“Emigrati come forza lavoro schiava”. Un giovane cubano risponde. E racconta la sua versione di Cuba

Abel Prieto è un politico cubano, ex Ministro della Cultura, che durante l’8° Congresso dell’Associazione nazionale degli economisti e dei ragionieri ha sostenuto con forza che la maggior parte dei professionisti che emigrano, non trovano mai lavoro in base alle proprie qualifiche accademiche e diventano una forza lavoro “schiava”.

Ha parlato di miraggio proveniente dal Capitalismo e dai paesi che ne sono espressione e della felicità proveniente sempre dal Capitalismo, come di uno stato di piacere che in realtà è un sistema sterminatore della specie umana e del suo habitat naturale (“la colonización cultural muestra la felicidad como un estado de placer y entretenimiento factible solamente en el capitalismo, cuando en realidad este es un sistema exterminador de la especie humana y su hábitat natural.”).

Il capitalismo, dice, promuove sprechi, consumi folli e assurdi basati sulla creazione di falsi bisogni. Sta distruggendo il pianeta Terra ed i suoi abitanti (“El capitalismo promueve el despilfarro, el consumo insensato y absurdo a partir de crear falsas necesidades. Está destruyendo al planeta tierra y sus pobladores”).

Come dargli torto, in parte. Per quell’uso e abuso, che noi, paesi ricchi, stiamo facendo delle risorse naturali che abbiamo, sprezzanti di quello che sarà. Stranamente poi sembra essere d’accordo con l’acerrimo nemico a stelle e strisce, dato il cambio dell’ultima ora di Donald Trump, che di recente ha detto che sì, il cambiamento climatico c’è.

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Ma rispetto a tutta la parte che riguarda la forza lavoro ed i professionisti di Cuba, i sogni, le aspettative e la realtà che si cela davvero dietro gli slogan osannati negli eventi pubblici e di cui si riempiono la carta stampata di regime, ops di Stato, e gli striscioni pubblicitari in giro per il paese, molto ci sarebbe da dire.

Potrei farlo io, che dopo un viaggio recente a Cuba, mi sono accalorata in discussioni tecniche per capire il funzionamento di scuola, impresa, sistema lavoro. Ascoltando. Senza mettere in imbarazzo o in difficoltà.
Ma pensando anche che nell’ascoltare racconti fatti sottovoce, anche nel privato delle proprie dimore, senza mai esprimere parole chiaramente contrarie, o nel leggere un giornale in cui quasi non esistono articoli negativi che non siano di politica estera, fra le molte sfavillanti grandi innovazioni del Paese, qualcosa che non torna c’è.

Potrei fare io questa digressione contro le parole di Prieto. Ma sarebbe il mio punto di vista. Quello di un viaggiatore, un turista curioso, ma pur sempre spettatore.
Ed invece ho deciso di far dire la sua ad un cubano, professionista, emigrato, appunto. Che ho conosciuto ed apprezzato per la tenerezza con la quale amava la sua famiglia ed il suo Paese. Ma che a queste parole non c’è stato. E ha tirato fuori la voce, o meglio ha sfoderato la penna, per raccontare il suo punto di vista. La sua Cuba.

Non sono solito fare questo tipo di cose perché non mi considero critico e ancor meno politico, ma mi considero un giovane cubano assennato e con i piedi ben piantati sulla terra (credo io).
Ma è stata così tanta l’indignazione che ho sentito con questo articolo del signor Prieto che non ho potuto evitare di pubblicare qualcosa, in base alla mia esperienza come giovane professionista cubano ed emigrato, di fatto.

