Migranti didattici divisi tra nuove città e opportunità e la terra di origine. Chi sono i fuori sede

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Fuori sede. Lontano dalla propria città.
Studente fuori sede. Che vive lontano da dove studia.
Quanti sono i migranti didattici in Italia?
Qual è il numero dei ragazzi costretto a cercare un’istruzione migliore lontano da casa?
I numeri sono in costante crescita. Per un fenomeno migratorio spesso sottovalutato. Ma che avrebbe bisogno di attenzione.

fuori sede

Photo by Resi Kling on Unsplash

Chi sono i migranti didattici in Italia.

I cervelli italiani scappano all’estero. Giovani ragazzi (e anche non più giovani) che hanno studiato e che cercano opportunità lavorative fuori dai confini del paese. Per poter continuare a lavorare nell’ambito in cui si sono formati.
Ma la fuga di cervelli non è solo verso i paesi esteri. È anche interna al paese. Al momento della formazione stessa degli studenti italiani.
Sono gli studenti fuori sede, i migranti didattici, che scelgono di seguire Corsi di Laurea in regioni lontane da quella di provenienza.

Secondo gli ultimi dati, quelli relativi all’anno accademico 2017-2018, quasi uno studente su quattro sceglie un ateneo fuori sede.
400mila studenti ogni anno prendono su le loro valigie, piene di aspettative, e vanno a vivere in un’altra regione dove affronteranno i percorsi didattici scelti.
Le migrazioni didattiche non sono uguali da regione a regione.
Il 32% degli studenti che vive nel Mezzogiorno va a studiare lontano da casa. Le regioni più interessate dalle partenze sono Puglia e Sicilia. Dalla Calabria è partita quasi la metà degli studenti universitari.

La maggior parte sceglie la Lombardia (19%), seguita da Lazio (15%) ed Emilia Romagna (17%). Le tre regioni accolgono metà degli studenti fuori sede.
Tra i poli più scelti ci sono la Statale di Bologna (4,59%), la Sapienza di Roma (2,43%), i Politecnici di Milano e Torino (rispettivamente con il 2,22% e il 2,18%), la Cattolica di Milano (1,9%), le università statali di Pisa, Torino, Firenze, Padova, Parma.

migranti didattici

Photo by Ahmad Ossayli on Unsplash

In crescita il fenomeno dei fuori sede.

Il fenomeno è in costante crescita.
Nell’anno accademico 2013-2014 erano il 24,5%. Nel 2017-2018 il 27,5%.
Con una crescita media annua del 2,7%.
La percentuale cresce e raggiunge il 36% se si considerano gli studenti post triennio.

Gli studenti fuori sede lasciano la loro casa per trovare opportunità migliori di formazione. Perché magari in regione mancano i corsi di laurea di riferimento. In Campania, ad esempio, sono presenti sette atenei e il numero di migranti didattici è più basso rispetto ad altre realtà del sud.
O perché magari sperano in un futuro migliore nelle grandi città dove hanno studiato. Per la presenza di master e corsi post laurea. E anche di opportunità lavorative.
Secondo i dati più recenti di Almalaurea, infatti, chi ha frequentato l’università al sud a un anno dalla discussione della tesi può contare su un tasso di occupazione del 61%. Al Centro è del 74%, al Nord è del 79%.

fuori sede in Italia

Photo by Mantas Hesthaven on Unsplash

I fuori sede dimenticati.

Settembre, andiamo, è tempo di migrare.
La poesia di D’Annunzio spiega bene lo stato d’animo di chi sceglie o è costretto dalle circostanze a lasciare la propria terra subito dopo il diploma. Per andare all’università. Per avere maggiori possibilità e opportunità.
Non senza dover affrontare problemi.

A partire dal problema del caro affitto. Gli studenti vivono in case fatiscenti, ammassati, costretti a pagare affitti da capogiro, soprattutto nelle città con gli atenei più rinomati. Gli studentati non riescono a coprire la necessità di posti letto. Siamo fanalino di coda in Europa. Mancano gli alloggi per gli studenti che migrano in altre regioni per studiare.
A questo bisogna aggiungere le difficoltà di vivere in una città sconosciuta. Magari senza nessun contatto di riferimento. I primi mesi sono sicuramente i più duri. E l’università non sempre offre servizi e aiuti di integrazione e di supporto per i fuori sede.
Migranti didattici che devono fare anche i conti con i rientri a casa. Se durante le vacanze è un rito irrinunciabile tornare dalla famiglia, le cose si fanno più difficoltose in caso di eventi come le elezioni. Sono costretti a votare nel seggio di appartenenza. E a pagare biglietti di treno e aereo senza troppe agevolazioni. Quando invece potrebbero votare “a distanza” come già fanno gli italiani all’estero.

Il problema andrebbe affrontato a monte. Migliorando il sistema universitario in modo che sia paritario in ogni regione. Per evitare di obbligare gli studenti a non avere scelta.
E nel caso in cui decidessero di affrontare l’avventura dello studio lontano da casa, garantire ogni diritto fondamentale. Perché nessuno debba pentirsi mai della scelta presa. Potendo sfruttare al meglio un’opportunità di crescita non indifferente.

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