App di contact tracing: dobbiamo davvero avere paura dell’app di tracciamento Immuni?

Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Chi ha paura delle app di contact tracing?
Immuni è l’applicazione di tracciamento del contagio di Coronavirus in Italia scelta dal governo, che ha affidato a Bending Spoons, azienda italiana, il compito di crearla.
Non è obbligatoria. Si può scaricare su base volontaria. Ma c’è chi grida al Grande Fratello, al controllo delle masse, alla privazione della privacy.

Cosa dobbiamo sapere delle app di app tracing e di Immuni? Quali le caratteristiche che deve avere per essere sicura dal punto di vista etico e della privacy?

contact tracing

Photo by Timon Studler on Unsplash

Cos’è un’app di contact tracing

Partiamo dalle basi. Cosa si intende con il termine contact tracing? Si tratta di un’applicazione che tramite la tecnologia e l’interazione tra smartphone consente di tracciare i contatti avuti da una persona risultata positiva. Così da stringere l’eventuale cerchio di contagi il più possibile. Come si è fatto con il primo paziente di Codogno, quando in una corsa contro il tempo si è cercato di risalire agli ultimi spostamenti avuti dal ragazzo.
L’app tiene in memoria tutti gli spostamenti degli ultimi giorni. E se una persona è risultata positiva, questi dati possono essere utili per trovare tutti i contatti a una certa distanza avuti in quei giorni in cui avrebbe potuto diffondere il virus. Così da far partire una sorta di reazione a catena con isolamenti volontari che possono fermare il diffondersi della malattia.
L’app consente anche di rilevare il livello di rischio di aver contratto il virus, da basso (autoisolamento) a medio (informare il medico), fino a diventare alto (contattare subito un pronto soccorso).

L’OMS ha spinto verso l’utilizzo di un’applicazione di contact tracing, che è fondamentale nella lotta al Coronavirus

Soprattutto in Europa e negli USA. Ovviamente insieme ai tamponi, all’efficienza del sistema sanitario, all’isolamento e al distanziamento sociale, alla quarantena e ad altri fattori che non devono passare in secondo piano.
L’app è fondamentale per aiutare a individuare i soggetti che sono entrati a contatto con persone risultate positive. Fare tamponi a tutti è un enorme dispendio di tempo e di soldi, ma potrebbe anche essere poco efficace. Fino a oggi gli operatori sanitari sono risaliti ai contatti dei positivi tramite questionari, per permettere un isolamento di chi aveva avuto rapporti con le persone ricoverate. Il sistema, però, è troppo lento. Mentre abbiamo imparato a nostre spese che il virus è più veloce di noi.

Le app usate nel mondo

A Singapore si usa un’app per il tracciamento che si basa sul bluetooth e che salva i dati nel dispositivo.
In Corea del Sud si è detto addio alla privacy, per tracciare gli spostamenti dei cittadini e dei contagiati tramite geolocalizzazione e videocamere di sorveglianza.
Invasivo anche l’approccio cinese da dove tutto è partito, integrato con Alipay e WeChat, le app più usate in Cina rispettivamente per i pagamenti cashless e per inviare messaggi. L’app assegna un Qrcode sul grado di rischio così da capire chi deve stare in quarantena e chi può muoversi in modo limitato.
La Germania si ispira al modello Corea del Sud. Al 20 settembre l’app ha ottenuto 18.4 milioni di download in Germania e 400mila all’estero (popolazione 83 milioni).
In Olanda usano l’app Covid19 Alert!, che però ha avuto un problema di data breach, di esposizione dei dati. 100-200 nomi, mail e password sono state rese pubbliche pare per un errore umano subito risolto.
Il Liechtenstein sperimenta un braccialetto elettronico.
In Francia c’è StopCovid, scaricata solo 2,3 milioni di volte a metà agosto (popolazione 67 milioni). Anche qui si ha paura per la privacy.
Mentre in Spagna l’App Radar Covid è attiva dal 15 settembre: dopo la prima settimana solo 3,5 milioni di persone l’hanno scaricata.
Nel Regno Unito l’app pensata per Inghilterra e Galles è stata scaricata 12,4 milioni di volte a fine settembre.
Anche Google e Apple hanno deciso di lavorare sui loro algoritmi, evitando però la classica geolocalizzazione o il tracciamento per rispettare la privacy.
E in Italia?

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Immuni, l’app italiana che sfida Covid-19

Immuni è l’app realizzata da Bending Spoons, azienda italiana leader nella realizzazione di applicazione per sistemi iOS, quelli della Apple per intenderci. Pronta per l’inizio della Fase 2, quando lentamente l’Italia ha riaperto e ha iniziato ad affrontare questa grande sfida non più in lockdown, ma sempre con alcuni accorgimenti preziosi per tutelare la salute dei cittadini ed evitare nuovi focolai.
L’azienda è stata scelta tra le moltissime che hanno partecipato al bando. Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza Coronavirus in Italia, ricorda che è fondamentale per uscire dalla chiusura totale ed entrare in una nuova fase, quella delle limitazioni parziali, che però non consente ovviamente di abbassare la guardia. Perché il rischio di nuove ondate in estate e soprattutto in autunno è troppo alto.

