L’intelligenza artificiale può produrre arte?

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Può l’intelligenza artificiale essere dotata di quella che riteniamo essere la peculiarità che ci contraddistingue come l’essere superiore sulla terra, quella capacità geniale, creativa, legata alla dimensione della fantasia e dell’emozione? E, soprattutto, può essere irrazionale, come lo è l’ispirazione artistica, qualcosa che per sua natura si fonda sulla razionalità?

Perché se l’Ai, l’intelligenza artificiale, è innovatrice, esplora, sperimenta, più spesso ci piace immaginarla in un ruolo in cui l’uomo detiene il potere e la macchina, anche se intelligente, esegue.
Ma quando dal lavoro manuale, meccanico, robotico, si passa a parlare di un’intelligenza creativa e di una grande mole di dati per alimentarla, con anche la possibilità di causare discriminazioni sociali, sorgono dubbi. O meglio, i grandi dubbi. Si ha paura delle grandi potenzialità, di quel momento in cui l’Intelligenza artificiale non solo ci imita, ma ci potrà superare.
Ecco allora che l’Unione Europea parla di codice etico Ue sull’intelligenza artificiale e si emanano delle linee guida, anche se non vincolanti. Scende in campo anche il Vaticano, che avverte dell’urgenza di un’etica dei robot, roboetica, con il Papa che lancia un appello affinché i robot siano utilizzati a servizio dell’Umanità.
Lo stesso Bill Gates sul tema è ancora piuttosto cauto definendo la AI “promettente e pericolosa.

Image by Gerd Altmann from Pixabay

L’intelligenza artificiale crea.

L’intelligenza artificiale dipinge, canta, scrive, compone. E non più solo copiando.
Microsoft ha passato allo scanner 3D oltre 300 lavori di Rembrandt e ha messo a punto un algoritmo sulla base di più di 160 mila dettagli. Il risultato è un lavoro ex novo, fusion dei lavori del pittore olandese, che poteva essere stato prodotto dallo stesso maestro. Il progetto si chiama Next Rembrandt.
Le Figaro riporta che secondo gli esperti l’opera però apparire strana al primo colpo d’occhio.
L’Ai, con una tecnica innovativa di intelligenza artificiale nota come Gan, insiste. Ed il risultato sbanca.
L’algoritmo Gan è formato da due reti neurali: la prima crea e l’altra giudica il risultato della prima e si va avanti così fino alla generazione di un risultato desiderato. Uno dei lavori frutto dell’algoritmo definito Gan è “Ritratto di Edmond De Belamy”.
E Christie’s il 25 ottobre 2018 lo batte all’asta per 432.000 dollari.
Un risultato niente male, per un’opera artistica che non è neanche una tela a dire il vero, ma una stampa.

C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato?

Dov’è il limite? L’arte va considerata oggettivamente bella o, come dice Vittorio Sgarbi, vale il principio secondo cui “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”?
E se le opere di Congo, lo scimpanzè, erano apprezzate anche da Mirò e Picasso, quelle della digital transformation devono avere meno credito in quanto meno umane o vige solo il valore estetico del risultato, anche se artificiale?
Mentre ti lasciamo soppesare questo dilemma, ti diciamo che l’intelligenza artificiale non se la cava male neanche in campo musicale.

Photo by Franck V. on Unsplash

L’intelligenza artificiale compone musica.

In Giappone c’è un robot che canta e balla come una popstar.
Daddy’s car” è il primo esperimento di AI che compone musica, in stile Beatles. Anche qui il lavoro è frutto di un database con dentro 13.000 spartiti e uno strumento di intelligenza artificiale basato sull’apprendimento automatico. “Mr. Shadow” è un altro lavoro dello stesso compositore.
Google ha celebrato Bach con il primo Doodle realizzato con Intelligenza artificiale: un’esperienza interattiva in cui l’utente può comporre una melodia. Il Doodle, basato su 306 corali di Bach, riconosce i modelli e, seguendo le note inserite dall’utente, crea una composizione nello stile del musicista.

L’intelligenza artificiale crea moda.

