Schiacciati da un pollice. Dai miti agli influencer, la voglia o l’ossessione di apparire

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Tutti gli uomini tendono al conoscere” scriveva Aristotele all’inizio della sua Metafisica; potremmo lapidariamente chiudere il confronto con il mondo di oggi aggiungendo una sola parola: “tutti gli uomini tendono al farsi conoscere”.

Il contrasto è suggestivo ma, da un lato appiattisce gli antichi in un raffinato e profondo interesse per il mondo, dall’altro invece mostra noi come esageratamente staccati da ogni dimensione conoscitiva relegandoci ad una superficialità che, pur con tutti i difetti che abbiamo, è esagerata. Prima di concentrarci sulle differenze, che evidentemente ci sono, proviamo a cercare qualche somiglianza.

Photo y PilotBrent on Pixabay

Anche in passato il desiderio di farsi conoscere era presente.

Anzi, era di fondamentale importanza in quanto tutto ciò che si conosceva, lo si conosceva attraverso le storie delle gesta dei grandi uomini che gli aedi (i cantori) raccontavano. Erodoto, il primo storico dell’umanità, all’inizio delle sue “Storie” si pone come obiettivo principale quello di tramandare le gesta dei greci e dei persiani perché non svaniscano con il tempo. Abbiamo qui già un punto di interesse. Le cose che non vengono ricordate scompaiono; insomma, per usare un lessico più orecchiabile, se non sei conosciuto, non esisti.

Indaghiamo nei luoghi del mito.

Primo specchio che l’umanità ha messo a nostra disposizione per guardarci meglio.
Il primo mito della nostra cultura è l’Iliade. Achille, valoroso guerriero acheo tende alla gloria e per raggiungerla è disposto a rinunciare ad una vita lunga e tranquilla. Potremmo essere tentati nell’attribuire alla gloria degli antichi qualcosa di legato all’etica e all’amore di patria. Saremmo smentiti già nei primi capitoli dell’Iliade. Achille, ritiratosi dalla battaglia dopo essersi infuriato con Agamennone per questioni di donne, chiede alla madre, la dea Teti, che la guerra possa avere sorte avversa per gli achei in modo che la sua mancanza possa sentirsi maggiormente e quindi, una volta tornato sul campo, avere una gloria maggiore. Un comportamento tutt’altro che etico diremmo e per nulla patriottico. Insomma la gloria a tutti i costi, senza rimorsi di coscienza.
Nell’Odissea la questione si pone in modo già differente. Ulisse, ha ottenuto la gloria sul campo di battaglia troiano ma non punta, come fa invece Achille, solo a quella. Nel difficoltoso viaggio di rientro arriva a parlare con i defunti e scopre che ricoprirsi di gloria non è poi un così buon affare. L’ombra di Achille gli dice che preferirebbe vivere in schiavitù sulla terra che aggirarsi da valoroso nel regno dei morti. Ulisse è addirittura disposto a rinunciare all’immortalità offertagli da Circe pur di passare la vecchiaia in pace con sua moglie che lo attende in patria. Questa ricerca di una dimensione più domestica ci guida verso una concezione più vicina alla nostra.

