La morte al tempo dei social. Digitale, strumentale, non più eterna

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Il lutto è un lutto. E non aggiungiamo altro su tutte le implicazioni emotive, psicologiche, pratiche e legali, connesse ad esso. Ma in un’era digitale, un lutto equivale a immortalità?

Il 13 marzo 2016 la BBC evidenzia:

“At some point, there will be more dead Facebook users than living ones.
A breve, su Facebook, ci saranno più morti che vivi”

Poniamo l’accento su tre grandi temi:
1) quanto i social siano vissuti come catarsi nell’affrontare il lutto
2) che fine fanno i miei dati dopo?
3) la battaglia tra diritto alla privacy, tutelato dai grandi brand della tecnologia e le famiglie che vogliono accedere a quelle ultime foto bloccate nello smartphone (e a cui le grandi aziende non forniscono password o sblocco, proprio per la privacy del proprietario di quella tecnologia, che devono tutelare)

Certo, tema che i nostri nonni mai avrebbero immaginato e che forse anche la generazione della tecnologia cresciuta a pane, Nutella e WhatsApp non crede sia così impattante, finché, dolorosamente, non ci impatta.
Non credo neanche esista una pellicola così futurista da averlo previsto o raccontato (se c’è, per favore segnalatecelo).

Photo by Tony Hernandez on Unsplash

Con la morte insomma, la vita non finisce più come un tempo.

Il dopo moderno sono i dati eterni. O, semplicemente, e molto fastidiosamente, bloccati da una password.
Altra novità dei nostri tempi: con la morte la vita e tutti i momenti legati ad essa diventano a tempo indeterminato. Sempre reperibili.

Ad onor di cronaca, sottoponiamo alla tua attenzione anche un sotto-tema del primo punto: la morte in diretta. Ovvero, la condivisione online degli ultimi momenti di vita, della malattia e del lutto, finanche ad arrivare ai selfie scattati durante eventi funebri.
Roba che manco Vespa quando raccontava degli autobus di turisti a Cogne o Avetrana forse aveva considerato di tale diffusione. Eppure, siamo moderni e così parrebbe essere.
E non parliamo solo di quella stessa gente che crea incidenti in autostrada perché si ferma a vedere il trambusto della corsia opposta. O che entra in zone barricate dai nastri segnaletici dei carabinieri, per essere in prima fila sulla scena del delitto, accanto a parenti straziati dal dolore, che dovunque vorrebbero trovarsi tranne che lì.
Salvini si fa un selfie con una ragazza durante i funerali di Stato a Genova delle vittime del crollo del ponte Morandi. Matteo Renzi selfie alla Camera ardente di Tina Anselmi.

Il fenomeno delle fotografie al defunto imperversava già verso la fine dell’Ottocento.
Ma al defunto. Non con il defunto. A quel tempo era "l'unico modo abbastanza economico per cristallizzare su un supporto tangibile (e che si potesse rivedere) l’immagine di una persona di cui non si avevano, di solito, fotografie in vita" (Giovanni Ziccardi, La “morte digitale”, le nuove forme di commemorazione del lutto online e il ripensamento delle idee di morte e d’immortalità). L'obiettivo principale era commemorare, fissare con una fotografia l’immagine di una persona per preservarne un ricordo. Per sempre.
Oggi si fa spettacolo. Culto dell’immagine della persona che si auto-impone come soggetto dello scatto, con il defunto sullo sfondo. Per 5-10 minuti, di portata e engagement social. Un like è per sempre?

E poi ragazzi. Che consegnano l’ultima lettera ai social prima di porre fine alla propria vita, se non anche ragazzi che si suicidano in diretta. Con follower che commentano in tempo reale.
Follia pura. Esibizionismo. Voglia di esserci e di essere considerati. Lasciamo ai più esperti la comprensione sociale del fenomeno.

Certo è che la morte sta uscendo dai cimiteri. Per arrivare nelle tasche di tutti.

Il dolore, la paura, il senso di vuoto, le ansie si condividono. Lanciandole in un panorama sociale di amici e parenti, ma pure di colleghi, conoscenti e quasi estranei.
Perché fa sentire meno soli. Perché aiuta.

E anche le condoglianze sono pubbliche. R.I.P. è uno degli acronimi forse più usati negli ultimi tempi sui social.
Diverse startup hanno provato a cavalcare il fenomeno realizzando piattaforme ad hoc.
RipCemetery, app che vuole diventare il primo "cimitero social”, realizzata da un team di sviluppatori italiani.
Elysway, piattaforma social dedicata al mondo dei defunti, con possibilità di applicare un QR-Code sulla tomba: fotografandolo, si hanno disponibili i video postati da amici e familiari sulla bacheca.
Raffaele Sollecito (quello di Perugia, Meredith Kercher, Amanda Knox e Patrick Lumumba), ha provato a dare vita ad un social network per commemorare i defunti, con connesso e-commerce, per posare mazzi di fiori, corone o altro, sulla lapide del proprio caro, che magari si trova a chilometri di distanza.
LivesOn, oggi sito di lifestyle, nel 2013 prometteva messaggi dal paradiso.
La versione Beta contava 7.000 iscritti. Tu creavi un account sulla piattaforma, questa prendeva atto della tua routine su Twitter, ovvero tweet, retweet, follower ecc, e continuava la tua esistenza dopo di te.

