Coronavirus e fake news: la paura ci rende vulnerabili. pronti a credere a tutto e al contrario di tutto

Tempo di lettura stimato: 5 minuti

La paura gioca brutti scherzi.
Ci porta a credere a tutto e al contrario di tutto.
Invitandoci a una frenesia dell’informazione rapida e subito pronta che è pericolosa.
Oggi più che mai l’emergenza Coronavirus ci impone di rallentare.
La ragione deve guidarci nel reperire le informazioni di cui abbiamo bisogno. Aiutandoci a discernere tra vero e falso. Tra good news e fake news.
Perché la paura, rendendoci vulnerabili e creduloni, può impedirci di guardare alla realtà dei fatti con lucidità.
Mettendoci in serio pericolo. Più di quanto stia già facendo il virus che ci costringe a stare a casa.
Se sappiamo oggi come difenderci dal Covid19, seguendo le regole imposte dal governo, come possiamo fare lo stesso con la mala informazione?

Chi ci difende dalle fake news e dal labirinto delle bufale?

Fake news sul Coronavirus in Italia

Photo by niklas_hamann on Unsplash

La corretta informazione a difesa dei cittadini.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. E sulle fake news.
Purtroppo l’emergenza Coronavirus sta svelando quanto l’analfabetismo digitale sia diffuso nel nostro paese.
Sui social condividiamo tutto quello che troviamo in rete. Senza porci il minimo problema se sia una fonte attendibile oppure no.
Forse è proprio questo il problema. Non sappiamo più distinguere la realtà dalla fantasia. Una fantasia che però può far male. Diffondendo disinformazione e bufale che viaggiano sui social network alla velocità della luce.

E poco importa se ci siano siti come Bufale.net, Butac e altri pronti a smascherare le bugie. O esperti del mondo della sanità e dell’informazione pronti a smentire, con prove alla mano. Ma anche siti come Covid19Italia.help che danno una mano a non perdersi nel mare della disinformazione. C’è sempre chi continua a diffondere voci infondate sollevando dubbi, parlando di complotti, di autorità che non vogliono farci conoscere la verità.

La psicologia delle fake news è subdola.

Perché agisce su un meccanismo, quello della paura, che ci spinge a credere a tutto. E al contrario di tutto. Più le notizie appaiono assurde, sensazionali e incredibili, più siamo disposti a credere che siano vere. E al contrario, le voci autorevoli ci sembrano prive di fondamento perché nei loro confronti manca la fiducia. Che però riponiamo incondizionatamente in voci che arrivano da chissà dove e registrate da chissà chi.
Roberto Nicoletti, professore di psicologia cognitiva a Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Bologna, spiega:

Una fake news non è mai banale: è sensazionale, rilevante. Chi la riceve ha la percezione di essere entrato in contatto con qualcosa che in pochi sanno e da lì scatta il desiderio di condividerla. L’intenzione può essere di due tipi: positiva, se la notizia riguarda ad esempio un modo per curarsi o non farsi contagiare dal nuovo virus, si sente il bisogno di dirlo ad amici e parenti; oppure negativa, si condivide una notizia per imporre la propria leadership, dimostrare che si sa più degli altri e che si ha accesso a fonti che gli altri non conoscono, confutando ciò che dicono.

Il flusso di notizie oggi è incontrollabile.

Se un tempo ci si affidava alla stampa, alla radio, ai telegiornali per conoscere quello che accadeva nel mondo, oggi internet ci dà la possibilità di avere informazioni in tempo reale. Senza però nessun filtro. Tutti possono pubblicare tutto. E l’utente che legge è privo di strumenti validi per poter discernere in questo labirinto di informazioni. Gli utenti sono un bersaglio colpito quotidianamente da fake news contro le quali la maggior parte delle persone non ha armi con cui difendersi.

Anzi, un’arma ce l’hanno. Ma se ne dimenticano.
È quell’informazione che va avanti e lavora senza farsi prendere dal vortice del tutto e subito.
Quell’informazione che verifica, prima di scrivere, parlare e condividere.
Che ascolta i pareri di voci autorevoli che ne sanno in materia.
E che non si ferma ad ascoltare la pancia, ma ragiona con la testa.
Che dà agli utenti gli strumenti per capire, per analizzare, per comprendere.
Un’informazione che non vuole creare stupore.
Ma che vuole accompagnare lettori, ascoltatori, telespettatori, prendendoli per mano, e permettendo loro di avere la capacità di valutare anche da soli chi ascoltare e chi no.

Perché è più facile vivere passivamente le notizie, che essere persone informate e attive nel flusso continuo e reciproco dell’informazione. Con un approccio critico, non asettico.

Fonti verificate e brand journalism, il futuro.

Se da un lato i giornalisti devono attingere a fonti verificate, fornendo ai lettori e ascoltatori gli strumenti per poter attingere a loro volta da siti istituzionali e voci autorevoli, dall’altro lato autorità e istituzioni devono convergere verso un approccio comunicativo differente. Devono essere loro i creatori dei contenuti che poi i media veicolano, soprattutto in momenti di crisi in cui è necessario e fondamentale che tutti sappiano quali sono i comportamenti da adottare. E quali sono le informazioni vere da leggere con attenzione e quelle false da cui tenersi alla larga.
Dobbiamo tornare a creare fiducia intorno alla comunicazione che viene pubblicata dai media e dalle fonti considerate istituzionali, da coloro che per primi dovrebbero saper comunicare bene per informare. E non per contribuire a creare disinformazione. E di questi tempi ci stiamo accorgendo che quando la comunicazione parte male dall’alto non fa altro che provocare caos, smarrimento, paura.

