Foto dai social ai gruppi pedopornografici Telegram: la denuncia di Alessia

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Nell’opinione collettiva si può finire nei guai solo dopo aver inoltrato delle foto intime ad un’altra persona e l’idea comune tende a sollevare delle responsabilità in capo a chi si vede coinvolto in questa vicenda.
La realtà, però, non è questa e chiunque può trovare il proprio volto e i propri dati personali in pasto a 30.000 utenti, tra cui pedofili e pervertiti.

Ho avuto modo di intervistare una ragazza che ha vissuto sulla propria pelle questa macchina del fango, non una, ma ben due volte.

Photo by Mathilde LMD on Unsplash

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Tutto inizia un freddo giorno di febbraio, ancor più angusto perché al gelo termico si affianca la distanza dai propri familiari: Alessia studia lontano dalla sua città natale. Nella routine quotidiana, il suo profilo
Instagram inizia ad impazzare di richieste di nuovi seguaci, soggetti che non conosce ma, tra questi,
un’anima pia decide di scoperchiare il vaso di Pandora:

Qualcuno ha pubblicato le tue foto su Telegram, con annesso il tuo luogo di lavoro e la tua città di provenienza.

Ad Alessia cade il mondo a pezzi.

Quasi incredula si reca a vedere con i propri occhi, per poi accertarsi che, purtroppo, è tutto vero. Le sue foto “normalissime” (come più volte specifica) pubblicate su Instagram sono finite sul fatidico gruppo “stuprotuasorella3.0”.
Qualche buontempone ha pensato bene di allegare informazioni personali sul suo conto, dando vita ad una vera e propria violazione dei dati personali che termina con la pubblicazione del suo luogo di lavoro.

Entrare in quel gruppo è stato facilissimo, mi è bastato aprire un link per trovarmi in uno scenario incredibile.

Così ha raccontato la sua scoperta. Incredibile per davvero, perché quel gruppo è costellato di “Scambio foto della mia ex” o “Avete tredicenni o pedopornografico?”, insomma come chiedere la busta per la spesa alla cassa.
Per Alessia arriva davvero un pungo allo stomaco, che si arricchisce di dubbi, quali ad esempio con chi parlarne, se avvisare la propria famiglia telefonicamente a se sporgere denuncia o meno.

Lei decide di farlo e si reca dalla polizia postale della città in cui studia, ma lì dovrà tornarci due volte, perché la prima (durante l’inizio dell’emergenza Covid) gli agenti erano già oberati di questioni “più urgenti”.
Alessia nel frattempo sta preparando un esame che non darà a causa della chiusura delle strutture universitarie per via del Coronavirus e si rende disponibile a tornare una seconda volta. I tempi, però, potrebbero essere lunghissimi in casi di denunce come questa.
Insomma, oltre il danno la beffa ma lei, tenace com’è, fra molte perplessità decide di sporgerla.

Da quel momento un’altalena di emozioni.

Ho vissuto stati emotivi diversi, in quel gruppo c’erano mie storie Instagram pubblicate un anno e mezzo prima, pensa da quanto tempo mi stava puntando entravo su quel gruppo tutti i giorni per vedere se avessero pubblicato nuove foto di me, stava diventando un’ossessione.

Ad aprile, però, l’Italia si sveglia e dopo che la stampa ha reso pubblico quanto accade su Telegram, Alessia decide di esporsi perché non si sente più sola.

Non so perché mi sono esposta e ho reso pubblica questa storia ma è come se mi fossi riscattata. Prima non mi sentivo capita, ma poi ho realizzato che queste persone non possono cambiare le nostre abitudini. Ero consapevole dei rischi e dei pericoli.

social network

Photo by S O C I A L . C U T on Unsplash

Una storia davvero assurda che nasce da foto che chiunque di noi ha sui social (foto in costume ad esempio) e Alessia, a chi dice di non mettere foto al mare, risponde.

Se io vado al mare in costume e nessuno si scandalizza, cosa cambia se pubblico una foto in una piattaforma in cui ci sono le stesse persone che mi vedrebbero sul bagnasciuga?

Una constatazione a cui sembra impossibile ribattere, perché segue una logica che, spesso, coloro i quali si elevano a giustizieri sui social dimenticano.
La storia sembra pressoché chiusa con i “soli” lasciti emozionali, quando, subito dopo l’esposizione, Alessia viene presa nuovamente di mira. Le sue foto, collage e cattiverie ora vengono condivise su più gruppi, una sorta di vendetta per aver esposto quanto le fosse accaduto.

Ma questa volta, lei, non ha paura.

Spengo il telefono e con questo si spegne anche il mondo virtuale, ma ciò che rimane nella mia mente sono quelle foto di bambine che sembravano così intime da essere state scattate da un membro della famiglia.
Qualcuno li chiama malati, ma per me non lo sono, sono meschini e falliti.

Lei ora sta bene, ma è impossibile non porsi il dubbio di cosa sarebbe potuto accadere ad una persona più fragile, senza un sostegno importante da parte delle persone più care.

L’esempio di Alessia ha portato altre ragazze a denunciare, e questo potrebbe rappresentare un mantello di responsabilità che il destino voleva che lei si cucisse addosso, ma non tutte le persone hanno la sua forza e nessuna può essere lasciata sola in pasto ad un branco di trentamila avvoltoi. Nessuno.
Negli ultimi giorni, però, la giustizia ha iniziato a muoversi concretamente con l’operazione denominata “Drop the Revenge!”: gli amministratori di tre canali (La Bibbia 5.0, Il Vangelo del Pelo e uno dei canali denominati Stupro tua sorella 2.0) sono stati denunciati.

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Gianmarco Girolami

23 anni, laureato in servizi giuridici e già Premio giornalistico Di Donato. Nel 2019 è stato finalista del premio IAI: è appassionato di studi internazionali.


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