Il primo approccio con Immuni

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Il primo approccio con Immuni, la app introdotta dal governo per cercare di monitorare i casi di Coronavirus, è con una schermata d’errore del tutto sbagliata. Google Play Services, uno dei pochi requisiti necessari per avviarla sul mio telefono Android “non è ancora pronto“. Secondo Immuni “è aggiornato ma non può ancora abilitare le notifiche di esposizione” e conclude quindi con un lapidario “riprova più tardi“.

In realtà ha bisogno proprio di essere aggiornato.

Dopo averlo fatto il sistema si avvia senza difficoltà.
Le informazioni e le autorizzazioni di cui ha bisogno sono pochissime e in sostanza tutte le schermate sono delucidazioni sul suo funzionamento: tra queste, compare ancora la contestata immagine della donna con il bambino in braccio. È necessario avere il Bluetooth attivato perché è attraverso quel segnale che Immuni comunica con i telefonini di chi incontriamo. Ognuno ha un codice generato casualmente, diverse volte ogni ora. Quando due telefonini con Immuni si incontrano, registrano il codice dell’altro. In questo modo, se un utente inserisce nel sistema la sua positività al virus, Immuni avvisa tutti gli utenti che hanno nella memoria del proprio telefono uno dei codici legati al contagiato.

È difficile che una nuova tecnologia si diffonda non appena viene inventata o commercializzata. La prima fotocamera digitale è stata brevettata da un ricercatore Kodak nel 1978 e tra le aziende che hanno cercato invano di convincere il pubblico ad acquistarle ci sono Apple (la sua Apple QuickTake è del 1994), Logitech (nel 1991), Fujifilm (1989).
Una storia simile si potrebbe raccontare per i touch screen, per i libri elettronici, per gli ipertesti, che tutti utilizziamo da almeno vent’anni chiamandoli pagine web. E molto altro.

app immuni

Anche il meccanismo alla base di Immuni non è nuovissimo.

Nintendo aveva chiamato una funzione simile del suo Nintendo 3DS Street Pass. Le console portatili, se lasciate in stand by con la connessione wireless accesa, registravano l’incontro con altre console scambiando informazioni legate all’utente e ai videogiochi utilizzati. Street Pass non sembra aver avuto successo e non è presente nei Nintendo Switch Lite, le console che hanno il compito di sostituire progressivamente i 3DS.
A fermare l’innovazione sono in genere i costi elevati o la scarsa affidabilità dei dispositivi. Altre volte sono invece la cultura e le abitudini delle persone. Un ostacolo per Immuni e Street Pass è la sensazione per chi le utilizza di essere spiati.
Anche Nintendo si era posta il problema della privacy, celando ad esempio le identità dei giocatori on line in anonimi Codici Amico. Immuni tenta una strada ancora più complessa, per rassicurare tutti, e propone non solo di cambiare continuamente i codici identificativi degli utenti, ma anche di non legarli mai ad un’identità. Neppure nel caso in cui venga riscontrata una positività.

Pochi oggi possono anche solo sospettarlo, ma uno dei fattori iniziali per la diffusione di Facebook è stata la sensazione di tutela e controllo dei dati personali riusciva a trasmettere agli iscritti. Per tutti gli anni ’90, la maggior parte delle persone comunicava via internet in forum, bacheche o canali chat, nascondendosi sistematicamente dietro nickname e dati anagrafici falsi.

Facebook doveva invece convincere a fornire quelli reali.

Era necessario per ricreare quella rete di amicizie e contatti che nasce a partire dagli anni della scuola e ci riuscì sia perché consentiva di scegliere se mostrare a tutti o solo agli amici il proprio profilo, sia perché escludeva automaticamente chiunque non fosse legato alla propria Università, non consentendo agli esterni neppure di sapere se una persona avesse o meno un profilo.

Tutte le informazioni erano in uno spazio che veniva percepito come chiuso e sotto controllo. La fine di tutto questo ha una data esatta: il 5 settembre 2006 Facebook introduce il News Feed, che ancora oggi aggrega in un unico spazio gli aggiornamenti di tutti i suoi utenti. Nel frattempo, pochi giorni dopo di quel mese di settembre, a poter vedere i dati non sono più solo compagni di università. Ma potenzialmente il mondo intero.