Non cerca solo di capire ed anticipare i gusti facendo la fortuna degli e-commerce intelligenti operativi nel settore, ma impara dalle immagini e si prepara per sostituire stilisti e designer.
Il fine sarà indossare non più un Valentino, ma un capo realizzato in seguito all’analisi dei trend dai post sui social media.
Ne ha fatta una collezione il colosso Yoox, che ha riunito i milioni di dati raccolti negli anni dalla piattaforma, comprensivi di prodotti, trend, gusti e abitudini d’acquisto, insieme a quelli derivati dai social e dagli influencer. Il risultato è 8 by Yoox, linea che promette qualità alla moda e prezzi bassi.
Cambiano quindi le regole del gioco del processo creativo. Ma il disegno finale non è totalmente artificiale, bensì frutto di un team di designer, che confeziona abiti ed accessori interpretando le linee guida fornite dall’intelligenza artificiale.

27 Photo by Franck V. on Unsplash

L’intelligenza artificiale scrive.

L’Ai si lancia nella mischia dei fumetti generando manga, pensando sia ai disegni, che alla trama
Shelley AI è l’algoritmo di intelligenza artificiale che inventa brevi racconti dell’orrore in un progetto di creazione collaborativa: l’umano scrive l’incipit e Shelley continua la narrazione. Shelley ha anche un account Twitter.

GPT2 riesce a produrre testi che sembrano scritti da un essere umano, articoli ma anche opere di fiction, a partire semplicemente da poche righe di un testo reale. E proprio come noi, più scrive, maggiore sono i miglioramenti.
La tecnologia sembra non conoscere limiti e potrebbe spaventare. Tanto che al momento OpenAI, no profit che si occupa di ricerca sulle AI, papà di GPT2, ha deciso di non rendere ancora pubblico l’ultimo prototipo dell’algoritmo. Il timore è che possa essere usato in modo malevolo e quindi andare ad aumentare il già nutrito mondo di fake news.

L’intelligenza artificiale parte da noi.

Se l’intelligenza artificiale crea, la sua musa ispiratrice siamo noi e come si muove il genio artistico dipende anche da quello che decidiamo di dargli in pasto.

Un interessante esperimento è stato condotto con Norman, primo caso di intelligenza artificiale psicopatica.
Il nome deriva da Norman Bates, il killer protagonista di Psycho di Alfred Hitchcock.
Dietro di lui quelli del MIT, Massachussetts Institute of Technology, che hanno educato Norman a quella che si chiama image captioning, ovvero un metodo di apprendimento automatico o machine learning che consente alle AI di descrivere le immagini.
Norman, a cui sono state mostrate immagini violente dedicate principalmente alla morte, ha risposto al test di Rorschach con descrizioni inquietanti.
Un suo collega AI, educato con immagini di gattini e simili, ha dato invece risposte molto meno disturbate e rilassate, per così dire.

Il fatto non è nuovo.

Gli algoritmi possono essere razzisti.

Joy Buolamwini, una ricercatrice del MIT di Boston che ha lavorato allo studio “Gender Shades” ha evidenziato come diversi prodotti di riconoscimento facciale trattino alcune etnie in modo più impreciso di altre: 99% di precisione per gli uomini bianchi, contro un 34% per le donne dalla carnagione scura. Il motivo? Gli algoritmi usati da questi sistemi si basano  prevalentemente su soggetti di tipo maschile e di carnagione chiara.

Gli algoritmi di Google per il riconoscimento delle immagini classificavano i neri come “gorilla”.
Critiche nel web e 15 ore di lavoro del team per risolvere il bug di machine learning non hanno portato ad una soluzione. Alla fine Google ha preferito eliminare il tag Gorilla, per evitare il ripetersi della problematica in futuro e ha espresso la volontà di continuare a studiare migliorie al riconoscimento facciale, per evitare altri tag che potrebbero risultare offensivi.

Perché un computer non può essere razzista di suo, ma può diventarlo con l’aiuto dell’uomo.
Perché se l’AI ci spinge in avanti e talvolta ci precede, il primo passo parte comunque da noi. Come i pregiudizi.

Photo by Alex Knight on Unsplash

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Redazione i404

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