Disinformazione, per appunto.

Ed ecco che il concetto di Brand Journalism trova una sua perfetta applicazione non solo per quello che riguarda la comunicazione delle aziende verso i propri clienti. Ma anche per quello che concerne la comunicazione istituzionale verso i media e verso i cittadini stessi. Perché se internet ha qualche pregio è quello di aver dato a tutti la possibilità di accedere alle notizie direttamente dalla fonte. Senza intermediari. Senza interpretazioni. Per essere informati puntualmente, anche attraverso i social e i servizi di messaggistica istantanea come Whatsapp e Telegram.
Nell’era digitale e oggi più che mai è necessario uno storytelling preciso, impeccabile, di facile compressione. Che passa attraverso contenuti scritti da comunicatori e giornalisti per istituzioni, enti, aziende, brand che si occupano in questo momento di emergenza. Per evitare che parole scritte male o lette peggio, che discorsi incomprensibili o raffazzonati, che comunicati e notizie che dovrebbero essere verificati e verificabili possano trasformarsi  in disinformazione e fake news. Come quelle che già, purtroppo, circolano in rete.

Corretta informazione

Photo by Marcos Paulo Prado on Unsplash

Tutte le fake news sul Coronavirus. A cui non credere più.

Stilare oggi un elenco esaustivo delle fake news e dei contenuti a cui non credere che circolano in questi giorni di emergenza Coronavirus. è praticamente impossibile. Andrebbe aggiornato ogni giorno. Anzi, ogni ora. Perché i creatori di tali notizie sembrano non riposarsi mai. E continuano a inondare internet di un virus pericoloso che genera confusione, caos, paura, preoccupazione, cattiva informazione. E anche ignoranza.
Un elenco di false notizie al quale non dobbiamo più credere. E che non dobbiamo più contribuire a diffondere. Perché se è colpevole chi per primo inventa fake news, non deve nascondere la mano chi  le condivide.

Coronavirus e teorie del complotto.

Il Coronavirus è opera di miliardari che vogliono creare un nuovo ordine mondiale.
Ed è anche un’arma batteriologica (nome in codice Wuhan-400) che la Cina ha creato, rendendo reale la profezia del libro The Eyes of Darkness di Dean Koontz del 1981.
Il Coronavirus (nome in codice Gorki-400) è un’arma batteriologica creata dall’Unione Sovietica, con riferimento sempre al libro precedente.
Ma il Covid-19 è anche un’arma batteriologica creata dagli Stati Uniti.
Sui social network ci sono video che parlano del nuovo virus come l’inizio dell’Apocalisse voluta da una divinità pronta a punirci.
Il Coronavirus è tutta colpa dei cinesi e della loro abitudine di mangiare pipistrelli crudi. Lo ha detto anche Luca Zaia, governatore della Regione Veneto, che parlava di topi mangiati vivi.
Senza dimenticare l’infinità di audio vocali che riceviamo su Whatsapp. Dai primi che parlavano di una Wuhan sotto assedio militare (che poi si è scoperto fosse lo scherzo di un ragazzo italiano a degli amici) ai più recenti di fantomatici operatori sanitari.
Ci sono farmaci russi o anche giapponesi che fanno miracoli ma che Russia e Giappone ci tengono nascosti.

False credenze popolari sul Coronavirus

Il virus è un ceppo mutato della classica influenza.
Ed è anche meno letale dell’influenza.
Il Coronavirus arriva nelle nostre case tramite l’acqua del rubinetto.
Gli animali domestici possono contagiare l’uomo.
Aglio, cipolla e vitamina C ci permettono di guarire dal Coronavirus.
I gargarismi con acqua calda, aceto e sale bloccano l’infezione.
Il colore del sangue dei contagiati diventa più scuro.
Il Coronavirus muore a 28 gradi.
I pacchi ricevuti dalla Cina non sono sicuri.
Putin ha mandato in strada 500 leoni per evitare che la gente esca di casa.

Incredibile, ma vero: queste notizie vengono condivise con la presunzione di essere vere. Perché “non sarà vero, ma non si sa mai“. Sì, sono tutte fake news che fanno male. E alle quali dobbiamo dire un sonoro no.

Promemoria per il futuro: alfabetizzazione digitale per tutti.

C’è una lezione che possiamo imparare da tutto quello che stiamo vivendo. Anzi, più di una. E la prima è che l’Italia ha bisogno di una digitalizzazione profonda. Oltre che di un’alfabetizzazione digitale.
Ancora troppi italiani non sanno usare correttamente la tecnologia. E non sanno sfruttarla per studiare, lavorare, informarsi. I tentativi di smart school e smart working di questi tempi sono una dimostrazione lampante. Così come lo sono le troppe fake news alle quali ancora crediamo.
C’è bisogno di un nuovo patto tra mondo del giornalismo e i cittadini.
I giornalisti devono prendersi la responsabilità di tornare a fare informazione. Corretta, puntuale, seria. Smentendo quello che c’è da smentire. Parlando con parole semplici. Senza troppi sensazionalismi, senza dover stupire a tutti i costi. Tornare a fare quello che deve fare. Informare. E formare.
Mentre i cittadini devono prendersi la responsabilità di non diffondere in modo compulsivo quello che non è ancora stato verificato. Perché non è vero che se leggo una cosa 10 volte in giro per la rete quella cosa di fatto diventa vera. Vuol solo dire che ci sono 10 persone che, come me, non hanno gli strumenti per stabilire se quello che leggono può essere vero oppure no.

Per me l’uomo colto è colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve.
Umberto Eco

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Redazione i404

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