L’Italia domina la classifica europea di migranti climatici. Chi sono?

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Il tema è di quelli importanti. E per non perdere la tua attenzione, ti diciamo da subito che proveremo ad essere brevi. Ma pure che qualche informazione numerica, per farti capire la portata, dovremo dartela. Che parleremo di cosa significa migrante climatico, dell'esistenza di un legame tra mutamento climatico e guerra. Di come il fenomeno colpisce anche l’Italia. E se le donne lo accusano come gli uomini.
Ti diciamo anche che puoi saltare le parti che conosci, smettere di leggere quando vuoi. Ma pure che se non arrivi fino alla fine, non puoi cavartela con un “Ci mancava il migrante climatico. Accoglieremo pure chi scappa dal caldo”, come titolava il Giornale (14 gennaio 2018).

Photo by chuttersnap on Unsplash

Migrante climatico è un termine coniato nel 2015.

dall’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, l’OIM, nella sua azione di protezione dei migranti. I migranti climatici sono quelle persone costrette ad abbandonare le loro terre a causa delle mutate condizioni climatiche.

Esiste un legame tra mutamento climatico e guerra?

E con il peggiorare delle condizioni ambientali, derivate dai cambiamenti climatici, ci saranno maggiori conflitti e migranti?
Sì, c’è un nesso. Quello che era stato prospettato in un primo momento è sempre maggiormente confermato da indagini, statistiche e lettura dell’attualità.
Qualche esempio per capire meglio: Siria e il conflitto iniziato nel 2011.
Lunga siccità e carenze d’acqua, causate dai cambiamenti climatici, sono stati la causa di raccolti infruttuosi ed emigrazione verso le aree urbane. Da qui una reazione a catena: sovraffollamento, disoccupazione, disordini politici, guerra civile.
L’analisi è frutto dello studio “Climate, conflict and forced migration”, pubblicato sulla rivista internazionale Global Environmental Change, che continua evidenziando come l’effetto dei cambiamenti climatici sulla frequenza e intensità degli eventi estremi influenza il rischio di conflitti violenti, aggravando le condizioni di povertà, insicurezza alimentare e disuguaglianze.
Tra le ovvie prime conseguenze, la morte, traumi, psicologici e fisici, disabilità. E poi lo spostamento.

If climate change does induce conflict, then indirectly climate change also contributes to forced migration.
Se i cambiamenti climatici inducono un conflitto, anche indirettamente il cambiamento climatico contribuisce anche alla migrazione forzata.

Ma già nel preambolo degli accordi sul clima di Parigi (COP 21) del 2015, si legge la profonda interconnessione tra cambiamenti climatici, disastri e movimenti forzati.
La Banca mondiale indica come nel 2050 gli effetti del cambiamento climatico, nelle regioni più popolate al mondo quanto a densità, provocherà migrazioni interne di 143 milioni di persone (studio pubblicato a marzo 2018). Tre macro aree quelle interessate dallo studio: Africa subsahariana, l'Asia meridionale e l'America Latina (e tre casi di studio: Etiopia, Bangladesh, Messico). Un altro dato: in Africa un migrante su 4 è un bambino.
E secondo l’OMS dobbiamo aspettarci 250.000 morti, tra il 2030 e il 2050.

Migranti climatici: arriviamo all'Italia.

Che a volte riceve, comprende, altre frena e blocca l’ondata, esplode, implode. E domina la classifica europea di migranti climatici. Ma attenzione non è tutto qua. Anche le nazioni ricche saranno coinvolte nella seconda parte del secolo.
Pensiamo al fenomeno di risalita del livello dei mari. Pensiamo alle zone costiere italiane. 4.500 chilometri quadrati a rischio inondazioni entro i prossimi 100 anni. L'Enea per il 2100 proietta oltre 5.600 km quadrati e più di 385 km di costa, "di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento". Vuoi sapere se la tua zona è coinvolta? Leggilo qui sotto.

La questione riguarda una vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l'area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull'Isola d'Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana; la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l'area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria. (Ansa, 13 febbraio 2019)

Qualora le temperature dovessero salire di 3 gradi, i danni da inondazioni sarebbero 17 miliardi di euro l’anno e 780mila cittadini ne subirebbero le conseguenze.
Ma i danni non sarebbero meno ingenti con l’aumento di anche solo 1,5 gradi: 15 miliardi di costi e 650 mila persone colpite l’anno.

Una fotografia davvero fosca del nostro imminente futuro. Ma il dado non è ancora stato tratto.

Photo by geralt on Pixabay

Altro spunto di riflessione. Il legame tra povertà e cambiamenti climatici è alla base dello spostamento forzato di milioni di persone ogni anno, più di quelle che fuggono da guerre e persecuzioni politiche, ma la convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati non contempla la categoria dei “rifugiati climatici”.

Nell’Onu si discute per riconoscere lo status di migrante climatico.
Il 18 febbraio 2018, il Tribunale dell’Aquila riconosce il diritto di un cittadino del Bangladesh alla protezione umanitaria, un permesso di soggiorno per “motivi speciali”, in quanto vittima di un’alluvione che gli ha fatto perdere il terreno agricolo; un evento catastrofico improvviso che rappresenta nel contempo anche un effetto graduale del cambiamento climatico.

La sentenza ha segnato un passo in avanti storico nel contesto italiano, evocando per la prima volta un caso di migrazione ambientale. Ciononostante, se n’è parlato solo tra gli esperti in materia e in pochi giornali che hanno interpretato l’episodio usando una retorica securitaria. (Ugo Gaudino, Opinio Juris, 4 febbraio)

Image by josecab on Pixabay

Migranti climatici. E le donne?

Sono più colpite degli uomini, perché nei paesi in via di sviluppo la loro vita è legata a doppio filo alla risorse su cui i cambiamenti climatici hanno impatto negativo.
E se in Africa, le donne producono con l’agricoltura la quasi totalità dei prodotti, pur detenendo solo l’1% delle terre, e se l’Onu stima che le donne costituiscono più della metà della popolazione che vive in povertà, il conto e il panorama sono abbastanza chiari.

Non ci resta che piangere. O forse no. Arriverà il giorno in cui ci sarà chiesto cosa abbiamo fatto noi, dove eravamo. Iniziamo a chiedercelo sin da ora.
Assumiamo atteggiamenti sostenibili per non far alzare le temperature. Esortiamo i governi a predisporre piani di adattamento efficaci per compensare i previsti rischi crescenti.
E come ha suggerito Harrison Ford, ecologista attivo, ma come pure continuano ad dire i giovani attivisti di Fridays For Future, non disprezziamo il lavoro e gli avvisi degli scienziati, eleggiamo politici giusti che credono nella scienza. Perché la scienza non è democratica, ma è egualitaria.

Tutti noi, ricchi o poveri, potenti o meno, pagheremo le conseguenze dei cambiamenti climatici e della distruzione del nostro ecosistema. Siamo di fronte a quella che ritengo essere la più grande sfida morale del nostro tempo. (Harrison Ford, 76 anni, intervento al World Government Summit di Dubai)

Abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta.
(Greta Thunberg, 15 anni, intervento Conferenza Mondiale sul clima)

 

 

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Redazione i404
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