistenza fatta di inganni e di obblighi a essere chi non si è. A volte sarebbe meglio fermarsi un attimo a riflettere. E fare un passo indietro.

Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici.
(Guillame Apollinaire)

La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha.
(Oscar Wilde)

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Photo by Hermes Rivera on Unsplash

Quell’apparente felicità: sempre e solo la nostra versione positiva.

I social network hanno amplificato la dittatura della felicità, la convinzione che bisogna essere sempre sorridenti, sereni, gioiosi. Altrimenti non si è nessuno. Se essere felici un tempo era un obiettivo di vita, oggi è diventato un dovere. Non un diritto, ma un obbligo al quale non possiamo sfuggire. Dobbiamo comunicare sui social una versione solo positiva di noi.
Per imporci di sorridere e mostrarci soddisfatti delle nostre vite, è nata anche una scienza a fine anni Novanta, quella della psicologia positiva. Che si insinua come dictat nell’esistenza di ognuno di noi. Non abbiamo più via di scampo. Nessuno può fuggire.

La felicità, da diritto a dovere. Dobbiamo essere sempre felici. Come se la gioia fosse l’unica emozione degna di essere provata e vissuta. Ma anche il cartone animato Inside Out della Pixar ci ha insegnato che per vivere abbiamo bisogno di tutte le emozioni di cui siamo capaci. Sì, anche della tristezza, della paura, del disgusto, della rabbia. Dobbiamo vivere la vita attraverso mille stati d’animo diversi per poter dire di averla vissuta veramente. Altrimenti è una farsa. Siamo solo personaggi in cerca d’autore con una maschera sorridente che cela in realtà un disagio profondo.

La formula della felicità.

La scienza della felicità  impone ritmi, regole, obiettivi che l’uomo contemporaneo deve raggiungere. Altrimenti ha sprecato la sua vita. Gli esperti del sorriso si sono anche inventati una formula:

H=S+C+V

dove H sta per Happiness (felicità) che è data dalla somma del Set range, il livello permanente di felicità, dalle Circostante della vita e da V, i fattori che dipendono dal controllo volontario. Una formula da applicare come si fa in fisica e in chimica. Rendendo di fatto le emozioni umane un mero frutto di calcoli asettici e freddi.

E la ricerca della propria felicità ci porta a fare un’altra considerazione. Pensiamo solo a noi stessi. Chiusi nelle nostre gabbie. Senza pensare alla felicità degli altri. Calpestandola, pur di raggiungere la nostra oasi di gioia. A qualunque costo, appunto.
Un concetto individualistico che ci isola sempre di più come esseri umani. In una società che, invece, ci dovrebbe unire. Un nuovo muro costruito tra noi e gli altri. Per evitare che la ricerca della propria felicità  possa essere ostacolata da quell’altro che, da questo punto di vista, diventa un nemico.

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Photo by Nathan Dumlao on Unsplash

Don’t worry, be happy. Un mantra che oggi suona sempre di più come una condanna a questa felicità apparente che non sembra volerci dare una tregua.
Ma l’animo umano è fatto di mille emozioni. Di sfaccettature diverse. Che la scienza della felicità tende a reprimere. Di fatto annullando la nostra stessa essenza.

Nell’antichità la felicità era una ricompensa per pochi eletti selezionati. In un momento successivo venne concepita come un diritto universale che spettava a ogni membro della specie umana. Successivamente, si trasformò in un dovere: sentirsi infelici provoca senso di colpa. Dunque chi è infelice è costretto, suo malgrado, a trovare una giustificazione alla propria condizione esistenziale.
(Zygmunt Bauman)

Il filosofo della società liquida ce lo ricorda. La felicità non è vivere una vita senza problemi. La felicità è risolvere quei problemi, superare ogni difficoltà, uscire da ogni sfida che il destino ha posto sulla nostra strada più forti e consapevoli delle proprie capacità e abilità. E consapevoli del fatto che da soli non si va da nessuna parte, mentre insieme si può fare molto.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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