Dove vanno a finire i soldi dei migranti?

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Le rimesse dei migranti, i soldi che i lavoratori che cercano fortuna all'estero mandano nel paese natio, per supportare famiglie e comunità locali, sono oggetto di forte dibattito.
Perché spediscono i soldi all'estero e non li reinvestono nello stato che li ha accolti? Per quale motivo inviano tutto o quasi tutto il loro denaro nel paese che hanno lasciato?

Statua della Libertà

Photo by Max Ostrozhinskiy on Unsplash

Domande alle quali non c'è una sola risposta. Perché la storia di ogni migrante è un racconto a sé. Ma così come lo è stato per gli italiani e le italiane che hanno lasciato la propria patria per cercare fortuna in Germania o negli Stati Uniti d'America, lo stesso fanno i migranti di oggi.
Per aiutare chi è rimasto indietro. Magari nella speranza di fare la differenza e sostenere la propria famiglia e comunità di origine. Anche nell'ottica di un possibile rientro.

Rimesse dei migranti: cosa sono e quanto valgono.

Le rimesse dei migranti climatici, politici, economici sono i soldi che gli espatriati inviano alle famiglie di provenienza come supporto finanziario. E che oggi rappresentano la fonte primaria per la crescita dei paesi del sud del mondo.
Secondo i dati del 2008, gli invii hanno riguardato somme pari a 337 miliardi di dollari. 305 dei quali verso i paesi del sud del mondo. Somme che servono non solo per aiutare i famigliari che non sono partiti. Ma che aiutano anche a ridurre il debito dei paesi poveri nei confronti di quelli ricchi.
I paesi maggiormente interessati sono stati India, Cina, Messico, Filippine e Polonia.

A 10 anni di distanza, nel 2018, la situazione è cambiata? È stato registrano un boom del soldi inviati dagli immigrati in Italia all'estero. Sono stati toccati i 6,2 miliardi di euro. Con un incremento del 20.7% rispetto all'anno precedente.
Un dato in crescita non tanto perché sono migliorate le condizioni di vita, di lavoro e di guadagno dei lavoratori interessati, ma perché la Banca d'Italia, che fornisce i dati utili per capire il "giro di affari", ha introdotto anche altri sistemi di money transfer oltre ai classici che avvengono attraverso istituti di pagamento o intermediari autorizzati.

Italia e migranti.

Dove arrivano i soldi dei migranti.

La tabella con i dati di riferimento (che riguardano soldi e destinazioni) posiziona al primo posto i lavoratori arrivati in Italia dal Bangladesh (733,1 milioni inviati nel 2018).
Seguono i rumeni (710,7 milioni), i filippini (444,6 milioni), i pakistani (423,7 milioni), i senegalesi (385,3 milioni).

Gli esperti sottolineano un crollo delle rimesse dei cinesi. Pari all'85,3%. Nel 2018 hanno inviato "solo" 21,4 milioni, contro il 2,7 miliardi del periodo 2011-2012. Cosa è successo alla comunità cinese? Forse i loro money transfer non seguono più i canali tradizionali. Con un incremento delle rimesse tramite bitcoin, carte prepagate o trasporto fisico.

Da dove partono i soldi dei migranti.

I dati che si riferiscono al 2017 ci informano che il Nord e il Centro Italia sono i punti di partenza rispettivamente del 54% e del 27,2% delle rimesse dei migranti. Con il centro in calo a causa del peso della comunità cinese nel panorama nazionale delle rimesse.
La Lombardia è prima con il 23,3% dei flussi regionali. A seguire il Lazio (15,2%) e l’Emilia Romagna (9,1%), la Toscana e il Veneto (entrambe intorno al 9%).
Se si parla di province, invece, Roma, Milano, Genova hanno subito un calo tra l'1,5 e il 2,5%. Torino scende del 10,5%. Firenze del 4%. Prato addirittura del 35,9%. Salgono le province di Brescia (5,8%), Verona (9,8%) e Venezia (6,5%)

Money Transfer: mappa del mondo delle rimesse dei migranti

Photo by Christine Roy on Unsplash

Quanto costa inviare soldi all'estero?