Le sue parole mi hanno toccato, fatte di una retorica a buon mercato, che hanno destato i 28 anni che ho; questo Signore afferma che i giovani professionisti che emigrano (incluso me) diventano “forza lavoro schiava”.
Signor Prieto, questo giovane che scrive è ingegnere, formatosi alla Cuaje, (ndr. Università de L’Avana) qualche anno fa e prima di questo perché mi sono anche guadagnato il privilegio di studiare alla Vocacional Lenin (ndr, sempre a L’Avana).
Sì, me lo sono guadagnato, non me lo ha regalato nessuno, e per favore non se ne esca con il discorso che “gli studi sono gratis”, perché è stato abbastanza caro quello che i miei genitori hanno investito per i miei 3 anni nella Lenin e più ancora i 5 della Cujae, e non ho mai chiesto loro più di quanto potevano darmi. Gli studi sono gratuiti? Con le condizioni deplorevoli offerte da entrambe le istituzioni? Con quale coraggio ci si può vantare di ciò.

Tornando al tema, già una volta laureato ho iniziato a lavorare per il governo cubano come parte del mio servizio sociale per pagare i miei studi “gratis”. Lì sono stato per un periodo di 2 anni e qualche mese e, signore Prieto, il mio stipendio come professionista non ha mai superato i 60 cuc (nella cifra è incluso lo stipendio per il pranzo, 12,5 cuc circa, e la “stimolazione” che non supera i 15 cuc) Quella miseria nel settore statale è una soddisfacente “paga” in confronto agli altri professionisti di altri campi come la salute, le arti, ed è lì che mi veniva sempre il dubbio: beh se a me come giovane cubano questi cinquanta ed un po’ non mi sono sufficienti per tutto un mese, come fanno quei professionisti che hanno famiglie da mantenere e figli da formare?

Il cuc mensile è il dollaro mensile.
12,5 cuc è la somma che il Governo ha decretato come somma totale sufficiente per il pranzo dei lavoratori per i 23 giorni lavorativi del mese.
Ma un pranzo, in media, costa 25 pesos cubani, che equivalgono ad 1 cuc. Al giorno. A cui vanno aggiunti i costi del viaggio di andata e ritorno.
Nonostante questo, non è infrequente che i lavoratori chiedano di essere pagati invece di usufruire del cibo nelle strutture apposite, che spesso è in cattive condizioni o non è preparato in modo adeguato.
La “stimolazione” è invece una somma che l’azienda dà ogni mese al lavoratore per “stimolarlo” a lavorare tutti i giorni, senza essere in realtà legato ad un obiettivo preciso da raggiungere. Non tutte le aziende offrono questo incentivo.
Se il dipendente si è assentato anche per un solo giorno di lavoro al mese, non riceve più lo “stimolo”.

Photo by Ricardo L Tamayo on Unsplash

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Sa cosa ho deciso di fare allora? Con l’aiuto di amici (professionisti anche loro ovviamente) abbiamo creato un piccolo business di guide per turisti che visitavano L’Avana, tutto in regola e con la dovuta preparazione e organizzazione che il compito richiedeva. Sa cosa è successo? Ci sono state settimane (non poche) in cui abbiamo ottenuto più guadagni che se avessimo lavorato 6 mesi nel settore statale e senza rubare un centesimo a nessuno.
Ma non è qui tutta la storia.
Si scopre che non eravamo i soli, ma altri amici dell’Università e dell’istituto Lenin stavano lavorando nel settore turistico: ragionieri, programmatori, anche un criptologo.
In quel momento ho capito che era stata una scelta fatta da molti: rinunciare a lavorare nel proprio settore di studi, dove avevi le tasche vuote a fine giornata, ma esigenze sempre crescenti, per scegliere invece di camminare sotto il sole cocente, attraverso le strade de L’Avana vecchia, con la fiducia che nel fine settimana si sarebbe avuta un po’ di “tranquillità economica” e poter andare, senza preoccupazioni, al centro commerciale dell’Hotel Comodoro e regalare a mia madre un paio di scarpe comode (che non costano meno di 80 cuc). Che credo sia ciò che merita ogni donna cubana che lavora e si dedica alla sua famiglia.
Ora signor Prieto, pensi che sarebbe stato possibile farlo se fossi rimasto nella compagnia per la quale lavoravo?

