Potremmo già vivere in un mondo a zero emissioni. Non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo

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Obiettivo emissioni zero entro il 2050. Con un primo step nel 2030 che si prefissa una riduzione del 50%. Per raggiungere l’impatto zero sul clima. E scongiurare gli scenari più nefasti legati all’avanzata inesorabile dei cambiamenti climatici.
Per molti l’obiettivo di molti paesi europei è utopico, irraggiungibile in così poco tempo. Perché non abbiamo i mezzi. Invece le soluzioni già ci sono. Non dobbiamo inventarci. Ma solo avere la volontà di cambiare.

inquinamento murales

Photo by Fred Rivett on Unsplash

Ce lo racconta Giovanni Mori, uno degli organizzatori di Fridays for future Brescia. Dopo aver studiato ingegneria ambientale a Brescia e ingegneria energetica a Trento e Bolzano, ha frequentato il Politecnico di Losanna (Ecole Politechnique Federale de Lausanne – EPFL), dove ha scritto una tesi dal titolo “Geospatial analysis and compensation of CO2 emissions on EPFL campus”.
Il campus universitario della città svizzera ospita più di 15mila persone. Molti ragazzi già da tempo chiedono azioni per contrastare i cambiamenti climatici. Ed è proprio qui che Giovanni ha avuto l’idea di portare il movimento di Greta Thunberg nella sua città. Per poi scoprire che poco prima ci aveva già pensato un’illuminata maestra, Cristina Carasi, che già scendeva in piazza ogni venerdì per garantire ai giovani un futuro.

Emissioni  zero: le tecnologie già esistono.

Nella sua tesi l’attivista bresciano si è chiesto se con le competenze tecnologiche e scientifiche che abbiamo oggi l’obiettivo emissioni (nette) zero sia già possibile.
La risposta è sì. Possiamo già farlo. Ma non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo. O è difficile metterle in pratica, come ci racconta l’organizzatore di FFF Brescia:

Non sempre le soluzioni sono facili da installare o valide per tutte le situazioni. Il campus, ad esempio, installerà una pompa di calore che scambierà con l’acqua del lago che dista pochi metri, ma non è una soluzione che si può adottare ovunque. Hanno iniziato a farlo nel 1985. Significa che le pompe di calore le conosciamo da tempo e bene. Perché allora troviamo ancora questo scetticismo? Perché siamo molto inerziali. Le industrie temono sempre molto e si fidano solo di cose già sperimentate da altri. Le istituzioni ancora peggio. Se nemmeno le università – che partoriscono conoscenza – si mostrano innovative, non possiamo pretendere che la società civile sia più avanti.

Giovanni Mori nella sua tesi spiega quali sono le tecnologie che già conosciamo e che potrebbero aiutarci ad abbattere le emissioni di CO2: isolamento degli edifici, trasformazione dei sistemi con pompa di calore più avanzati, incentivo del trasporto pubblico e mobilità dolce con diminuzione dei parcheggi, aumento della quota di rinnovabile.
Esistono anche misure più innovative di compensazione: Climeworks è un’azienda svizzera che ha brevettato il sistema Carbon Capture per assorbire la CO2 nell’aria. Solo tre aziende al mondo lo fanno. Il loro impianto più grande è in Islanda: sfrutta il calore geotermico in eccesso per assorbire la CO2 e quella raccolta la iniettano nel terreno per riformare carbonati (rocce). “È una tecnologia ancora acerba, costa molto, ma è promettente“.

Islanda

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Consumatori, imprenditori e politici tra pigrizia, paura di cambiare e ignoranza.

Pigrizia, scarsa conoscenza o ci sono altri interessi che ci impediscono di adottare soluzioni già esistenti? Secondo l’attivista sicuramente è un mix e riguarda tutti: consumatori, industria, imprenditori, politica.

