Lettera a un bambino che non parla italiano

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Era una giornata come tante altre. O almeno così sembrava a noi. Presto, però, ci saremmo accorti che sarebbe stata una giornata molto speciale per tutti noi. E impegnativa per qualcuno che da lì a poco avremmo conosciuto.

In classe eravamo tutti presenti. Qualcuno era arrivato come al solito in ritardo, ancora con il segno del cuscino sulla guancia. Quello che ci fa tanto ridere! La campanella era già suonata e la bidella urlava di fare in fretta, che doveva chiudere la porta.
Io come sempre ero entrata in classe all’alba, così li ho visti entrare tutti i miei compagni. E ho visto entrare anche la maestra, puntuale con i suoi occhiali e la sua borsa piena di cose da farci fare quel giorno. Non se la dimentica mai a casa quella borsa!

Ma la maestra quel giorno non entrò da sola. Con lei c’era un altro bambino, un po’ più grande di noi. O almeno così sembrava. Pelle color cioccolato al latte, capelli ricciolini, occhi neri profondi profondi.

Il suo sguardo era spaventato.

Chissà perché aveva così paura, ci chiedevamo noi, mentre la maestra ci presentava Mohamed. Sarebbe stato un nostro nuovo compagno di classe. Arrivato praticamente a fine anno. Fuori era già primavera, mentre in classe facevamo già il conto alla rovescia per le vacanze.

Chi se lo aspettava un compagno nuovo?

Chissà perché era arrivato così tardi. E cosa aveva fatto prima? Dove era andato a scuola? Quante domande avremmo voluto fargli!

Gli abbiamo fatto posto vicino a noi. E abbiamo cominciato a guardarlo incuriositi. Non è che parlasse molto, però. Abbiamo aspettato l’intervallo. E poi siamo andati di corsa da lui, per conoscerlo, per chiedergli che merenda avesse, quali erano i suoi giochi preferiti, di chi fosse il suo diario. Ma lui sempre zitto. Ci guardava e non rispondeva. Sembrava non capire.

Poi la maestra ci ha spiegato. Mohamed non parla l’italiano. Veniva da lontano e parlava un’altra lingua. E pensare che per un po’ abbiamo creduto che fosse muto. Eravamo felici di sapere che poteva parlare.

Ma come farci capire?

La maestra aveva una soluzione anche a questo. Lei ha sempre una soluzione in tasca, come se avesse la borsa di Mary Poppins! Giocando non servono poi tante parole. E così è bastato un pallone e parlarsi a gesti per iniziare subito a legare con lui. Era un bel gioco anche quello, riuscire a fare la miglior imitazione di quello che volevamo dirgli. Ci siamo aiutati anche con i disegni. E abbiamo riso tanto!

Poi la maestra ci ha detto che lui sa parlare molto bene inglese. E infatti le insegnanti parlavano con lui così. Che fortunato, almeno non deve studiare inglese e non fa fatica a fare i compiti a casa, abbiamo pensato tutti noi che, invece, sudiamo sul libro di inglese!

Quasi quasi un pomeriggio lo invito a merenda da me. Così lui mi aiuta con inglese e io magari lo aiuto con italiano. Anche perché prima o poi dovrà impararlo, sennò come farà a ordinare la sua pizza preferita o a comprarsi le figurine in edicola?

La maestra ci ha spiegato che a scuola ci sono dei corsi per i bambini come Mohamed che non parlano la nostra lingua. Così in poco tempo possono imparare tutte le parole utili per poter chiacchierare con i compagni di scuola. Ma non troppo, soprattutto durante le ore di lezione, sennò poi la maestra chi la sente?

Chissà, forse quando noi facciamo religione e lui va via insieme ad altri compagni con la maestra di italiano, forse proprio in quelle due ore impara l’italiano. L’altro giorno me lo sono immaginato mentre imparava a dire le prime frasi in italiano. Chissà che emozione per lui!

