I social network discriminano le donne. E lo fanno nel peggiore dei modi

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La rete è un sostantivo femminile che può avere molti significati. Oggi quando sentiamo parlare di rete non pensiamo più a quella dei pescatori. O almeno non solo a quella. Per noi la rete è internet.
Se il sostantivo è femminile, altrettanto non possiamo dire della programmazione di social network e altri prodotti frutto dell’intelligenza artificiale.

gender gap

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Il gap della parità di genere

Ogni anno il Word Economic Forum rende noti i dati del Global Gender Gap Report. Un grande report che analizza in 149 paesi diversi quello che si è fatto per ottenere la parità di genere. Intesa come pari opportunità economiche e lavorative, ma anche a livello di educazione e scuola, salute, rappresentatività politica.
Siamo ancora lontani da colmare quel gap nel quale ogni donna ogni giorno si sente risucchiare. Perché a parità di capacità deve sempre dimostrare di essere più brava dei colleghi maschi. Deve sempre essere messa alla prova. E le sue reali capacità vengono continuamente messe in discussione. Senza parlare degli stipendi che sono più bassi, così come delle opportunità di far carriera rispetto agli uomini.
L’Italia ovviamente è tra gli ultimi paesi del mondo industrializzato in quanto a parità di genere, quart’ultima nell’Europa Occidentale.

Parità di genere: l’intelligenza artificiale e le donne.

Nel 2019, però, il report ha messo in luce anche un altro aspetto, finora sottovalutato, ma che potrebbe spiegare come il futuro non sia così roseo per le donne. Il Report analizza anche le differenze di genere nell’ambito dell’AI, l’intelligenza artificiale.

Non ci avevi mai pensato? Gli algoritmi su cui si basano siti, social, motori di ricerca che usiamo ogni giorno sono di fatto frutto del lavoro di un uomo. Il 22% dei professionisti che lavorano nel settore dell’intelligenza artificiale nel mondo sono donne. Contro il 78% degli uomini. Un divario di genere che all’alba del 2019 non dovrebbe più esistere. Che desta più di una preoccupazione.
Le donne non sono rappresentate a dovere in politica. E nemmeno ai vertici delle aziende. Ma neppure la rete dà soddisfazioni. Gli algoritmi di fatto sono maschilisti. Lo dicono le percentuali di lavoratori del settore (8 uomini contro 2 donne non sono poco). Lo dicono indagini scientifiche. Uno studio della Columbia University ha svelato che gli algoritmi dei social network, come Instagram, premiano di più i post pubblicati da account maschili. Permettendo loro di ottenere maggiori Mi piace.

Giulia Baccarin, ingegnere biomedico e imprenditrice, in chiusura del TED Talk ha ben espresso questa paura, con parole che dovremmo scrivere a caratteri cubitali ovunque.

Siamo disposti ad accettare il fatto che a decidere il lavoro del futuro della nostra bambina sia un algoritmo che la discrimina perché il suo genere non è rappresentato nelle stanze in cui viene costruito?

La lotta contro ogni discriminazione è iniziata. La battaglia è chiara ed è ben spiegata da Ivana Bartoletti, a capo del network femminile della Fabian Society, storica associazione londinese di ispirazione socialdemocratica, che nella conferenza “Women Leading in Artificial Intelligence“, tenuta alla London School of Economics, ha trattato proprio l’argomento.

La prossima battaglia per noi donne consiste nel fare in modo che l’intelligenza artificiale non diventi l’espressione definitiva della mascolinità.
(Ivana Bartoletti, manager, esperta di diritti umani e pari opportunità)

Ma il problema non sono solo gli algoritmi. È la cultura in generale che deve cambiare.
Come sottolinea Stefano Epifani, docente universitario, giornalista, presidente del Digital Transformation Institute, da lui fondato,  il dito sarebbe da puntare contro chi sta dietro gli algoritmi. Che ancora risente di retaggi antichi che non riusciamo a scrollarci di dosso.

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Photo by Adi Goldstein on Unsplash

Parità di genere: obiettun miraggio ancora lontano. Anche in rete è così.

Donne prese di mira, bullizzate, vittime di violenza verbale, anche da pagine che vengono chiuse e riaperte in un batter di ciglia. Come il caso di Sesso, droga e pastorizia, fortemente osteggiato da Selvaggia Lucarelli, che ne ha fatto una battaglia personale, oltre che per le donne.
Fatti di cronaca recente ci hanno fatto vergognare della strada che la nostra società ha intrapreso. Una ragazza che lavora come cooperante per aiutare a unire culture e popoli, Silvia Costanza Romanoviene rapita in Kenya e in rete si scatena la gogna mediatica.
Perché il bulletto da tastiera, legittimato ora anche da una certa politica che divide per propaganda e ignoranza, si diverte così. E pensare che sui social network gli utenti più attivi sono proprio quelli di sesso femminile. Che cercano approvazione, curano i loro profili e cercano così di superare quelle insicurezze che si portano dietro per il resto della vita, come emerso da un recente studio.

Come è possibile che in rete ci sia così tanto bullismo di genere, se sono proprio le donne a rappresentare gli utenti più attivi? Perché il sessismo è insito nella società. E spesso anche le donne sono colpevoli di puntare il dito contro altre donne. Proprio in rete. Non facendo rete. Ma facendo il gioco del maschilista medio. Che sui social sembra riesca molto facile.
Lo hate speech, l’incitamento all’odio, indica quella serie di parole e di discorsi che esprimono odio e intolleranza nei confronti di una persona o di un gruppo. Parole che possono trasformarsi in veri e propri atti di violenza. E che colpiscono prevalentemente donne e stranieri. Si tratta di una categoria presente nella giurisprudenza americana. Una pratica condannata a parole, ma non sempre nei fatti. Sui social lo hate speech è difficile da affrontare. Google e Facebook affidano il compito a gruppi di lavoro specifici. YouTube vieta linguaggi offensivi e discriminatori. Facebook fa lo stesso, ma ammette messaggi umoristici e di satira, non colmando in pieno un vuoto legislativo che permette di prendere di mira persone o gruppi trincerandosi dietro la satira, la burla, lo scherzo.

Superare il gender gap non è facile. Ma non è impossibile. La volontà umana può tanto.

 

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Patrizia Chimera

Giornalista pubblicista di attualità e lifestyle. Spirito zen, curiosità innata, ama sempre mettere tutto in discussione


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