Pigrizia perché per noi a volte è più comodo non pensare e prendere la scelta più semplice, anche se spesso non è la migliore. Lo stesso vale per le industrie, dove non sempre si ha voglia di preoccuparsi di queste tematiche e si segue il mantra “abbiamo sempre fatto così”. Infine, sappiamo che la politica si muove a velocità pachidermica e spesso aspetta che la società cambi in quella direzione per poi prenderne atto. Mentre oggi la politica deve assolutamente darsi una svegliata, o saranno loro più di altri a dover rispondere delle conseguenze di questa crisi.

Un altro fattore è la scarsa conoscenza dei rischi che corriamo. Senza sapere anche minimamente quello che accadrà e che abbiamo poco tempo per correre ai ripari, come possiamo influenzare la politica e la società a cambiare rotta?

Tempo scorre

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Cosa possiamo fare oggi per ispirare il cambiamento.

Dobbiamo diffondere la conoscenza. Far sapere che abbiamo già quello che ci serve per diventare carbon neutral. Non dobbiamo inventarci nulla, ma usare quello che già abbiamo.

La consapevolezza va poi accompagnata a forti azioni politiche, economiche e sociali.
Iniziare a scorporare dal patto di stabilità gli investimenti in efficienza significa non solo far ripartire un settore come quello dell’edilizia per riqualificare il costruito, ma significa dare un segnale forte in quella direzione. Mostrare i casi migliori. E mostrare che nel 90% dei casi si ottiene un miglior benessere. Le case riqualificate hanno un comfort maggiore. Produrre a casa nostra l’energia significa non doverne importare l’80% e non farsi prendere dal panico per un attacco coi droni in Arabia Saudita. Oltre che essere più competitivi coi prezzi dell’energia.
Certo, i 18 miliardi che diamo ogni anno per incentivare i combustibili fossili non aiutano. Se reinvestiti nel rinnovabile, molti avrebbero voglia di riqualificare casa.

Nel concreto, poi, l’attivista sottolinea che possiamo fare molto. A partire da scendere in piazza per chiedere a governo e istituzioni di prendere più efficiente e più ampia la quota di rinnovabili.
Ogni anno emettiamo 9 tonnellate di CO2 a testa in Europa (16 negli USA, 0.5 in Bangladesh). Se ognuno di noi inizia a seguire i consigli pratici per ridurre il nostro impatto sull’ambiente (meno voli aerei, mangiare meno carne, isolamento delle abitazioni, riduzione dell’uso dell’auto) possiamo passare da 9 tonnellate a 3/4.
Convincendo il comune a isolare tutte le scuole o il Governo ad aumentare la quota di rinnovabile e a investire nella riqualificazione, l’impatto e il cambiamento saranno maggiori, con tagli delle emissioni a livello nazionale del 20-30%.

Anche i media giocano un ruolo fondamentale. Bisogna parlare e informare. Sembra banale, ma ancora oggi questo viene visto come un tema a se. C’è l’economia, c’è il lavoro e c’è l’ambiente (sempre per ultimo, tra l’altro). Se non lo trattiamo più come problema isolato, ma cominciamo a parlare di crisi climatica che coinvolge ogni settore, allora le cose cambieranno. Siamo di fronte a un’enorme opportunità, di quelle che non sono mai capitate nella storia.
Quando si passerà il messaggio che non è questione di rinunce, ma di vivere meglio, allora cambierà l’approccio.
Aveva ragione Langer: “La transizione arriverà quando apparirà socialmente desiderabile”.

Giovanni Mori - Fridays for future Brescia

Giovanni Mori – Fridays for future Brescia

 

Questo articolo contribuisce al progetto Covering Climate Now per tenere alta l’attenzione dei media di tutto il mondo sui cambiamenti climatici in vista del Climate Action Summit 2019 dell’Onu in programma a New York il 23 settembre 2019.
This article contributes to the Covering Climate Now project to keep global media attention on climate change in view of the UN’s Climate Action Summit 2019 scheduled in New York on September 23, 2019.

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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