A stabilire le linee guida è la Task Force nominata dal Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione:

  • il download è su base volontaria
  • il sistema di tracciamento dei contatti è gestito da soggetti pubblici, non privati
  • il codice deve essere aperto così chiunque possa studiarlo, per la massima trasparenza
  • i dati trattati sono anonimi e cancellati alla fine del loro utilizzo
  • utilizzo della tecnologia Bluetoooth, meno invasiva rispetto alla geolocalizzazione per quello che riguarda il rispetto della privacy

Il Ministero ha così scelto Immuni, sviluppata da Bending Spoons, Luca Foresti del Centro medico Santagostino e la società di marketing Jakala.

Come funziona Immuni

Se il cittadino decide di scaricarla, l’app traccia tramite Bluetooth l’eventuale contatto con una persona che è risultata positiva tramite tampone. Questa persona è l’unica che può decidere se sbloccare i dati contenuti nella lista dei contatti incrociati nei giorni precedenti oppure no. L’app invia una notifica a chi potrebbe essere a rischio contagio.
L’app non contiene solo i dati relativi all’interazione con altri Bluetooth attivati nelle vicinanze, ma anche un diario clinico per tenere sotto traccia lo stato di salute ed eventualmente l’evolversi della malattia. Dati che dovrebbero essere messi a disposizione anche dei sanitari per il controllo a distanza dei pazienti.
Come si evince, tutto è su base volontaria. Non solo il download, ma anche la decisione di condividere la propria positività, in maniera del tutto anonima, per avvertire le persone con cui siamo state a contatto.
All’inizio è presto un test in regioni pilota.

 

Aggiornamento 9 ottobre 2020

A ottobre 2020 l’app è stata scaricata da più di 7 milioni di italiani, con una media nazionale del 12,5%. Le Marche sono sopra la media, con il 14,7%. Il trend è in crescita: dal primo al 7 ottobre siamo passati da 6 milioni e 600mila utenti a 7 milioni e 800mila.
Fanno discutere le parole del neo eletto Presidente della Regione Marche. Francesco Acquaroli non la scarica, perché, come ammesso dal braccio destro di Giorgia Meloni in un’intervista a RaiNews24, non serve se non ce l’hanno tutti. E al giornalista che gli fa notare che è un controsenso e solo iniziando a scaricarla si può raggiungere la copertura necessaria, lui risponde: «Il suo ragionamento è logico, ma è logico anche aspettarsi che non tutti la scaricheranno mai. D’altronde non si può costringere il cittadino a farlo».
E pensare che la Regione Marche è stata tra le prime a testarla a giugno.

Sm-Covid-19, l’app rivale

Mentre Bending Spoons ha realizzato insieme al governo centrale Immuni, ecco che un’altra azienda in primavera ha lanciato un’app concorrente. Sm-Covid-19, realizzata in Italia, dalla software house campana SoftMining, ha subito avuto un boom di download.
Il funzionamento è lo stesso di Immuni. Stefano Piotto, professore associato dell’Università di Salerno, uno degli ideatori, spiega che insieme a mascherine e tamponi è un’arma cruciale.
È dunque guerra tra app in Italia?

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Photo by Julian Hochgesang on Unsplash

Come Immuni o altre app potranno aiutarci a contrastare il Coronavirus

La domanda è legittima. Scaricando Immuni come si potrà combattere il Coronavirus?
Il Sole 24 Ore ha stilato un elenco di quei punti tecnici e pratici che l’app dovrebbe avere per essere davvero efficace per svolgere il suo lavoro.
Deve avere un’interfaccia con gli operatori sanitari.
E deve essere in grado di ridurre i falsi positivi (oggi il numero si avvicina molto alla doppia cifra percentuale).
Poi bisogna pensare dove salvare i dati di tracciamento e sanitari degli utenti che decideranno di scaricarla.
In Italia, così come negli USA, la strada scelta per l’app, nel nostro caso Immuni, è diversa da quella della Corea del Sud.
I dati degli utenti saranno anonimizzati, così da garantire il rispetto della privacy. Non avremo dati geografici (non funziona con la geolocalizzazione) ne tantomeno identificativi dell’utente. Per questo abbiamo bisogno di un’app che sia in grado tramite Bluetooth di capire se la persona positiva è stata a distanza ravvicinata con una persona per un determinato periodo di tempo e a una determinata distanza, senza ostacoli in mezzo.

E infine, lo scoglio più grande

Perché questo tipo di applicazioni siano funzionali devono essere scaricate dal 60-70% della popolazione. Fermo restando che non tutti hanno uno smartphone su cui scaricare app e gran parte della popolazione (pensiamo ai bambini) non ha proprio un telefonino, il download sarà su base volontaria. Nessuno sarà obbligato a scaricare l’app.
In generale, si è già visto che il senso civico degli italiani scarseggia.
Il timore, poi, che la privacy sia un’utopia è forte, anche tra gli addetti ai lavori e chi mastica ogni giorno pane e tecnologia. Qui il contributo di Giorgio Taverniti, fondatore del più importante forum italiano dedicato a SEO e sviluppo web, che collabora con l’Università degli Studi dell’Aquila per il master in web technology:

Matteo Flora, esperto in Digital reputation e computer forensics, solleva molti dubbi sulla reale efficacia e necessità:

A cui si aggiungono le parole di Stefano Zanero, Professore associato di Computer security al PoliMi:

Chi vincerà? La paura del virus o la paura di essere “spiati” da un Grande Fratello statale? Ma soprattutto, riusciremo ad avere uno strumento sicuro che metta d’accordo esperti e cittadini, uno strumento eticamente corretto e che riesca a mettere al sicuro salute e diritto alla privacy?

Articolo aggiornato il 9 ottobre 2020.

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