E per favore, non mi dica che siamo materialisti e che un paio di scarpe sono “un semplice paio di scarpe”. A Cuba un paio di scarpe di quel tipo sono felicità, forse non tanto per il comfort ma per il sacrificio che comporta poterle avere e questo non è colpa di nessuno, se non del precario sistema salariale dei professionisti e dei lavoratori cubani così come una catena infinita di errori da parte vostra, i “leader”, dai quali non ho mai sentito parole come “abbiamo sbagliato”; ormai è troppo tardi ed almeno io, non le voglio più sentire.

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Ma la mia storia non finisce così. La mia vita prende la rotta del Nord e non proprio per ” Gli Stati Uniti D’America ” come starà pensando, sì perché non tutto coloro che escono da Cuba vanno per “la yuma” com’è conosciuta a Cuba e tanto odiata da voi. Ho deciso di arrivare in Canada, come molti altri colleghi professionisti hanno deciso per Spagna, Francia, Inghilterra, fino all’Oman, affinché non creda che sono solo i paesi più conosciuti quelli dove si va.
Ci sono professionisti cubani in tutto il mondo.
Qui possiamo lavorare nel nostro campo di studi ed avere successo.
Credo che le storie di tutti, tanto quanto la mia, non sono state facili: non lo sono né la separazione della famiglia, né l’adattarsi ad una nuova cultura e ad un modo diverso di vedere la vita.
Ma sa una cosa? Non mi pento della mia decisione, così come non mi sono pentito di quella che ho preso a L’Avana, di rinunciare alla mia vocazione per la formazione per iniziare a lavorare in un’altra vocazione che ho scoperto per caso, quella di “mostrare la mia L’Avana ai viaggiatori”, ma quella vera, senza trucchi, quella che vive il cubano a piedi, quella che mi è toccata vivere, non quella di “piena felicità ed esigenze garantite” che si è venduta al mondo per più di 50 anni.

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Ora sono qui, designando la mia nuova strada in questo paese che è così ricco di educazione come lo è stato Cuba molto tempo fa e con un sistema sanitario gratuito!
Che Cuba non è l’unico paese che ce l’ha. In 6 mesi ho raggiunto traguardi che non avrei mai pensato di avere a Cuba, e sì, alcuni di loro sono materiali, ma in fin dei conti sono traguardi frutto del mio sacrificio e pertanto diventano felicità, sia mia che della mia famiglia.

Non voglio continuare dilungandomi, perché penso di dire cose che già sa (ma non vuole ammettere), immaginando che abbia viaggiato molto a differenza dell’80% dei cubani e se conosce le altre realtà (non parlo di quella degli Stati Uniti che usate sempre voi per fare confronti), perché le lascio qualcosa per una riflessione che a quanto pare voi avete cancellato dalla mente:
Ogni volta che si parla di emigranti cubani e in questo caso di professionisti si pensa a “traditori” o a cubani ” ingannati da canti di sirena”, ma secondo il mio sempre visionario padre, non si pensa mai alla ragione o alle ragioni.
Perché se ne vanno?

Pensate a questo. E se un giorno troverete una risposta convincente, cosa di cui dubito molto, fate un articolo su questo, però con l’attenzione rivolta su Cuba, ok? E nel contempo, si scusi: è qualcosa di cui mancano coloro che guidano il nostro paese, e che diverse generazioni, compresa la mia stanno aspettando di sentire.

Non abbiamo firmato e non possiamo firmare le parole di questo giovane, pensante e professionista cubano.
Ci ha chiesto lui di non farlo. Perché il Governo di Cuba, dice lui, “è molto complicato”.
Ed anche se si evita di scrivere parole contro il presidente o di usare parole come “regime”, “demagogia”, “rivoluzione”, ciò non significa che le tue parole non possano essere interpretate come qualcosa contro il Governo.
Se qualcuno inizia a scrivere più spesso parole che possono sembrare di protesta sui social network, che sono verificati, viene inserito in una black list e non può rientrare a Cuba fino ad un loro cambio di idea. Ed i parenti che vivono ancora all’interno del Paese possono subire conseguenze.

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Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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