Tecnologie e qualità dell’istruzione: quale rapporto in periodo di pandemia?

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Antonella Nuzzaci
Antonella Nuzzaci è professore associato di Pedagogia sperimentale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, dove è Presidente del Consiglio di Area Didattica in Educazione e Servizio Sociale.

Tempo di lettura stimato: 3 minutiSe è vero che l’uso di dispositivi tecnologici nell’istruzione e la popolarità della formazione a distanza sono cresciuti nel tempo, fornendo moltissimi vantaggi in termini di soddisfazione delle esigenze di apprendimento degli studenti a tutti i livelli, è altrettanto vero che esse hanno portato con sé diversi problemi, ampliatisi a seguito della pandemia.

Quando esaminiamo tali problemi ci accorgiamo che essi attengono prevalentemente alle componenti immersive e totalizzanti delle tecnologie, che hanno finito in periodo COVID-19 di occupare l’intero tempo e spazio della formazione e dei processi di insegnamento-apprendimento, ma ancor più a quelli legati all’equità e all’uguaglianza delle opportunità, che non solo si connettono alla disponibilità e ai costi dei dispositivi funzionali e a quelli della sicurezza, ma soprattutto ai limiti psicologici e pedagogici, che riguardano l’interruzione di specifiche forme di insegnamento e la riconversione dei rapporti relazionali, così come anche alle variabili socio-culturali dei destinatari della formazione.

L’importanza dell’uguaglianza di opportunità

Oltre a forme di “interruzione/continuità relazionale” nell’apprendimento, connesse all’uso di social media, ad applicazioni di messaggistica, devices per navigare in internet ecc., la questione rimane però l’ampliamento dei divari e l’indebolimento dei processi culturali e sociali se non ci si occupa di definire condizioni di apprendimento appropriate per garantire uguaglianza di opportunità.
Quest’ultima non intesa solo come accesso alle tecnologie, ma anche come loro efficace e corretto utilizzo, cioè come pratica realizzata e qualitativamente apprezzabile sotto il profilo della pertinenza d’uso, volta a garantire il diritto allo studio, il quale rischia di  naufragare e di non essere assicurato proprio ai soggetti più deboli, a quelli più indigenti, per mancanza di interventi efficaci e sistemici.

All’uguaglianza formale in campo di pandemia allora finisce per non corrispondere una uguaglianza sostanziale. Affiorano così nuove forme di disuguaglianza che producono grandi differenze di azioni e risultati, che inducono a riflettere sul grado di effettiva utilità di quanto si stia producendo nei contesti di istruzione. Nella scuola si stanno oggi affermando, infatti, due tendenze. Da una parte, coloro che vorrebbero tenere più a lungo possibile gli allievi nella scuola. Mentre dall’altra, coloro che, per motivi di sicurezza, vorrebbero trovare soluzioni alternative alla assidua presenza, alla “contaminazione”.

lezioni a distanza
Foto di Joshua Hoehne su Unsplash

Qual è il rapporto tra queste due percezioni della realtà?

La soluzione esclusiva della didattica a distanza diviene oggi di fatto disuguaglianza culturale quando correlata conseguentemente alla diversa estrazione sociale degli individui, pur nella consapevolezza che, in alcuni momenti, non sempre vi sia stata altra via per assicurare l’istruzione in situazioni di “fragilità estrema” e, dunque, per proseguire le attività. È altrettanto evidente però come la didattica a distanza costituisca semplicemente una “modalità” che non va assolutizzata, ma parzializzata, integrata, controllata e governata dal punto di vista metodologico e didattico, se non si vuole continuare ad accrescere il malessere culturale e relazionale anziché sostenere l’apprendimento.

Questo è l’aspetto che è profondamente mancato in questi mesi di emergenza. La didattica è così divenuta emergenza nell’emergenza, contribuendo a rendere più evidente la stratificazione delle difficoltà. Essa diviene infatti vantaggio culturale e sociale solo quando il “saper insegnare con e attraverso la tecnologia” si intride di intenzionalità e competenza pedagogica. Le tecnologie, infatti, non vanno né demonizzate né amate, ma semplicemente parsimoniosamente impiegate sul piano delle interazioni studente-studente, studente/studenti-insegnante e insegnamento. In periodo pandemico tali relazioni si sono modificate e, le tecnologie, che prima di esso, avevano facilitato in certi casi i processi di istruzione, aiutando a dare continuità alle esperienze degli studenti dentro e al di fuori della classe, hanno finito per divenire assolutizzanti nell’uso.

L’uso della tecnologia ha, dunque, nell’emergenza talvolta finito di perdere i suoi vantaggi quando ha messo a rischio la capacità degli allievi di agire e di interagire direttamente in maniera proficua con gli altri. In tali generi di situazione esso può “salvare” la prosecuzione delle attività di apprendimento, ma, al contempo, non sempre riesce ad assicurare il processo di acquisizione di competenze adattive essenziali se non si coniuga con la competenza e se non viene accompagnato da un supporto d’azione sistemico, in grado di arginare gli effetti legati agli svantaggi derivanti da essa, che finiscono per ampliarsi e dare luogo a doppie esclusioni, con la conseguenza di decretare, anziché preservare, il parziale fallimento del diritto all’istruzione e dell’uguaglianza dei risultati.

istruzione
Foto di Nanda Amelia su Unsplash

Come garantire un’istruzione di qualità

Pur nell’idea che occorra conoscere gli aspetti positivi e negativi di un uso massiccio delle
tecnologie nell’istruzione prima di decretarne la condanna, rimane il dato della complessità di come riuscire a garantire una istruzione di qualità, individuando soluzioni appropriate per “istruire in emergenza”, capaci di apportare benefici positivi per l’apprendimento socio-cognitivo degli studenti a tutti i livelli dell’istruzione, al fine di impedire che fragilità si sommino ad altre fragilità, con sommatorie geometriche culturalmente devastanti.

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