Katherine Losse, una ex dipendente di Mark Zuckerberg, racconta che, nei primi giorni di vita del News Feed, elicotteri della TV sorvolavano la sede di Facebook in attesa di eventuali disordini. Ma nella riunione del 6 settembre il giovane fondatore dell’azienda immaginò che rapidamente la gente si sarebbe abituata.
Scrive Losse in The Boy Kings a Journey into the Heart of the Social Network (traduzione italiana Dentro Facebook, Fazi Editore 2012):

Il 5 settembre 2006, dopo averlo testato per tutta l’estate, Facebook lanciò il suo prodotto a oggi più controverso: News Feed. Prima della sua introduzione, Facebook era una raccolta relativamente discreta di profili online curati e aggiornati personalmente dai loro proprietari. Con News Feed Facebook si dotava di una nuova homepage, diventando simile a un quotidiano online: tutte le attività degli amici, accompagnate da un titolo e un’immagine, apparivano in tempo reale in forma di notizie […]

Fino a un minuto prima, la homepage era vuota, immobile, noiosamente sicura. Appena lanciato News Feed, lo schermo si animò di storie, commenti, azioni, amicizie appena create, relazioni terminate […]

Il giorno dopo il lancio, ci fu una riunione piena di tensione. Mark, tranquillizzando gli impiegati che temevano ci fossimo inimicati gli utenti al punto da spingerli a lasciare il sito, previde che le acque si sarebbero calmate. Quattro giorni più tardi fu chiaro che aveva ragione. Tuttavia, per andare incontro agli utenti, e forse anche a impiegati, dirigenti e finanziatori ansiosi, acconsentì ad aggiungere impostazioni di privacy che consentivano agli iscritti di decidere quali aggiornamenti far apparire su News Feed.

Facebook più volte ha messo alla prova la nostra voglia di privacy.

Ma negli ultimi anni, anche per l’attenzione dei governi, è stata più volte costretta al dietrofront. Il sistema Beacon condivideva automaticamente le attività degli utenti su altri siti web: “Tizio ha letto questo articolo di Vanity Fair”, “Caio sta acquistando Il Posto delle Fragole sul Playstation Store”. Inaccettabile.
Il Graph Search non è mai andato oltre la sperimentazione (in effetti funzionava malissimo) ma permetteva di effettuare ricerche tra gli utenti del network in base a qualsiasi elemento del profilo: si poteva dunque chiedere al social di individuare “una persona di nome Chiara, nata nel 1986, che lavora come Oss in Emilia Romagna ma è nata in Abruzzo”. Un paradiso per i romantici che vogliono ritrovare una ragazza incontrata sulla metrò, ma ancora di più per uno stalker. Soprattutto se si considera la possibilità teorica di incrociare i dati del social con i dati che normalmente raccolgono le istituzioni e ai quali non è così difficile accedere (per avere le liste elettorali basta candidarsi).

Ma a fermare Graph Search è bastato il fatto che ricerche come “People who like Ku Klux Klan”, “Men who like raping”, “Women who like sucking dicks” portassero affermazioni del genere, probabilmente nate per scherzo, a milioni di estranei.
Nei primi giorni di vita del Newsfeed, Zuckenberg mise per iscritto quello che resta ancora oggi l’alibi di tutti i sistemi informatici.

Alcune persone sono preoccupate che i non-amici possano vedere troppe informazioni su di loro: nessuna delle informazioni è visibile a qualcuno che non poteva vederla prima dei cambiamenti.

Ed anche se Facebook successivamente si è riempito di centinaia di opzioni relative alla privacy, la natura umana è di accettare quelle di default, come forse intuì il giovane Mark: non a caso, quando ci si iscrive, le porte del nostro profilo sono aperte e a tutti.
La strada di Immuni sembra in salita, come è stata quella dello Street Pass, perché la sua attivazione non è compresa tra le opzioni di default: ma non è detto che, se la lotta al Coronavirus si dovesse protrarre negli anni, non possa diventare un’app preinstallata e attivata negli smartphone appena acquistati.

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