La doggy bag: una cafonata o un gesto bio?

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

È il sacchetto con gli avanzi della cena fatta al ristorante.
Quello nato probabilmente negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale per limitare i rifiuti e contrastare la scarsità di cibo.

Foto di Charles 🇵🇭 su Unsplash

A pensare alla prima doggy bag o doggie bag, forse, fu Dan Stampler, proprietario alla fine degli anni ’40 della Steak Joint nel Greenwich Village di New York, che pensò a questa soluzione per autorizzare, senza imbarazzi, la richiesta di portare a casa il cibo rimasto, da parte dei clienti meno abbienti.
Al 1948 risale sicuramente il collegamento con i cani: Janice Meister e il socio e marito Albert, dopo aver appurato che avanzava davvero tanto cibo nei ristoranti, fondarono l’azienda e il marchio Bagcraf, con il quale commercializzarono le prime doggy bag, con tanto di immagini di esemplari canini nel packaging.

Negli Stati Uniti sono socialmente accettate e molte diffuse.
Per costume gli abitanti a stelle e strisce sono già molto abituati ad ordinare cibo da asporto consegnato in packaging di cartone, dal fast food che privilegia panini a quello di cibo etnico. Forse per questo il passaggio alla doggy bag appare quasi naturale. O forse anche perché, sostiene qualcuno, le porzioni sono davvero esagerate da loro.

Photo by Dan Gold on Unsplash

In Cina è entrata nel galateo la richiesta di dabao, che significa “mi faccia un pacchetto”.
In Europa il primo paese ad introdurre i sacchetti anti-spreco è stato l’Inghilterra, alla fine degli anni ‘70.
Al tempo la crisi economica convinse molti ristoratori, soprattutto della capitale, ad introdurre la pratica, aggiungendo anche la buona idea di utilizzare packaging prodotti con materiali riciclato o biodegradabili.
Perché essere coerenti dovrebbe essere sempre opportuno: non sprechiamo le risorse alimentari, ma stiamo anche attenti all’impatto sull’ambiente.

In Germania esistono i frigo degli avanzi. A Berlino, all’interno di un cortile di un condominio del quartiere di Kreuzberg, sono stati installati due grandi frigoriferi da cui i cittadini possono prelevare gratis il cibo, surplus prelevato da supermercati o aziende che non possono più venderlo.

In Francia, perché si sa che le buone pratiche funzionano meglio se si è obbligati a metterle in atto, c’è il reato di “spreco alimentare”.
E siccome sono francesi e chic e la doggy bag fa tanto americanata e chip, la borsa con gli avanzi si chiama gourmet bag.

Pensiamo che siano frivoli?
In Italia non facciamo di meglio.
Secondo la Coldiretti gli italiani non chiedono la doggy bag perché non è educato, è volgare, è da poveracci. C’è chi si vergogna.
C’è poi chi non lascia proprio avanzi anche se è sull’orlo di scoppiare, perché la mamma ha insegnato che far rimanere qualcosa nel piatto non sta bene, vuol dire che non si è apprezzato.

E allora usiamo le doggy bag, solo se sono sdoganate, meglio ancora se cool.
Qualche Comune si attiva con campagne di sensibilizzazione per promuoverle. La rinominiamo per renderla più nazional popolare, più italica ed ecco allora che arriva “rimpiattino” , parola trovata con un concorso dalla Confcommercio e dal Comieco (il Consorzio nazionale degli imballaggi).
La usiamo se griffata: e via libera ad artisti, illustratori, architetti per cambiare un problema in opportunità e far partire una rivoluzione culturale.

Perché non è una questione economica alla fine: anche Michelle Obama e Rihanna hanno portato a casa le doggy bag. E concorderemo tutti che i poveracci sono altri.
È una questione culturale. E come tale, va fatta sensibilizzazione, meglio se dal basso.

Foto di rawpixel da Pixabay

Cambiamento uguale ad opportunità. E fioccano le idee di business.
L’applicazione Too Good To Go (nata in Danimarca nel 2015) sbarca anche a Bologna, dopo Milano e Torino, per creare una rete antispreco: con le magic box, i ristoratori possono mettere in vendita a prezzi ridotti il cibo invenduto a fine giornata. Tra gli altri, hanno aderito i negozi Carrefour.
Regusto è il progetto italiano, corredato di App, che redistribuisce il cibo avanzato dagli eventi, pubbliche amministrazioni ed enti no profit alle persone in stato di bisogno e quello dei ristoranti è acquistabile scontato, per poi ritirarlo presso l’esercente stesso.

Ogni anno, vogliamo ricordarlo,  nel mondo si buttano via 1,3 miliardi di tonnellate di cibo: un terzo della produzione globale. Cifra che è destinata a salire entro il 2030, con un +61,5% rispetto a oggi (2,1 miliardi di tonnellate di cibo).
Basterebbe un quarto di questo cibo sprecato per sfamare circa 821 milioni di persone.
E ricordiamoci anche che ogni italiano spreca 36 chili di cibo l’anno. Ogni mese gettiamo 3 kg di cibo pro capite nell’immondizia.

Altro dall’autore:

About Author

Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


COMMENTA CON FACEBOOK




Lascia un commento

Top