Secondo le ultime stime, ogni singola transazione a livello mondiale ha un costo intorno al 7%. Le commissioni per trasferire soldi tra i paesi del G7 ai attestano al 2%. All'interno della zona euro sono gratis.
I costi spesso sono molto alti. Non c'è concorrenza tra i servizi attualmente presenti sul mercato. E così le commissioni rimangono elevate. Anche le politiche dei paesi occidentali contro il riciclaggio di denaro sporco concorrono ad aumentare i costi dei transfer. L'Italia dal 2019 aggiunge una tassa dell'1,5% da sommare alla commissione applicata dall'ente che si occupa del trasferimento di denaro.

Costi spesso molto elevati, che spingono i migranti a scegliere altre strade oltre a money transfer, banche e poste, quelle considerate ufficiali. In forte aumento il trasferimento di denaro online. Ma talvolta anche vie meno tracciabili, con soldi trasferiti manualmente quando il migrante ritorna a far visita alla propria casa. Pratiche che si potrebbero evitare con politiche mirate a ridurre tasse e commissioni o start up innovative che si possano occupare del money transfer in modo trasparente, chiaro, facile ed economico.

L'Agenda 2030 parla delle rimesse dei migranti.

L'Agenda 2030 dell'Onu, all'obiettivo 10 che mira a "ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le Nazioni", parla chiaro:

Entro il 2030, ridurre a meno del 3% i costi di transazione delle rimesse dei migranti ed eliminare i corridoi di rimesse con costi oltre il 5%.

Per agevolare il money transfer. Per aiutare le nazioni più vulnerabili a combattere la povertà. Per ridurre le ineguaglianze e la disparità per quello che riguarda gli accessi a sanità, educazione e altri servizi.

Le rimesse dei migranti non sono una novità: emigrati italiani di ieri e oggi.

Anche gli italiani che tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento lasciavano il paesello con o senza famiglia al seguito, per andare all'estero o per spostarsi in zone d'Italia più ricche (migrazione esterna VS migrazione interna) hanno sempre inviato soldi a casa. E secondo gli storici le rimesse hanno avuto un ruolo determinante per la crescita economica dell'Italia. Proprio come ora potrebbero esserlo per le economie più povere del mondo.
Le storie dei migranti in cerca di fortuna di ieri sono le storie dei migranti in cerca di fortuna oggi.

Il piroscafo Conte Grande riporta i figli degli italiani residenti in America, Istituto Luce, 1929

Italiani emigranti sono ritornati in Italia dalla Francia, Istituto Luce, 1939

L'Italia aiutata dai soldi della grande emigrazione.

Ancora oggi gli italiani che lavorano all'estero sono fondamentali anche per il Pil italiano, con 646 milioni di euro inviati in Italia da chi è fuori per lavoro. Che valgono mezzo punto di PIL. Come nel 1878, uno degli anni fondamentali per la storia migratoria italiana.
Soldi che aiutano le famiglie di origine, come è già accaduto nella nostra storia.

Tra il 1861 e il 1971 gli espatri di lavoro hanno superato i 25 milioni. Tra il 1871 e il 1914 ha lasciato l'Italia il 2% della popolazione. 9 milioni non sono più rientrati. Un numero enorme di italiani, quelli della grande emigrazione, che hanno continuato a inviare soldi. Contribuendo all'economia familiare e nazionale.
Le rimesse inviate dagli emigrati hanno aiutato lo sviluppo industriale italiano, arrivato in netto ritardo rispetto ad altri paesi europei, come l'Inghilterra. Gli esperti sottolineano che questi importi nei primi 15 anni del Novecento sono stati superiori al gettito annuale delle imposizioni fiscali dello stato italiano.

I soldi venivano inviati tramite vaglia postale. Talvolta semplicemente imbustati e affidati alle poste. O ci si rivolgeva a piccole banche italiane. A volte al limite della legalità. A febbraio 1901 una legge impone che sia il Banco di Napoli a distribuire in Italia le rimesse degli stranieri. Per proteggere gli italiani all'estero. Ma anche per fare in modo che tutti i soldi potessero arrivare in Italia. Aiutandola a crescere.

Oggi i sistemi sono più tecnologici. E non sempre così facilmente tracciabili, come dimostrano i dati della Banca d'Italia.
Ma il concetto rimane sempre lo stesso. Aiutare la comunità di origine. Noi come loro, in tempi e società diversi.

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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