L'antieroe

Dall’eroe che compie grandi imprese si inizia a preparare il campo per quello che sarà l’eroe del Novecento, o meglio l’antieroe: non il vincitore delle grandi battaglie della storia ma lo sconfitto e l’ultimo del mondo.
Probabilmente, lungi dal trovare la gloria sul campo di battaglia, saremmo molto più vicini a Giovanni Drogo, protagonista de Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Drogo è affascinato dall’idea di un glorioso destino militare e per rincorrere questo ideale si ritrova immerso in un limbo in cui il tempo sembra fermarsi. L’idea di combattere anche una sola battaglia da eroe condanna Drogo ad una vita di attesa in quell’avamposto sul nulla che è la fortezza Bastiani, a guardare il deserto aspettando i fantomatici Tartari che non arriveranno mai.
La vita se ne va così, in un soffio, nella ripetizione di gesti sempre uguali, a contemplare un orizzonte che non mostra nulla di nuovo. Nel momento in cui la guerra sembra veramente avvicinarsi Drogo è malato e deve abbandonare il campo. L’unica azione eroica sarà allora quella di accettare la morte, una morte lontano da tutti, in una misera locanda senza nessuna gloria; una morte da lui vista, a quel punto, come la più coraggiosa di tutte, perché rinuncia alla gloria esibita, per un coraggio più intimo e nascosto a tutti. Eccoci di fronte all’antieroe, che ha la sua grandezza proprio nella sconfitta e nella rinuncia, volontaria o forzata, alla gloria.

In fondo però il mito è un bisogno innato dell’uomo.

E, seppur crediamo di averlo fieramente relegato a inutile e sciocca storiella, siamo alla ricerca di qualcosa che catturi il nostro sguardo e ci colleghi ad un mondo migliore di quello in cui ci troviamo a vivere.
Ecco che allora abbiamo una carrellata di miti pret-a-porter pronti per i nostri bisogni più immediati; personaggi che ci possano far compagnia nelle nostre noiose giornate e a cui dedicare un vero e proprio culto (esatto, come era dedicato un culto ai miti antichi). Se non ci sono miti di alto spessore, ci si accontenta di quello che c’è.
In un circolo vizioso che spesso accompagna il nostro tempo, sapendo che i grandi personaggi sono noti, applichiamo la fallace deduzione secondo la quale chi è noto sia un grande personaggio. Ci troviamo così ad idolatrare personaggi che sono noti solamente perché, per l’appunto, sono noti.
La nostra propensione alla dimensione quantitativa delle cose ci fornisce anche indici di valutazione oggettiva per questi personaggi, è superfluo nel mondo di oggi far notare che questo indice sia il denaro.

Photo by Jon Tyson on Unsplash

Il denaro è forza, potere, riesce a diventare anche bellezza.

Notorietà e denaro si avvinghiano in un abbraccio che sembra indissolubile. In questi ultimi anni la sostanza dell’abbraccio è stata numericamente quantificata dall’indice di visualizzazione che ogni persona ha.
Siamo misurati in termini di click, di pollici all’insù, faccine sorridenti e (perché no?) pure commenti negativi, che tanto tutto fa brodo. E allora seguiamo i soldi.
Dalla classifica di Forbes sulle celebrità più pagate abbiamo una bella foto di gruppo delle persone più note. Sportivi, cantanti, attori, personaggi di spettacolo e...basta… tra i cento personaggi più pagati della classifica non ce n’è uno che non sia legato al mondo dell’intrattenimento o dello sport (figurano solamente due autori, James Patterson che scrive programmi televisivi, e J. K. Rowling che ha visto salire alle stelle il successo dei suoi libri anche grazie ai film di Harry Potter).
La distanza con i miti del passato, quelli delle grandi imprese è palese, ma diventa siderale se gettiamo un occhio alla classifica del 10 maggiori influencer social del 2018: qui il panorama si fa desolante. Abbiamo solamente persone che, non avendo spesso nulla da esibire, fanno dell’esibizione stessa, il centro della loro esistenza. Insomma siamo all’inveramento delle parole di Guy Debord che vede nello spettacolo la cifra distintiva della società attuale; il contenuto viene cacciato e resta solamente l’atto di esibire qualcosa che esiste solamente in quanto mostrata.

Photo by Comfreak on Pixabay

Non abbiamo più nulla da mostrare, ma lo sappiamo mostrare meglio.

