Indigeni: altro che primitivi. Possono essere la nostra salvezza. E invece li sterminiamo ancora

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È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare i suoi Indiani.
Correio Braziliense, 12 aprile 1998.

Potete stare tranquilli che se ci arrivo [a essere eletto presidente del Brasile]non ci sarà denaro per le ONG. Se fosse per me, ogni cittadino avrebbe un’arma da fuoco in casa. Nemmeno un centimetro di terra verrà demarcato come riserva indigena o come quilombola.”
Estadão, 3 aprile 2017

Foto di Sandro Cenni su Unsplash

E in effetti, Jair Bolsonaro, politico nazionalista di estrema destra, ci è arrivato a diventare il nuovo presidente del Brasile (1 gennaio 2019). E non si è smentito.

Ha inaugurato la presidenza con una dichiarazione di guerra. Ha tolto al FUNAI, Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni, la responsabilità di demarcare le terre indigene per affidarla al Ministero dell’Agricoltura. Che, guarda caso, è a favore dell’espansione dell’agricoltura all’interno dei loro territori e si oppone ai diritti territoriali indigeni.
I popoli indigeni sono pronti ad un dialogo che non c’è e promettono reazioni.
Ma intere tribù potrebbero essere spazzate via. Come quelle più isolate, che non hanno contatti con il mondo esterno e non hanno sviluppato difese immunitarie.
ResisteremoSonia Guajajara, leader indigena e candidata alla vice presidenza nelle elezioni 2018.

Indiano nativo americano | Foto di Andrew James su Unsplash

A fine luglio, la riserva degli indigeni Waiãpi è stata invasa da 50 cercatori illegali d’oro e diamanti, garimpeiros, armati anche con mitragliatrici. Pochi giorni prima c’è stato l’assassinio di un leader comunitario di 68 anni, Emyra Waiãpi.
La risposta di Bolsonaro: non c’è “alcun indizio forte che sia stato assassinato, nonostante i segni di varie coltellate sul corpo. Secondo il presidente brasiliano il fatto si può spiegare con “varie possibilità” e “la polizia federale è lì” per chiarire e “cercare la verità“.

Dall’inizio dell’anno a oggi sono scomparsi 3700 km² di foresta amazzonica. Più di tutta la Valle d’Aosta.
Lui parla di fake news: “Io credo alla realtà e la realtà mi dice che se tutti i dati sulla deforestazione fossero veri, l’Amazzonia non esisterebbe più. Invece esiste ed è in salute”. Una teoria di è così convinto tanto da licenziare il direttore dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale, che aveva accusato di mentire sul disboscamento in Amazzonia, con l’agenzia che invia dati che non rispecchiano la realtà.
Ma quando qualcuno lo stuzzica sul tema, si inalbera e sentenzia: “L’Amazzonia è nostra, non appartiene al mondo“.

E invece no, non appartiene solo a lui. E così si dovrebbe ragionare.
Questo furto di terra agli indigeni alimenta la catastrofe ambientale.
Sia perché siamo in emergenza e disboscare non è certo la strada giusta da perseguire.
Ma anche perché i popoli indigeni sono i migliori conoscitori della fauna e flora che li circonda. Sono i custodi del mondo naturale a cui dovremmo chiedere aiuto e ispirarci.
Proteggono, conservano, tutelano. E lo fanno senza portafogli, con l’utilizzo di una sostenibilità che non ha eguali.
Sono i custodi della biodiversità.

Indigeno del Botswana

Indigeno del Botswana | Foto di hbieser da Pixabay

Nel 1982, La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite li ha definiti come “comunità, popoli e nazioni indigene (…) che, avendo una continuità storica con società precoloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinti dagli altri settori della società che ora sono predominanti su quei territori, o su parti di loro. Essi formano settori non dominanti della società e sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni i loro territori ancestrali e la loro identità etnica quali basi della loro esistenza come popolo, in accordo con i propri modelli, istituzioni sociali e sistemi legislativi”.

Indigeno della Namibia | Foto di D Mz da Pixabay

I popoli indigeni rappresentano il 5% della popolazione mondiale.
Il parco nazionale di Yosemite, l’Amazzonia e il Serengeti sono la casa di milioni di indigeni, terre definite
spesso selvagge o vergini e per questo oggetto di interesse turistico ed economico.
Ma lungi dall’essere abbandonate, queste terre sono invece abitate e gestite con coscienza ed efficienza, più che sfruttate.
L’80% della biodiversità terrestre si trova nei territori dei popoli indigeni.

La Dichiarazione dei Diritti delle Popolazioni Indigene, adottata dal Consiglio per i Diritti Umani nel giugno 2006 e ora al vaglio dell’Assemblea Generale, riconosce che la conoscenza, le culture e le pratiche tradizionali indigene contribuiscono allo sviluppo sostenibile e a una corretta gestione dell’ambiente naturale.

Mursi, gruppo etnico dell’Etiopia | Foto di Peter Wieser da Pixabay

La particolare vulnerabilità delle popolazioni indigene al cambiamento climatico e l’importanza del loro ruolo nell’offrire risposte a tale mutamento viene riconosciuta dal Forum Permanente delle Nazioni Unite sui Problemi degli Indigeni. Il 9 agosto è la Giornata internazionale popoli indigeni e cambiamento climatico.

Non solo fiori, piante e animali sono a rischio di estinzione. Ma anche popoli, civiltà, che rappresentano oltre 5.000 lingue e culture di tutti i continenti. E che possono insegnarci ad aver cura del luogo che ci offre vita e dimora.

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Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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