Guardando Mohamed che si sforza di parlare con noi in un italiano stentato a volte ci viene da ridere. Ma poi ripensiamo a quando parliamo noi in inglese. Forse anche lui sotto i baffi, che non ha, sia ben chiaro, ha solo 8 anni!, se la ride per per come diciamo male Thank you o Hello.

Certo che non deve essere proprio facile. Lui e la sua famiglia vengono da lontano. Per loro è come aver scoperto un nuovo mondo, dove tutto è da scoprire. Il cibo, le abitudini, persino la lingua. Ma lui si sforza tanto e vedo che anche le maestre fanno di tutto per aiutarlo.

Le maestre hanno chiesto anche il nostro aiuto.

E quando le maestre chiedono il nostro aiuto per un compagno, vuol dire che è davvero importante. In realtà la maestra di italiano ha provato a spiegarcelo, con due parole che ci sembravano tanto strane e buffe. Integrazione e inclusione, che parole particolari, che però fanno rima tra loro, quindi devono essere per forza belle da usare insieme. Cosa vorranno mai dire?

Non glielo avessimo mai chiesto. Per compito a casa la maestra ci ha detto di cercarle sul vocabolario. E allora lì abbiamo capito. Era un po’ come per gli insiemi di matematica: Mohamed aveva bisogno di aiuto per entrare nel nostro insieme classe. E per farlo doveva assolutamente imparare a parlare italiano. Magari noi avremmo potuto imparare più facilmente anche l’inglese, così non doveva solo essere lui a studiare un po’ di più per potersi divertire con tutti noi durante l’intervallo.

Imparare la nuova lingua era importante.

Quando abbiamo raccontato alla maestra che avevamo capito perché fosse fondamentale che Mohamed parlasse italiano, lei ha fatto uno dei suoi sorrisi più belli. Attenzione, non è che ce li riservi spesso. Anche se il più delle volte è colpa nostra. Ma quando ci sorride, sappiamo di aver fatto qualcosa di grande.

Maestra, perché sorridi?”. E lei ci ha risposto: “Perché siete i migliori compagni che Mohamed potesse incontrare. Avete capito meglio di tanti adulti quanto sia importante riuscire a parlare la stessa lingua. Anche se, in realtà, voi già parlate una lingua comune: quella dell’amore, del gioco, dei gesti, della comprensione reciproca, dell’accettazione. Per Mohamed non è stato facile cambiare paese, vita, abitudini, trovarsi in una scuola dove tutto è nuovo e sconosciuto. Ma voi avete imparato che le parole inclusione e integrazione non solo fanno rima, ma sono già presenti in tutti noi. Anche in voi che non sapevate cosa volessero dire”.

Noi eravamo tutti orgogliosi di quelle parole. Perché volevamo già molto bene al nostro nuovo compagno di scuola, che cercava di imparare l’italiano più in fretta possibile per riuscire a comunicare con noi.

Caro Mohamed

Photo @Patrizia Chimera

Oggi Mohamed parla bene l’italiano.

Per noi è una gioia poter parlare con lui. La maestra non ha perso occasione e per festeggiare la cosa ci ha dato una poesia da studiare a casa e recitare poi insieme a scuola. Certo che ha uno strano modo per festeggiare visto che ci dà da studiare! Però la poesia è così bella, che tutti l’abbiamo perdonata. Anche chi fa proprio fatica a ricordarsi le poesie.

Si intitola “Insieme” e l’ha scritta un certo Gyo Fujikawa. Deve venire da molto lontano con un nome così!

È tanto bello
quando si è amici,
giocare insieme ,
sentirsi felici.

Col mio amico
è bello parlare,
avere mille segreti
da raccontare,
e ridere insieme,
ridere assai:
i motivi per ridere
non mancano mai.

Chissà se tutti gli altri bambini che vengono da posti lontani del mappamondo che abbiamo in classe hanno la fortuna di avere una maestra che insegna loro l’italiano. Quasi quasi se vedo una stella cadente come desiderio chiedo una maestra di italiano a tutti i Mohamed in Italia e nel mondo… Così non si sentiranno più stranieri nella loro nuova casa!

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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