Negli Usa di Trump è anche emergenza cibo. Mentre in Italia arrivano i buoni spesa

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Un’emergenza dentro l’emergenza. In America molte persone si sono ritrovate senza lavoro e non sanno come faranno non solo per curarsi, ma anche per portare qualcosa in tavola. Mense e altri enti sono stati letteralmente presi d’assalto, mentre il Coronavirus continua la sua corsa.
In Italia, dopo la corsa agli accaparramenti e le rassicurazioni sul fatto che il cibo è l’ultimo dei nostri pensieri, arrivano per le famiglie bisognose buoni spesa. Saranno i comuni a gestirli. Perché nessuno va lasciato solo ad affrontare la crisi.

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Americani preoccupati per accesso a cure e cibo.

L’America si prepara ad affrontare l’escalation di casi di Coronavirus, che già in queste ore registra numeri da record.
La preoccupazione degli americani non riguarda solo le decisioni di Donald Trump. O le non decisioni, dal momento che ha cambiato spesso idea o ha cercato di minimizzare un problema che sta diventando caldo in ogni angolo del pianeta. Gli statunitensi devono fare i conti in primis con una sanità che non è pubblica, come quella italiana. Che avrà tutte le sue pecche, ma garantisce il diritto alla salute a chiunque. In America se non hai un’assicurazione degna, anche solo una flebo può venire a costarti migliaia di euro. Figuriamoci le cure per il Covid-19.
Ma ora nasce un’altra preoccupazione. Quella del cibo. Gli statunitensi non hanno paura che il cibo possa venire a mancare nei negozi. Il problema è un altro. Molte persone sono state licenziate a causa della crisi che il Coronavirus ha innescato. Senza soldi e con pochi risparmi da parte non sanno come faranno a pagare la spesa e a sfamare le loro famiglie.

The Guardian in un articolo spiega le difficoltà degli americani per quello che riguarda la spesa quotidiana. Un numero senza precedenti di americani si è rivolto al banco alimentare per forniture di emergenza, da quando molte persone sono state licenziate. In alcune aeree l’aumento è stato di otto volte superiore allo stesso periodo dell’anno precedente.
1 persona su 3 cerca generi alimentari da associazioni che si occupano di aiutare chi è in difficoltà.
In molte città l’aumento della domanda ha dovuto far intervenire anche la guarda nazionale per far fronte a tutte le richieste. Adottando anche misure di sicurezza straordinarie, come la consegna a casa, visto che molti cittadini sono tenuti a non uscire dalla propria abitazione.
L’anno scorso sono stati distribuiti 4,3 miliardi di pasti a 40 milioni di americani con una rete di 200 banchi alimentari e 60mila tra mense, rifugi, dispense, cucine di associazioni senza scopo di lucro. E in queste settimane le richieste sono impressionanti. Ad Amherst, sede del più grande campus dell’Università del Massachusetts, la mensa ha distribuito 849% di cibo in più nel mese di marzo rispetto all’anno prima. In Alabama un dispensario di generi di prima necessità ha subito un incremento di richieste del 90%. Nell’Arizona meridionale la domanda è raddoppiata rispetto a marzo 2019.

La situazione è delicata. E non dobbiamo dimenticare che in America l’emergenza è cominciata dopo rispetto all’Italia.

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In Italia arrivano i buoni spesa. Ma ci sono già i furbetti.

In Italia siamo passati dagli accaparramenti nei supermercati, non appena Giuseppe Conte spiegava il decreto in cui mandava in lockdown il paese, a buoni spesa gestiti dai comuni per venire incontro alle esigenze di quelle famiglie in difficoltà a causa della chiusura di molte aziende.
Partiamo dal presupposto che in Italia il cibo non manca. E non mancherà mai. Perché la filiera è aperta, i trasporti funzionano e lo stesso supermercati e negozi. Giuseppe Conte lo ha specificato più volte. Siamo anche diventati tutti provetti chef in assenza di alternative. Lezione da imparare per il futuro.
Come riportato da Il Sole 24 Ore l’agricoltura italiana e gli addetti alla filiera alimentare stanno reagendo bene, anche se la domanda è in crescita. Per fare dispensa, per paura di rimanere senza, per uscire di meno e quindi comprare tutto il possibile una volta sola. E le scorte di cibo aumentano nelle nostre dispense.

Ora il problema è la capacità di spesa delle famiglie italiane che già prima vivevano in condizioni di povertà e ora devono fare i conti con un reddito che non viene percepito o viene percepito in modo scarso. Il rischio è che la situazione sfoci in rabbia sociale.
I buoni spesa già avviati in tutti i comuni italiani è una risposta concreta. Una prima risposta, a cui necessariamente in seguito ne dovranno seguire molte altre.
Il governo ha stanziato 400 milioni di euro per il soccorso alimentare. E le amministrazioni comunali ora provvedono a stilare un elenco degli esercizi commerciali dove spenderli e i criteri per capire chi ne avrà diritto e cosa si potrà acquistare. Servizi sociali, enti del terzo settore e associazioni di volontariato vengono coinvolti per non dimenticare nessuno.
Ogni comune deciderà come procedere. Molti si sono già attrezzati e hanno già consegnato i primi buoni, per dare un po’ di respiro alle famiglie italiane.

Intanto il sindaco di Gravina di Puglia minaccia di mandare in carcere tutti coloro che faranno i furbetti. Qui hanno dovuto adottare buoni spesa nominali, perché c’era già chi rivendeva quelli ottenuti. Ma non erano persone bisognose le assegnatarie del provvedimento?

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Non dobbiamo dimenticare gli invisibili.

In questo momento di crisi internazionale, non dobbiamo dimenticarci di nessuno. Nemmeno chi di solito è invisibile ai nostri occhi e che oggi più che mai ha bisogno della nostra attenzione e della nostra empatia.
Stiamo parlando di chi non ha una casa, di chi non ha un tetto sotto il quale ripararsi, di chi non ha cibo da mangiare, acqua da bere.
Sono i senzatetto, quelle persone che di solito incontravamo distrattamente per le strade, incuranti delle loro storie e dei loro destini. Che sopravvivevano grazie alla generosità di pochi passanti e all’aiuto incessante di volontari che ogni giorno erano al loro fianco per tentare di dare una mano.
Oggi su quelle strade non passa più nessuno e spesso i volontari sono costretti a casa. Ma loro sono ancora lì. E più che mai hanno bisogno di ognuno di noi. Perché siamo una comunità e per fare in modo che quel “nessuno verrà lasciato indietro” proclamato dal governo sia davvero reale. E non solo uno spot.

E parlando di chi non ha una casa e di chi praticamente è invisibile, rimarranno per sempre negli occhi di tutti le immagini dei clochard ammassati a un metro di distanza in un parcheggio di Las Vegas. “Ricoverati” su quella stessa strada dove hanno sempre vissuto, senza aver diritto a un ricovero in una struttura più dignitosa.
È questo il progresso e l’umanità che vogliamo? Cosa vogliamo diventare quando tutto questo sarà finito?

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