Questi sono solo alcuni dei molti esperimenti fatti.
Hanno funzionato? Hai mai sentito parlare di persone che li hanno usati? Ti sei risposto da solo.
Se tutto il mondo è su Facebook (e certo anche su Instagram, Twitter, Linkedin), tutto il mondo continua a farlo dove già si trova.

Photo by Monia Donati. Guatemala

L’ultimo tentativo in realtà ha avuto un’evoluzione: i griefbot, da grief lutto e bot programma.
Visti per la prima volta in una puntata del 2013 della serie di fantascienza Black Mirror, in cui una donna continua a dialogare con il marito morto, ricostruito attraverso l’intelligenza artificiale, i griefbot sono diventati una realtà sperimentale e personalizzata.
Citiamo il caso di Muhammad Ahmad, che ha raccolto i dati di suo padre per dare ai figli l’occasione di conoscere il nonno. O quantomeno della sua versione clone artificiale.
Giusto, sbagliato, bisogna avere i diritti post mortem del soggetto in causa?

Mentre il dibattito è aperto, gli psicologi dicono che il sistema sostituisce tecnologicamente la tecnica della sedia vuota, che si usa in psicoterapia per far dialogare il paziente con la persona che non c’è più e quindi fornire una funzione consolatoria del lutto.

Altro tema è il sottile ed eticamente discusso labile confine tra diritto alla privacy e diritti della famiglia.

Il problema è grande. Da un lato i fornitori di piattaforme di social network, i provider di servizi di posta elettronica e di spazi sul cloud impegnati a difendere la privacy, con annesse password, foto e testi consegnati all’etere o a una memoria interna, ram, una scheda microSD o simili.
Dall’altro le famiglie: che vorrebbero entrare e vedere quelle foto, quei messaggi, scoprire di più, conservare.
Un ragazzo che lavora nell'azienda di un grande brand tecnologico, mi ha raccontato di una signora in lacrime con il cellulare della figlia che non c'era più e di come lui, per politiche aziendali, non aveva potuto sbloccarlo.
Anche qui: giusto, sbagliato? Ma se in vita non abbiamo condiviso quel contenuto un motivo ci sarà? O con il dopo, tutti i motivi devono, necessariamente, annullarsi?
Per cercare di trovare soluzione al problema, sono arrivati gli eredi digitali, il Legacy Contact, persone, o meglio profili social, a cui si consegna il diritto di poter gestire i propri contenuti come si ritiene possa essere meglio per noi e per chi ci ama.
Un’altra soluzione? Quella di cristalizzare un profilo, sempre social, facendolo diventare commemorativo. Un tempietto virtuale insomma.

Infine un altro elemento da mettere sul piatto.
Quando muore qualcuno, la rete sociale connessa a quella persona comunica. Per anni a venire.
Il recupero connettivo che abbiamo osservato non è stato causato dalla tecnologia, ma potrebbe essere stato aiutato da esso" (Moira Burke, studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour in cui con Will Hobbs ha esaminato i dati di oltre 15.000 reti Facebook di persone morte).
Facebook dopo la morte di qualcuno ha tre funzioni principali: permette di rendere noto il fatto, aiuta a celebrare o preservare la memoria, e, ultimo ma non ultimo, crea uno spazio per la comunità di dolore (da Julie Back, The Atlantic, The Elegant Way Online Social Networks 'Heal' After a Death, 26 aprile 2017).
Perché si potrebbe pensare che il dolore sia solo nostro. Ma la perdita, che diventa condivisa, composta, fa guarire la rete sociale.

Photo by Taboadahdez on Pixabay

In tutto questo calderone di emozioni, pensando anche al dolore sociale dei giovani espresso e manifestato sui loro profili Facebook ed Instagram, quello di cui forse abbiamo maggiormente bisogno è una death education.
Un’educazione alla morte, con conseguente valorizzazione della vita, della gioia di vivere.
Un’educazione praticata in Europa, affermata nelle scuole anglosassoni già dagli anni Settanta, ma poco diffusa in Italia, che dovrebbe coinvolgere in primis famiglia e scuola, con progetti educativi e strumenti adatti.
Il vantaggio: sviluppare e promuovere una maggiore valorizzazione della vita con comprensione della sua fragilità (e ineluttabilità), riducendo comportamenti a rischio, sviluppando resilienza, riducendo depressione e autolesionismo, specie in età adolescenziale.
"La Death Education è suddivisa in tre parti: primaria, quando il problema della morte non è presente o troppo vicino nella vita del destinatario dell’insegnamento; secondaria, quando la morte è annunciata o prossima; terziaria, quando la perdita è già avvenuta" (Elisabetta Cristofaro, i-cult, Death education: la morte spiegata ai più piccoli, 26 febbraio 2018).

Death education vuol dire anche accettazione della morte e del lutto e trasformazione dell'emozione legata alla paura in sentimento di accoglienza, perché la morte è parte della vita.

 

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Monia Donati
Monia Donati

Direttore responsabile. Giornalista, esperta in comunicazione e marketing, curiosa del mondo.


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