Trasformare i pensieri in parole: la scrittura mentale realtà grazie alla tecnologia

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Patrizia Chimera
Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione

Tempo di lettura stimato: 2 minuti

mindwriting
Photo by Wesson Wang on Unsplash

Mindwriting, scrittura mentale. Per trasformare i pensieri in parole. E permettere la comunicazione a chi, purtroppo, a causa di malattie o incidenti non può più parlare o scrivere.
Un software realizzato recentemente rende tutto questo reale. Non è fantascienza. Ma un sistema preciso e rivoluzionario, in grado di rendere il futuro di molti individui più ricco di opportunità.

Mindwriting, il software di scrittura mentale

Gli scienziati della Stanford University, in California, USA, hanno messo a punto un sistema innovativo. Lo studio è stato descritto in un lungo articolo sulla rivista Nature, che spiega come funziona il software di intelligenza artificiale collegato a un’interfaccia cervello-computer, o BCI, impiantata in un uomo con paralisi totale del corpo. Il dispositivo dialoga con il programma che riesce a decodificare le informazioni ottenute, trasformando i pensieri del paziente in scrittura digitale.

In questo modo l’uomo è riuscito a scrivere a una velocità doppia rispetto a strumentazioni ideate dallo stesso team e descritte in un articolo apparso sulla rivista eLife nel 2017. Jaimie Henderson, docente di Neurochirurgia presso la Stanford University, spiega: «Il nostro approccio ha permesso a una persona paralizzata di ricopiare un testo a una velocità di circa 18 parole al minuto, una rapidità quasi paragonabile a quella caratteristica di individui normodotati della stessa età, che è di circa 23 parole al minuto».
Per la scrittura libera, invece, con pause per pensare e riflettere, la velocità di composizione è stata di 15 parole al minuto.

scrittura mentale
Photo by ThisisEngineering RAEng on Unsplash

Come funziona Mindwriting

Come detto in precedenza, il sistema funziona tramite l’intelligenza artificiale.
I ricercatori hanno sviluppato un programma e un dispositivo. L’interfaccia cervello-computer viene impiantata nel paziente. La BCI letteralmente dialoga con il software ed è in grado di leggere quello che la persona pensa. Nel caso del paziente che ha partecipato al progetto, il team ha posizionato due chip BCI sul lato sinistro del cervello (grandi come un’aspirina per bambini). Il software usa degli algoritmi di intelligenza artificiale che sono stati progettati dagli esperti del Neural Prosthetics Translational Lab della Stanford University. Ogni chip ha 100 elettrodi che raccolgono i segnali dai neuroni che si rivolgono alla parte della corteccia motoria che regola il movimento della mano. I segnali, tramite cavi, vengono inviati a un computer, dove algoritmi di intelligenza artificiale li decodificano e ipotizzano il movimento della mano e delle dita.

Frank Willett, ricercatore presso l’Howard Hughes Medical Institute, spiega: «Il cervello conserva la capacità di indirizzare movimenti fino a un decennio dopo che il corpo ha perso la capacità di eseguire quelle azioni. Sappiamo inoltre che i movimenti intenzionali complicati che implicano movimenti rapidi e veloci, come la scrittura a mano, possono essere interpretati in modo relativamente semplice ed efficiente dagli algoritmi di intelligenza artificiale».

Il tasso di errore nella copiatura delle frasi era di circa uno ogni 18,5 caratteri, mentre nella composizione libera era di uno ogni 11,5 caratteri. Grazie a funzioni di correzione automatica, le percentuali diminuivano notevolmente.

software di scrittura mentale
Photo by Zulmaury Saavedra on Unsplash

A cosa serve un software di scrittura mentale?

Secondo i ricercatori che lo hanno messo a punto può essere un ottimo strumento per aiutare milioni di persone che non possono usare gli arti superiori. O che non possono esprimersi per colpa di ictus, malattie come la sclerosi laterale amiotrofica, lesioni del midollo spinale.

Krishna Shenoy, docente presso la Stanford University che ha partecipato insieme ai colleghi allo studio, aggiunge: «Speriamo che il nostro lavoro possa offrire una possibilità per i pazienti immobilizzati, in modo che possano comunicare in modo più efficace».

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