La pesca sostenibile può esistere. Basta volerlo

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Patrizia Chimera
Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 3 minutiLa pesca sostenibile può esistere? Questa è la domanda che in molti si fanno quando si riferiscono al settore ittico, spesso restio a cambiare modalità di lavoro per abbracciare pratiche più green, rispettose dell’ambiente, della fauna marina e, talvolta, anche della salute di chi porta sulle sue tavole il pesce, alimento sano e consigliato a ogni età.

Il settore ittico in numeri

In molte zone del mondo è una delle principali fonti di proteine di origine animale (3 milioni). Globalmente consumiamo sempre più pesce: siamo passati dai 5,2 chili all’anno del 1961 ai 19,4 chili del 2017. Il consumo annuo pro capite medio nei Paesi dell’UE è di 24,4 chili. L’Italia è al di sopra della media, con 30,8 chili.
Gran parte del pesce che arriva sulle nostre tavole è frutto del sovra sfruttamento dei mari.
Nel 2018 il totale della produzione ittica mondiale ha raggiunto i 178,5 milioni di tonnellate, il 46% derivante da acquacoltura e il 54% dalla pesca. 156,4 milioni di tonnellate è destinato al consumo umano.
I pesci più pescati nel mondo sono l’acciuga del Pacifico (7 milioni di tonnellate), il merluzzo dell’Alaska (3,4 milioni di tonnellate) il tonnetto striato (3,2 milioni di tonnellate).

mercato del pesce
Photo by Jairo Alzate on Unsplash

Cos’è la pesca sostenibile

Con il termine pesca sostenibile si indicano tutte quelle tipologie di pesca che si praticano nel rispetto dei mari, della fauna ittica, dell’habitat e delle popolazioni locali che dipendono da questa preziosa risorsa.
Prevede l’uso di strumenti che non distruggano gli ecosistemi marini e regole che impediscano di svuotare i nostri mari e i nostri oceani, lasciando un numero di esemplari idonei a garantire la riproduzione. Per non incappare in situazioni di overfishing o sovrapesca, che indeboliscono gli habitat riducendo drasticamente il numero di pesci presenti e mettendo a rischio l’equilibrio ecosistemico.
Secondo la FAO il pesce sostenibile che arriva in porto rappresenta il 78,7%. L’area del Mar Mediterraneo e del Mar Nero è quella che soffre percentuali maggiori di stock ittici sovrapescati (il 62,5%).

Raggiungere i traguardi dell’obiettivo 14 dell’Agenda 2030 diventa sempre più difficile. Le regole, gli strumenti e le indicazioni per una pesca sostenibili sono semplici e chiare. Il problema è la loro applicazione in un mondo che, nonostante tutti i campanelli di allarme, non fa abbastanza per difendere l’ambiente.

pesce sostenibile
Photo by Jed Owen on Unsplash

Servono più controlli

Da tempo la ONG Oceana chiede regolamenti più severi per quello che riguarda ad esempio la pesca nel Mediterraneo, visto che le attuali norme sarebbero molto deboli. La stessa FAO chiede oltre a regole ferree anche controlli che permettano di individuare con attenzione certosina i casi di illeciti nei nostri mari, fermando il prima possibile pescatori e aziende che continuano a distruggere habitat ed ecosistemi con l’overfishing, ma anche con la cattura e l’uccisione di pesci e di altri esemplari di fauna marina fuori target (il fenomeno del bycatch) o la pesca a strascico, che anche nel nostro paese continua a danneggiare i fondali marini.

E idee innovative

Servono anche soluzioni innovative per evitare di togliere dal mare più pesce di quello che in realtà consumiamo. Magari per alimentare altri esemplari nell’industria ittica dell’acquacoltura.

Come ci ha raccontato Alessandro Romano, della start up Ittinsect, che ha messo a punto un’idea per migliorare i mangimi per l’itticoltura. Durante un viaggio in mare, in cui si era prefissato di nutrirsi solo con il pesce pescato, si è accorto della mancanza di fauna ittica. E della distruzione delle coste in alcune zone in cui la pesca era più intensa. Documentandosi sui motivi di questa desertificazione delle aree costiere, si è reso conto che la sovrappesca in alto mare crea uno sbilanciamento dei sistemi e dei parametri dell’acqua.
15 milioni di tonnellate di pesce vengono pescate per l’agricoltura e l’acquacoltura, non per essere mangiati. Una situazione non più sostenibile. Anche considerando che ci sono 88 milioni di tonnellate di cibo che ogni anno vengono buttate in Europa perché sono scarti domestici o agricoli. Il cibo che sprechiamo si può valorizzare e lo si può usare come mangime per i pesci di itticoltura, per rimuovere dalla loro dieta gli esemplari pescati in mare aperto per dar da mangiare a quelli in gabbia.

La start up ha individuato alcune fonti alternative di proteine e Omega 3 che possono coprire il fabbisogno di una spigola o di un’orata di allevamento. Bilanciando al tempo stesso tutti gli aspetti nutrizionali. Lieviti esausti dopo la birrificazione, farina di insetto che cresce su bucce di banane o di mele e molto altro. Il mangime è completo e nutre alla perfezione i pesci di allevamento e protegge gli esemplari selvatici che vivono in mare.
La pesca sostenibile è possibile, basta trovare alternative valide per evitare la sovrapesca e altri fenomeni che stanno indebolendo i nostri mari.

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