I mezzi di comunicazione sono il veicolo, spesso impotente, di questo viraggio verso l’apparenza. Ci sentiamo spaesati, ma è una cosa ovvia. Queste “stelle” (perché così sono chiamati i personaggi famosi) orientano chi guarda trasognato il cielo ma sono talmente tante che non mostrano alcuna direzione utile, si accontentano di brillare, fino a che è concessa loro una qualche visibilità.
E allora perdiamoci nel mare in cui navighiamo, senza stelle che possano orientarci, e seguiamo prima chi ci dice come vestire, poi come mangiare, poi dove andare in vacanza, che cosa comprare e magari anche che cosa fare nel tempo libero, tutto questo, ovviamente, nell’ammiccante promessa di essere unici, diversi dagli altri e sempre originali. Paradossi della modernità. Se il brullo panorama culturale che ci si squaderna davanti ci parla di un salto nel vuoto repentino, occorre dire che la strada verso questo nulla ci è stata ben preparata anche negli anni passati, in tutte le società “avanzate”.

Dal reale ai reality (show)

Basterà citare, come alti esempi di questo percorso, alcuni reality show fortunatamente non diventati così famosi. Nel 2004, a Singapore, in Dr. Love’s superbaby making show delle coppie si contendevano un premio di 86.000 $ in una gara a chi avesse concepito prima. In Acorrentados, in Portogallo, un uomo era legato 24 ore al giorno a quattro ragazze (e il contrario) condividendo con loro le giornate di fronte alla telecamera.
In Shattered (Regno Unito, 2004) si innescava una, tra l’altro pericolosa, gara ad eliminazione tra chi riusciva a stare sveglio più a lungo.
Abbiamo anche show altamente educativi come il russo The Intercept in cui ai concorrenti viene regalata un'auto rubata. Il concorrente può diventare il proprietario della macchina se riesce a fuggire dalla polizia per 35 minuti.
In 90 Day Fiancé, due sconosciuti si incontrano e decidono se fidanzarsi o meno, uno dei due però è negli Stati Uniti con un permesso temporaneo di 90 giorni quindi se non conquista l’altra persona se ne deve tornare a casa. Decisamente una grande spinta alla spontaneità in amore. Si potrebbe continuare con My Personality, reality show condotto nientemeno che da Monica Lewinsky, consisteva nello scegliere un partner tra un gruppo di persone mascherate.

Insomma spettacoli basati sul niente e concepiti esclusivamente per intrattenere un pubblico ormai abituato a disinteressarsi di sé stesso e, per converso, funzionali a creare altri divi dello spettacolo ad alta deperibilità da dare in pasto al sistema per qualche anno e non di più. Tutto è perfettamente logico.

Photo by Tom Sodoge on Unsplash

La voglia, la necessità o l'ossessione di apparire

Oggi il nostro problema non è più quello di Erodoto, cioè quello di non far svanire le cose; oggi tutto è registrato e nulla si perde, il problema di oggi è quello di riuscire a mostrare, rendere visibile. È il principio di mera esposizione teorizzato dallo psicologo comportamentista Robert Zajonc, disarmante nella sua semplicità ma assolutamente vero se ci guardiamo attorno: “Semplici e ripetute esposizioni ad uno stimolo sono una condizione sufficiente per determinare in un soggetto una disposizione positiva verso tale stimolo”.

Dovendo quindi apparire in continuazione e non potendo garantire un alto livello di qualità ad ogni apparizione, ci si riduce ad apparire anche per motivi futili, visto che anche questi bastano per creare un legame con il pubblico.
Lo vediamo costantemente, persone che appaiono in rete anche solo per fare colazione o per altre ininfluenti (ma socialmente molto influenti) attività.

Come usare la nostra immagine?
Conviene affinare tecniche di maquillage per imbellettare una realtà vuota, o riempire di contenuti la nostra vita per mostrarci quando abbiamo qualcosa da dire?

Photo by lounisproduction on Pixabay


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Rolando Ruggeri
Rolando Ruggeri

Intento a curiosare e scrivere su varia umanità. Ha pubblicato il libro "La saggezza laica della Bibbia. Genesi".


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